Intersezioni

Lo zen e l’importanza del rito

«Che debbo dunque fare?» chiesi pensieroso.
«Imparare la giusta attesa».
«E come si impara?»
«Staccandosi da se stesso, lasciandosi dietro tanto decisamente se stesso e tutto ciò che è suo, che di lei non rimanga altro che una tensione senza intenzione»<
«Devo dunque spogliarmi intenzionalmente di ogni intenzione » mi scappò detto.
«Questo non me l’ha chiesto ancora nessun allievo e perciò non so la risposta giusta».
«E quando cominciamo questi nuovi esercizi?»
«Aspetti che sia l’ora!»

(Eugen Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco, Adelphi, Milano, 1975, p. 48)

A volte le cose che ti cambiano avvengono di notte. A volte sono incontri, amori, avvenimenti incredibili straordinari che ti lasciano il segno. Altre volte sono occasioni mancate, che poi guardi dopo tanto tempo, e ti accorgi che c’era un senso, e che magari è giusto che sia andata così. Ero reduce da una brutta serata, che mi aveva lasciato addosso insoddisfazione e malinconia, e nessuna voglia di dormire.

Ero ospite da un amico, e per nulla abituato al fragore e allo stridore dei tram alle quattro di mattina, alle auto e alle moto (quelle sono le peggiori, ronzano attraverso i vetri e te le senti nelle orecchie) e mi rigiravo su un cuscino troppo sottile pensando e ripensando. Poi mi sono alzato, ho notato nella penombra un minuscolo Adelphi verde acqua. Lo zen e il tiro con l’arco, di un tale Eugen Herrigel. Lo apro. Non mi ricordo esattamente quando sono andato a dormire, ma mi ricordo che da quel momento avevo un solo obiettivo: finire quel libro.

Arcieri giapponesi
Tre arcieri giapponesi, 1860 circa (Freer Gallery of Art and Arthur M. Sackler Gallery Archives)

Fino a quel momento, non mi ero mai occupato di Zen. Di taoismo sì, della Cina certamente, ma non avevo mai saltato quel braccio di mare che separa il Fiore di Mezzo dal Sol Levante. Il tiro con l’arco poi, era lontano mille miglia dal mio orizzonte. Forse è per questo che ho rizzato le antenne quando ho letto: «Per tiro con l’arco in senso tradizionale, che egli stima come arte e onora come retaggio, il giapponese non intende uno sport, ma, per strano che possa apparire, un rito[1]» Dell’importanza del rituale mi aveva già avvertito il buon Antoine de Saint-Exupéry:

«Che cos’è un rito?» disse il piccolo principe.
«Anche questa è una cosa da un po’ di tempo dimenticata» disse la volpe. «È quello che fa diverso un giorno dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza».

(Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, Bompiani, Milano, 1949/2012 p.38-39)

Il tiro con l’arco dunque per i giapponesi non è una pratica sportiva. È molto di più, è una metafora di vita. E’ una pratica mistica, un’arte senza arte, ma che esaurisce il suo essere nell’atto. Herrigel, professore di filosofia a Heidelberg, già da studente si occupava di mistica. Ma era rimasto deluso dall’impossibilità di poterla comprendere: essa si ergeva di fronte a lui come una rocca inespugnabile. Si convinse che l’unico modo di comprendere un mistico era di fare la sua stessa esperienza. Bisognava «diventare mistici». È per questo che, quando nel ’24 viene invitato a tenere dei corsi in Giappone, non si fa mancare l’occasione: ecco che si incuriosisce subito di come quella pratica apparentemente tanto distante dalla speculazione filosofica sia tanto importante presso i monaci zen. Decide di “prendere lezioni” da un monaco.

Kusakabe Kimbei, Samurai in armatura
Kusakabe Kimbei, Samurai in armatura

Siamo nel 1924. Nessun europeo si era mai occupato davvero di Zen. Nessuno aveva mai preso sul serio questa decisione. I tentativi di dissuadere Herrigel da questo proposito furono molti. Nonostante ciò, Herrigel fu irremmovibile. Si trattava di un grande esperimento non solo culturale, ma antropologico: dimostrare che si poteva avvicinarsi all’Altro, che si poteva non solo studiarlo, ma anche interagire con lui, imparare da lui fino a farsi cambiare, fin quasi ad assomigliargli.

Nel ’22 l’antropologo Malinowski aveva pubblicato i suoi Argonauti del Pacifico Occidentale, dove esponeva le sue idee sulla «osservazione partecipante», ovvero la necessità dello studioso di non limitarsi a osservare il popolo studiato, ma di interagire con esso. È così che Herrigel si lancia in un’opera da palombaro, immergendosi in una cultura completamente diversa dalla sua. E impara a mettere da parte tutti i suoi pregiudizi, tutti i suoi valori occidentali, impara a «fare il vuoto dentro di sé», come dicono i maestri zen, per assimilare i nuovi insegnamenti.

È attraverso il rito, la ripetizione di quegli atti apparentemente senza senso che si crea un legame (“religio” significa proprio questo) tra maestro e allievo, e tra allievo e il Tutto. Infatti l’obiettivo non è il centro del bersaglio: a quello Herrigel arriverà presto. Solo che scoprirà di dover rifare tutto daccapo; che aver fatto centro non significava niente. Bisognava fare centro nel bersaglio interiore; bisognava aver eseguito tutti  i movimenti nel giusto modo, e a mente sgombra. «Privarsi di ogni intenzione». Ovvero privarsi del Sé, dell’individuo. Nulla di più difficile per chi è professore di una filosofia nata con il «conosci te stesso» socratico. E invece questa è la storia di un esperimento (parzialmente) riuscito: Herrigel riesce ad avvicinarsi a quel mondo, e ci regala una storia incredibile, avvincente come un romanzo.

 


In copertina: Felice Beato, Samurai, Yokohama, 1864–65

27 anni, abita a Milano. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e gli effetti si vedono ancora. Si è rassegnato a includere l'arte tra le discipline umanistiche e non nel rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.