Zeng Jing – Il risveglio del traditore

Come è lontano il Cielo, così l’imperatore.

Proverbio cinese

Il 31 gennaio del 1736, pochi mesi dopo essere stato investito dell’autorità suprema, l’imperatore Qianlong cancella con un colpo di penna l’esistenza terrena di un traditore dell’impero. Non potrebbe farlo, perché uno degli ultimi atti di governo di suo padre è consistito in un proclama in cui ha concesso a quell’uomo un perdono totale e incondizionato per i suoi crimini contro lo Stato. Nello stesso periodo, l’imperatore Qianlong fa confiscare e bruciare le migliaia di copie di un libro, il Risveglio dall’errore, che negli ultimi anni ha letteralmente invaso la Cina. Non potrebbe fare neanche quello, perché la pubblicazione di quel libro è stata anch’essa voluta e sostenuta con ogni mezzo dal suo defunto genitore.

L’imperatore Qianlong ha ventiquattro anni.

L’imperatore Qianlong non scherza un cazzo.

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Quando ascende al trono, nel 1723, l’imperatore Yongzheng è antipatico un po’ a tutti. Su di lui si raccontano brutte storie, molte delle quali messe in circolazione dai ventitré fratelli ch’egli è riuscito a scavalcare negli affetti del padre e, quindi, nella linea di successione al potere. Voci insistenti vogliono che Yongzheng abbia falsificato il testamento dell’anziano imperatore Kangxi per assicurarsene la corona. Le stesse voci sostengono anche che l’imperatore, dopo aver ordito la sua frode, abbia fatto servire al sovrano moribondo una coppa di veleno[1].

Yongzheng le odia, le voci.

Per tentare di metterle a tacere, l’imperatore agisce in due modi. Il primo è lodevole, e consiste nel dare ai suoi sudditi un’immagine di sé quale sovrano operoso e instancabile. Fino alle prime ore del mattino Yongzheng esamina rapporti e documenti che gli giungono da ogni dove, commentandoli in un corsivo nervoso vergato con inchiostro rosso. Sa tutto di tutti, e tutto ricorda. Dall’altra parte, tuttavia, questo fiorir di calunnie alimenta nell’imperatore una paranoia dai tratti patologici. Diffida di chiunque, e questa sua diffidenza si traduce spesso in decisioni affrettate; decisioni in base alle quali persone innocenti finiscono in prigione, interi patrimoni vengono confiscati ad libitum e teste rotolano sul pavimento.

Il vero problema dell’imperatore è però un altro, e non è il tipo di problema che si possa risolvere col bastone o con la carota. Yongzheng è il terzo imperatore della dinastia Qing, impiantata di forza sul trono cinese dopo il collasso dei Ming nel 1644. Ora, nonostante si sforzino in tutti i modi di dimostrare il contrario, i Qing non sono cinesi: sono di etnia Manciù, e questo ai Cinesi non piace[2]. Poco importa al volgo che i primi due imperatori Qing abbiano regalato allo Stato un periodo di prosperità quale i Ming, devastati dalla corruzione e dal malgoverno, non hanno potuto sognarsi negli ultimi cent’anni: agli occhi di un cinese del ‘700 i Qing erano barbari invasori, e lo sarebbero rimasti anche se fossero riusciti a coprire d’oro ogni pezzente dell’impero.

Questo è il motivo principale per cui, malgrado gli sforzi dell’imperatore, le voci sui suoi presunti crimini e sull’illegittimità del suo mandato continuano a correre sulle ali del vento. S’insinuano in ogni provincia, in ogni villaggio, in ogni casa in cui si trovi qualcuno disposto anche solo a sussurrarle a mezza voce. Così facendo, giungono anche nel piccolo villaggio in cui, ritirato dal mondo e dalla sua rossa polvere, vive un piccolo grande uomo di nome Zeng Jing.

Bocciato alle prove d’accesso all’amministrazione imperiale, snobbato dai letterati per la sua scarsa capacità di interiorizzare i grandi classici del pensiero cinese, il signor Zeng vede colar via i propri giorni in un’esistenza ombrosa. Questo, almeno, fino al giorno in cui le notizie sulla barbarie di Yongzheng non vengono a grattare alla sua finestra. La prima volta che le ascolta, l’uomo si arrabbia. La seconda volta freme e si morde le labbra, aggrottando le ciglia in segno di profondo disappunto. La terza volta, infine, prende un foglio di carta e un pennello, si siede al suo povero tavolino e comincia a pianificare l’annientamento della dinastia Qing.

Ritratto di Yongzheng mentre legge, conservato al Museo del Palazzo Reale a Pechino.

Ritratto di Yongzheng mentre legge, conservato al Museo del Palazzo Reale a Pechino.

Zeng Jing è un modesto letterato di campagna, ha poca esperienza del mondo e non ha la minima idea di come si organizzi una ribellione; peggio ancora, non possiede il prestigio né il carisma per mettersene a capo. Dopo alcune settimane di elucubrazioni, lo schema generale del suo piano seguita a consistere in una singola riga di testo comprendente le tre fasi operative “Qing Succedono delle cose → Non più Qing”. Conscio della propria inadeguatezza, Zeng capisce subito di aver bisogno di un alleato, e viene il giorno in cui le voci sembrano suggerirgliene uno nel generale Yue Zhongqi.

Il generale Yue è il governatore generale della regione dello Shaanxi e, come tale, dovrebbe godere di un’assoluta fiducia da parte dell’imperatore. Attenzione però – dicono le voci –, perché pare che negli ultimi tempi tra sovrano e suddito tiri un’aria di tempesta. Per tre volte in pochi mesi Yongzheng ha convocato a Pechino il generale Yue, che per tre volte si è seccamente rifiutato di abbandonare la propria posizione. Un simile atteggiamento mal si addice a un servo fedele dell’impero: solo un ribelle potrebbe permettersi di ignorare un ordine diretto dell’imperatore in maniera tanto plateale. Inoltre, con una fiducia tutta cinese nell’ereditarietà del carattere, Zeng Jing si ricorda di come seicento anni prima un antenato del governatore, il grande generale Yue Fei, abbia difeso strenuamente l’impero cinese dall’invasione dei barbari Jurchen: potrebbe forse un discendente di Yue Fei sopportare che la Cina soffra ora le prepotenze degli altrettanto barbari Manciù?

Confortato dalla logica di questi inoppugnabili ragionamenti, Zeng Jing affida a uno dei suoi amici e discepoli, l’intraprendente Zhang Xi, una lettera da consegnare direttamente nelle mani del governatore. In essa, celandosi dietro lo pseudonimo di Calma Estiva, Zeng Jing esorta il generale all’azione, richiamando alla sua memoria tanto le passate imprese compiute dal suo illustre avo quanto la presente vergogna della Cina, incapace per pura viltà di scuotere un giogo straniero e di rinverdire gli antichi fasti dei Song e dei Ming. In fondo al cuore, Zeng Jing sa benissimo che simili argomentazioni non possono lasciare indifferente nessun vero patriota. Sa che i Qing non appartengono alla Cina e che, quindi, la Cina non deve appartiene ai Qing; sa che Yongzheng ha usurpato una corona che il Cielo aveva destinato a qualcun altro, e sa anche che il Cielo favorirà la sua rivolta per poter compiere, attraverso di essa, la sua vendetta.

Tutto questo, Zeng Jing lo sa.

E tuttavia, ci sono anche cose che Zeng Jing non sa. Non sa, per esempio, che appena il generale Yue Zhongqi leggerà la sua lettera acconsentirà a far parte della congiura, chiedendo al messaggero Zhang Xi di informarlo sui dettagli. Non sa che Zhang Xi si fiderà di lui, rivelandogli il vero nome di Zeng Jing così come l’ubicazione del suo villaggio. Non sa che Yue Zhongqi, in realtà, userà quelle informazioni per stanarlo e farlo consegnare legato e impacchettato alla corte di Pechino. E tutto questo perché il povero Zeng Jing non sa neanche che le voci sulla presunta slealtà del generale nei confronti dell’imperatore sono solo quel che sono. Voci.

Dall'Album dell'Imperatore Yongzheng in costume, una raccolta di dipinti che ritrae l'imperatore in vesti inusuali.

Dall’Album dell’Imperatore Yongzheng in costume, una raccolta di dipinti che ritrae l’imperatore in vesti e situazioni inusuali.

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Yue Zhongqi conosce bene il caratterino del suo imperatore e sa che è un uomo cui non piace perdere tempo. Ecco perché, prima di consegnarglielo, si preoccupa di interrogare Zeng Jing in modo serrato e di raccogliere tutte le informazioni necessarie a fornire su di lui un quadro il più completo possibile. Quando il traditore giunge a Pechino, Yongzheng ha già tutti i numeri per emettere una sentenza che invariabilmente, in caso di alto tradimento, dovrebbe condannare il colpevole all’atroce supplizio del lingchi, la mutilazione progressiva[3]. Zeng Jing non ha attenuanti: è stato colto con le mani nella marmellata. Il suo proposito era stato quello di distruggere l’imperatore sovvertendo l’armonia dell’impero. In altri, simili casi, Yongzheng avrebbe firmato l’ordine di esecuzione sorseggiando svogliatamente la sua piña colada.

E tuttavia, questa volta, l’imperatore esita.

Yongzheng è un nevrotico, non un cretino. Gli ci vuol poco per inquadrare le profonde differenze che passano tra questo e gli altri casi di tradimento con cui ha avuto a che fare fino a quel momento. Il colpevole, in questo particolare frangente, non è uno dei suoi insidiosi fratelli, né un alto ufficiale, né un letterato con un suo seguito nella società. Zeng Jing è un disperato. Una parte della sua animosità verso nasce dalle voci che impestano l’aria di tutto l’impero, un’altra dalla nostalgia per un regime, quello dei Ming, sotto il quale non è neanche vissuto, essendo nato trent’anni dopo la loro caduta[4]. Non è colpa di Zeng Jing se milioni di cinesi accusano l’imperatore di aver fatto fuori suo padre. Di questo Yongzheng si rende conto, e visto che è un uomo furbo, tra il momento in cui se ne rende conto e quello in cui pensa di sfruttare quell’incresciosa situazione a proprio vantaggio scorre un tempo assai breve.

Un mattino, nella cella di Zeng Jing comincia a piovere carta. Pacchi e pacchi di fogli in grafie diverse, provenienti da tutto l’impero e recanti in vivo inchiostro rosso le tracce dell’attenta lettura di Yongzheng. Relazioni ufficiali, lagnanze, atti di procedimenti giudiziari. Se il tradimento di Zeng – riflette l’imperatore – è nato dalla sua ignoranza dello stato delle cose in Cina, quale modo migliore del mostrargliene la reale natura, per riportarlo sulla via dell’obbedienza? Certo, Yongzheng è parziale verso se stesso. Tra le centinaia di rapporti sulle cose dell’impero che fa recapitare a Zeng Jing, si guarda bene dal presentargli anche quelli in cui il suo illuminato senso della giustizia appare offuscato da qualche nuvola passeggera. Tuttavia – e questo torna a suo onore – non inventa nulla. La documentazione che fornisce al ribelle è completamente autentica: gli chiede[5] di leggerla, di farsene un’opinione e di commentarla per lui.

Quello tra i due uomini – il sovrano e il detenuto – non è un dialogo, né ci sono le condizioni perché lo sia. I due non si incontrano mai e comunicano solo per iscritto. Yongzheng vuole che Zeng Jing commenti le sue decisioni amministrative, ma possiamo immaginare quanto il timore di essere letteralmente sbucciato a morte non disponga quest’ultimo a una piena e totale sincerità. Il tono degli scritti del ribelle è quello di uno zoppo che cammina su un tappeto di uova, quello dell’imperatore ha il retrogusto di una predica somministrata da un maestro di scuola a un allievo poco diligente. Le poche volte che Zeng Jing prova a far valere le proprie ragioni, Yongzheng semplicemente lo schiaccia con i fatti: dalla sua parte ha la conoscenza di tutto il suo impero a livello capillare, alla quale Zeng non può opporre che un nugolo di notizie vaghe, indistinte e – come ha avuto modo di sperimentare – spesso del tutto false. 

Anonimo, Yongzheng e Qianlong, fine XVIII secolo, inchiostro su seta.

Anonimo, Yongzheng e Qianlong, fine XVIII secolo, inchiostro su seta (particolare).

Ottenuta senza troppe difficoltà la conversione del traditore, la preoccupazione di Yongzheng si rivolge a tutti coloro che sono nella sua stessa situazione; a tutti coloro che, basando sul sentito dire la propria conoscenza della corte imperiale, si fanno come Zeng Jing portatori sani di calunnie e sedizioni. È pensando a loro che il sovrano si risolve a patrocinare una delle imprese editoriali più ambiziose mai concepite nella storia della Cina.

Nel febbraio del 1730, con un apposito editto, Yongzheng fa diffondere in tutto l’impero migliaia e migliaia di copie di un certo libro, la cui conoscenza diviene obbligatoria per ogni suddito. Il suo titolo, pomposissimo, si può tradurre come “Un resoconto di come la vera virtù ha condotto a un risveglio dall’errore”. Il suo contenuto, dalla prima all’ultima pagina, consiste in una completa e puntuale riproduzione dello scambio epistolare intervenuto tra Zeng Jing e l’imperatore. Il ragionamento di Yongzheng è semplice: se a Zeng Jing è bastato conoscere la verità sulle sagge azioni di governo dell’imperatore per desistere dai suoi propositi di ribellione, una diffusione della storia del traditore e del suo “ritorno al bene” potrebbe indurre molti altri malcontenti a rivedere la loro posizione.

Per ordine imperiale, il libro giunge ovunque. Delle sue pagine vengono organizzate pubbliche letture, per assicurarsi che nemmeno gli analfabeti restino ignari dell’incredibile storia del ribelle pentito. Yongzheng è soddisfatto di sé e del suo lavoro, e con un inaudito gesto di magnanimità decide persino di perdonare al traditore la sua terribile colpa: nello stesso mese di febbraio, Zeng Jing viene rilasciato[6]. Questo piccolo uomo, se solo se ne rendesse conto, potrebbe ora andar fiero di essersi fatto in qualche modo ascoltare – lui, povero signor nessuno – da un imperatore della Cina. È la prima volta che è accaduto, e sarà anche l’ultima.

Ritratto dell'imperatore Qianlong

Ritratto dell’imperatore Qianlong

Zeng Jing viene giustiziato nel 1736. In sprezzo alle volontà del fu Yongzheng, che ha dato esplicite disposizioni affinché il suo successore non ne riapra il caso, il suo spietato figlio lo condanna al lingchi. A una sorte simile va incontro il Risveglio dell’errore, il libro cui Yongzheng ha consacrato tanti sudori: giudicandolo pieno di falsità e di bassezze, il nuovo imperatore Qianlong[7] ne decreta la distruzione e la damnatio memoriae: saranno poche e malridotte copie, miracolosamente scampate al rogo, a consegnare alla Storia una completa conoscenza del suo contenuto. Un nuovo inizio, quello voluto da Qianlong. Una pagina bianca da cui ripartire a scrivere la storia della Cina, dopo il grottesco capitolo firmato da suo padre e ora da lui provvidamente cancellato.

Nessuno disse mai a Qianlong che alla Storia le pagine bianche non piacciono.

Nessuno gli disse mai che il primo capitolo del libro del suo regno avrebbe per sempre, agli occhi dei posteri, recato in caratteri piccoli una nota a pié di pagina col nome di uno Zeng Jing.


Il testo di riferimento per questo articolo è uno splendido libro di Jonathan D. Spence, Il libro del tradimento, edito in Italia da Adelphi nel 2006. In esso, esposti in modo tanto chiaro quanto avvincente, il curioso lettore potrà trovare tutti i dettagli della storia di Zeng Jing, troppo lunga e articolata per essere esposta all’interno di un solo articolo.

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