L’eterna leggenda di Zelda e Scott, due anime allo specchio

Ci stiamo avventurando con non poca apprensione negli Anni Venti del nuovo millennio e viene forse spontaneo guardare con ancora più nostalgia a quei “roaring twenties” di un secolo fa, raccontati in modo così sfavillante dai romanzi di Francis Scott Fitzgerald: Al di qua del paradiso venne pubblicato nel 1920, Belli e dannati nel 1922 e nel 1925 il celebre Il grande Gatsby. È questa l’opera che ha consacrato il suo autore nell’olimpo della letteratura, al punto che tutta la sua produzione precedente e successiva (Tenera è la notte fu terminato nel 1934) viene quasi dimenticata, come rischia di cadere nell’oblio anche l’unico romanzo scritto dalla moglie Zelda: Lasciami l’ultimo valzer (1932).

Personalmente ritengo Il grande Gatsby il libro meno autobiografico di Fitzgerald e credo sia proprio questo che ne ha garantito il successo duraturo: è una storia universale, dove l’eroe ha avuto successo nella vita ma ha perso la donna che ama e alla fine si toglie la vita, gesto tragico e al contempo riconosciuto nel mondo letterario come nobile. In tutti gli altri romanzi invece è più riconoscibile e anzi quasi esibita la vita reale condotta dalla coppia, intrisa di difficoltà e momenti oscuri che squarciano la patina dorata da cui erano celati.

Se analizziamo infatti i vari protagonisti maschili ci troviamo di fronte a uomini insicuri, indecisi, quasi degli inetti, spesso in gravi situazioni finanziarie causate dal tentativo di realizzare quella vita sfarzosa e spensierata propria del solo Gatsby. Un elemento ricorrente che li accomuna e che spesso viene sottovalutato è la guerra, mai descritta in modo diretto ma sempre presente in tutte le opere.

 

Scott e la guerra

Nel primo romanzo Amory Blaine parte per la Grande Guerra con lo scopo di distrarsi dopo una delusione amorosa: Fitzgerald scrive che la maggior parte dei giovani si imbarcavano per l’Europa spinti dalla noia o dalla curiosità, ma è bene ricordare che queste sono le parole di un uomo che non è mai stato in guerra. La sua vera esperienza personale è descritta nel secondo romanzo, dove vediamo il protagonista Anthony Patch passare da un campo di addestramento all’altro nel Sud degli Stati Uniti, fino a che, tornato di nuovo a New York nell’ottobre 1918, sta per salpare quando viene annunciato l’armistizio; le pagine in cui viene descritta l’euforia delirante per le strade della città sono così vivide che le immagini scorrono davanti ai nostri occhi.

Scott Fttizgerald nel 1918
Scott Fttizgerald nel 1918

Anche Gatsby parte per la guerra, ma come nel caso di Amory si tratta solo di una breve parentesi di cui non ci viene narrato nulla (forse proprio perché, in tutta coscienza, Fitzgerald non se la sente di descrivere in prima persona un evento così fondamentale e traumatico per milioni di giovani, che lui però non ha vissuto). Si intravede qualcosa in più invece in Tenera è la notte: Dick Diver è un medico e si trova in Svizzera per motivi di studio e ricerca. Viene pertanto arruolato in qualità di dottore, ma della guerra ci sono pochissimi frammenti: l’evento principale è la sua corrispondenza epistolare con Nicole, la ragazza che poi sposerà.

Un altro caso esemplare della reticenza e al tempo stesso dell’interesse dell’autore su questo argomento, dato che non riesce a non parlarne[1], si trova nel racconto Lo straordinario caso di Benjamin Button (la storia originale è ben diversa dal famoso film interpretato da Brad Pitt). Il protagonista combatte nella guerra ispano-americana di fine Ottocento, ma poi gli sarà negata la possibilità di arruolarsi proprio per la Prima Guerra Mondiale. Anche qui Fitzgerald tratteggia in modo sferzante l’ambiente dei campi di addestramento, fra generali e ufficiali invasati, che vivono in spasmodica attesa della gloria che potranno ottenere sul campo di battaglia, e invece uomini comuni di varie provenienze sociali che non hanno il minimo interesse nel trovarsi lì.

 

La vera Zelda

In ogni donna descritta da Fitzgerald c’è sempre qualcosa di Zelda: ragazze bellissime che incarnano un ideale, ma che sotto la facciata di apparente perfezione si rivelano fragili e insicure[2], al pari degli uomini che stanno loro accanto. Se però la Daisy amata da Gatsby è un oggetto del desiderio quasi irraggiungibile, la donna di un altro da conquistare e trasformare in amante, nelle altre opere di Fitzgerald invece la figura femminile è sempre la moglie: un ruolo ben diverso, che permette quindi all’autore di mostrare tutte le fatiche e gli scontri che caratterizzano la quotidianità di un rapporto a due dopo il matrimonio. Scott prova a fissare sulla carta la sua compagna di vita cogliendone ogni sfumatura e restituendoci di volta in volta aspetti nascosti del suo carattere, del suo atteggiamento, dei suoi pensieri. Ma non è mai la vera Zelda, è solo un’immagine riflessa attraverso il suo sguardo.

La più autentica rappresentazione di Zelda è proprio quella che traccia lei stessa nella sua opera semi-autobiografica; una storia che sembra seguire a distanza il percorso letterario svolto dal marito, rispondendo punto su punto a ciò che lui ha narrato di loro e raccontando la sua versione dei fatti. Si discosta dalla realtà solo nel finale, quando all’esperienza dolorosa degli ospedali psichiatrici si sostituisce un sogno, il vagheggiamento di un’evasione impossibile, di un’emancipazione dal marito in cerca della propria identità.

Una piccola curiosità

In Belli e dannati la protagonista Gloria Gilbert afferma di avere una particolare preferenza per quei nomi che, come il suo, iniziano con la medesima lettera del cognome; si tratta in effetti di un vezzo ricorrente proprio dell’autore: lo riconosciamo ad esempio nei già citati Benjamin Button, Dick Diver (e anche Gatsby, che è Great), Judy Jones del racconto Sogni d’inverno e oltretutto proprio Francis S. Fitzgerald stesso.

 

Due consigli per voi

Per capire i Fitzgerald occorre leggere i Fitzgerald, non c’è altro da dire: chi meglio di loro, attraverso le loro opere, può raccontarci il loro mondo, soprattutto quello interiore? Tuttavia, se questi personaggi vi incuriosiscono, non vi consiglierò approfondite monografie critiche, ma due diversi approcci narrativi.

Il primo è comunque un libro: in Ogni storia è una storia d’amore (2017) Alessandro D’Avenia dedica un capitolo proprio a Zelda, provando a immaginare i pensieri più intimi di una donna davvero straordinaria che visse accanto a (anzi, purtroppo un po’ all’ombra di) un uomo altrettanto geniale, ma al contempo, come lei, anche troppo fragile. Il volume inoltre è un’ottima occasione per scoprire tante altre figure femminili che la storia ha relegato al passivo ruolo di mogli, muse, compagne silenziose, ma che hanno invece molto da raccontare.

Il secondo invece è la miniserie televisiva Z The beginning of everything, che presenta l’inizio del rapporto fra Zelda e Scott mescolando verità e finzione in modo impercettibile; l’unica sua pecca è quella di essere stata interrotta al termine della prima stagione. Ma forse è meglio così: sullo schermo ci sono solo due giovani innamorati, pieni di sogni e di speranze per il futuro; intravediamo appena in lontananza le burrasche che arriveranno, ma possiamo provare a cullarci nell’illusione che tutto andrà bene, che quell’epoca scintillante non si spegnerà mai, proprio come la loro leggenda.

 


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Erica Maria Rinaldi

Classe 1993, sono cresciuta a Novara dove ho frequentato il liceo classico, poi mi sono trasferita a Pavia per studiare Lettere e mi sono laureata in Filologia Moderna con una tesi su Mario Pomilio; amo leggere (ovviamente, sennò che ci starei a fare qui), mangiare, vedere film e quando possibile spettacoli teatrali, fare sport ed essere estremamente pigra a fasi alterne. Il mio motto: Il mondo è bello perché è vario!