La galleria degli orrori di Yuan Mei

Quattro erano le cose di cui, secondo la tradizione, Confucio non parlava mai: ribellioni e atti d’ardimento, prodigi e spiriti. Le une ripugnavano al suo senso dell’ordine e della gerarchia, le altre al suo pragmatismo. A un discepolo che gli domandava come bisognasse servire gli spiriti, Confucio rispondeva: «Non sai ancora servire gli uomini, come puoi servire gli spiriti?» Allo stesso discepolo che insisteva, chiedendogli cosa ci fosse da sapere riguardo alla morte, Confucio tornava a rispondere: «Non comprendi ancora la vita, come puoi comprendere la morte?» Non è che di queste quattro cose il Maestro si prendesse gioco, non è che rifiutasse di pensarci o di considerarne l’esistenza; il Maestro, semplicemente, non ne parlava[1].

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Sulle abitudini dell’antico maestro, benché vivesse duemila e passa anni dopo di lui, Yuan Mei era bene informato: le aveva memorizzate da ragazzino, insieme agli altri precetti dell’etica confuciana, come facevano tutti i giovani cinesi desiderosi di ritagliarsi un giorno uno spazio all’interno dell’amministrazione imperiale. Quello spazio, Yuan se l’era ritagliato senza grossi problemi, ma dopo soltanto qualche anno di servizio aveva cominciato a rendersi conto che ehi, la vita del burocrate non era proprio un campo in cui il grano della soddisfazione si mietesse a manciate. Chi l’avrebbe mai detto, signor Yuan.

Nel 1747, all’età di appena trentun anni, un frustrato Yuan Mei risolveva di lasciarsi alle spalle una reputazione di funzionario onesto, clemente e incorruttibile. Si ritirò con la famiglia in un magnifico giardino, da lui acquistato e fatto restaurare, appena fuori dalle mura della città di Nanchino: in quel luogo magico, circondato dall’affetto di colti amici letterati (ne aveva tanti), di familiari e concubine (ne aveva tante), avrebbe trascorso tutti i restanti anni di una lunghissima vita. Si sarebbe guadagnato la fama di uomo di lettere, ben più invidiabile, per lui, di quella che anche la più folgorante carriera politica avrebbe potuto procurargli. Quando la morte lo colse, nel 1798, era ormai diventato il poeta più famoso dell’impero: ammirato da molti per la freschezza e l’originalità dei suoi versi, disprezzato da altri per il suo prendersi gioco di ogni convenzione, il nome di Yuan Mei del Giardino dell’Armonia non era però sconosciuto a nessuno.

A ben guardare, nell’oceano della produzione letteraria di Yuan Mei, la pura e semplice prosa narrativa entrerebbe comodamente nello spazio di un bicchiere. Furono i suoi versi a conquistargli la stima dei contemporanei e, su un piano più pratico, a permettergli di racimolare quel denaro che destinava, in parti nettamente diseguali, al suo sostentamento e al suo capriccio. Anche quando scriveva in prosa, lo faceva in realtà per parlare di poesia; le sue opere di critica letteraria erano assai note per la grazia del loro stile, ma anche per l’audacia delle opinioni che vi erano espresse. I detrattori di Yuan Mei gli rimproveravano un’eccessiva disinvoltura nelle faccende morali, per lui, invero, del tutto secondarie rispetto all’efficacia stilistica e a una sincera spontaneità nella scelta dei contenuti. Il letterato Zhang Xuecheng, grande filosofo e grande rompiscatole, addirittura lo accusava di aver corrotto intere generazioni di poeti col suo cattivo giudizio:

Calunniava i poeti e la poesia,
lasciando al buio i propri successori;
Questo pazzo convinse tutti quanti
a parlare d’amore e sentimenti.
Le api e le farfalle sugli alberi fioriti
mossi dal vento della primavera,
Escono tutte dalle male arti
del Giardino dell’Armonia[2].

Confucio
Confucio

Ora, benché evidentemente impegnatissimo a produrre api e farfalle a secchiate col mezzo della negromanzia, Yuan Mei era un uomo provvisto di tempo libero. Uno dei suoi metodi preferiti per riempirlo era quello di farsi raccontare storie, storie di tutti i generi, ma soprattutto storie di fantasmi: uno dei suoi biografi riferisce di come il poeta avesse stretto amicizia con un letterato dalla fantasia sfrenata, tale Zhao Xuemin, e di come si perdesse per ore ad ascoltarne i voli d’ingegno tra una coppa di vino e l’altra. Raccolto che ebbe un buon numero di favole antiche e nuove, di mostri e di draghi, di morti e di spettri, Yuan Mei giudicò un tale patrimonio troppo ricco per la curiosità di una persona sola. Decise quindi di darlo alle stampe, legando una volta per tutte il proprio nome a quella che sarebbe diventata una delle raccolte di narrativa fantastica più famose della storia della Cina: lo Zibuyu, ossia “le cose di cui il Maestro non parlava”.

Per immaginare quale effetto sortisse un titolo di questo tipo sulla sensibilità dei benpensanti dell’epoca, figuratevi un sexy shop nella Città del Vaticano, con un’insegna che prometta all’interno “tutte le cose di cui san Paolo non parlava”. Il pensiero di Confucio, benché imbastardito da secoli di dibattiti e speculazioni, costituiva ancora alla fine del Settecento la vera ossatura ideologica del Celeste Impero. Scrivere un libro di bassa narrativa, per il solo scopo d’intrattenere un pubblico, e consacrarlo a tutte quelle cose di cui il Maestro, quand’era in vita, si era rifiutato di parlare, costituiva per i censori un atto di audacia difficile da inghiottire. Ma Yuan Mei, il serafico Yuan Mei, del loro borbottare si curava probabilmente assai poco; e se oggi, per noi, sarebbe del tutto fuori luogo leggere nel titolo del suo libro un gesto di disprezzo nei confronti di Confucio, è però difficile credere che nell’inventarlo il signor Yuan non abbia ceduto, per un attimo, al richiamo di un’innocua provocazione[3].

Lo Zibuyu consta di settecentoquarantasei storie, tutte all’insegna del meraviglioso e del fantastico, buttate giù sulla carta in un ordine affatto casuale. Confucio, in uno scambio di battute col discepolo Zengzi, gli aveva una volta rivelato che attraverso tutti i suoi insegnamenti correva un unico filo conduttore; nel caso della raccolta di Yuan Mei, in un comico rovesciamento, l’unico filo che lega i racconti è la volontà di stupire, di spaventare, d’incantare il lettore, e proprio attraverso quel genere di discorsi che Confucio avrebbe invece bandito dalle proprie conversazioni. Alcune di queste storie non sono in realtà che brevi annotazioni, del tipo che in Europa avremmo trovato in qualsiasi collezione di mirabilia composta prima dell’età moderna. A questa categoria appartiene, per esempio, il resoconto della cattura di un’enorme tartaruga di fiume, colpevole di aver divorato la concubina favorita del funzionario Bai Li:

Era così pesante che persino alcune dozzine di uomini si dimostrarono incapaci di tirarla fuori dal fiume. Alla fine dovettero legarla con una fune a una grossa macina, messa in moto da quattro bufali d’acqua. Riuscirono finalmente a trascinarla sulla sponda: la sua testa era grande quanto una ruota. […] Il guscio della tartaruga era lungo parecchi zhang e duro come il ferro. A Li dispiaceva che fosse gettato via, quindi ordinò ai suoi uomini di costruire un padiglione utilizzando il guscio a mo’ di coprimuro: brillava quanto una parete di vetro colorato. Oggi il padiglione si trova ancora ai margini della strada che conduce alla porta Chaoyang di Zhenjiang.

(Zibuyu XVII, 2[4])

Ogata Gekko, Mizuenoe no Urashima cavalca una tartaruga con coda fluente, 1887
Ogata Gekko, Mizuenoe no Urashima cavalca una tartaruga con coda fluente, 1887

C’è da dire che molte di queste storie, che tanto impressionavano gli antichi cinesi, oggi hanno perso gran parte del loro impatto, in un mondo che non crede più ai draghi né agli dèi. È però sempre interessante osservare come, in alcuni casi, il loro autore sembri essersi divertito a utilizzarle come veicolo per la trasmissione di un proprio desiderio, o di una propria convinzione personale. Yuan Mei, per quanto ne sappiamo, amava studiare circondato da amici con cui discutere le proprie opinioni; ed ecco che in uno dei suoi racconti, uno studente solitario stringe un’improbabile ma bellissima amicizia con un gruppo di statue, che hanno mille cose da insegnargli a proposito dell’antichità cinese (XII, 4).

Yuan Mei mostrava anche un’ampia tolleranza in fatto di sessualità, come la storia del Tempio dei Due Fiori sembra chiaramente suggerire: in essa, il giovane studente Cai intreccia una relazione con un avvenente coetaneo, ma entrambi vengono stuprati e uccisi da un criminale del luogo. Gli abitanti del loro villaggio, che li conoscevano bene, decidono di erigere un tempio in onore dei due amanti, ma un severo magistrato lo fa radere al suolo perché simbolo di un’illecita lussuria. Ma quando poi l’uomo si addormenta, i due ragazzi gli appaiono in sogno, sgridandolo per l’ipocrisia di una falsa virtù che lo spinge a criticare la condotta di vita di due persone che nemmeno conosce, ma che non gli aveva impedito di lasciarsi corrompere in più di una circostanza da qualche generosa bustarella (XXIII, 12).

D’altronde, che la morale del tempo in fatto di rapporti fra i sessi non andasse particolarmente a genio a Yuan Mei, è ampiamente dimostrato dalla sua stessa condotta di vita. Convintissimo promotore del talento femminile, Yuan strinse attorno a sé nel Giardino dell’Armonia una nutrita schiera di discepole, tra le quali si annoverano alcune tra le più famose poetesse dell’epoca. Si occupò in prima persona dell’educazione di figlie, nipoti e concubine, offrendosi con vivo entusiasmo di pubblicare i loro versi nelle proprie antologie poetiche. Anche nello Zibuyu, e in più di un passo, si colgono i riflessi di quest’attitudine generale, quando l’intervento divino provvede a raddrizzare i torti di giovani donne, serve e prostitute uccise o maltrattate nel segreto delle loro stanze. Benché non si possa davvero trasformare Yuan Mei in un campione anacronistico della completa parità tra i sessi, alcune delle sue opinioni in tal senso non possono non destare una certa simpatia, nell’animo del moderno lettore.

Bene. Abbiamo parlato di storie curiose, di storie di statue parlanti e di miracoli, ma c’è un’ulteriore categoria di storie che, nel prendere in mano lo Zibuyu, è forse destinata a sconcertare il lettore più di tutte le altre: quella delle storie di fantasmi che, anche a distanza di tre secoli, riescono ancora a fargli davvero paura. Abbiamo già visto come certi racconti nel libro di Yuan abbiano smarrito, con l’andare degli anni, una gran parte del loro potere; è molto difficile che un lettore del secolo ventunesimo secolo si lasci ancora spaventare dall’idea di un drago infuriato, forse perché, al contrario di un antico cinese, è perfettamente convinto che i draghi non esistano. La morte invece esiste ancora per tutti, e si tira ancora dietro certe disturbanti immagini di scheletri, spettri e fantasmi arrabbiati che anche il più fanatico razionalismo non riesce del tutto a cancellare.

Utagawa Kuniyoshi, Il ragno del Mondo e i suoi demoni tormentano Raiko
Utagawa Kuniyoshi, Il ragno del Mondo e i suoi demoni tormentano Raiko

Sun Junshou, della città di Changshu, aveva un’indole davvero crudele e perversa: si divertiva a insultare gli dèi e a disprezzare gli spiriti. Un giorno, mentre passeggiava sulle colline in compagnia di alcuni amici, Junshou avvertì un movimento dell’intestino e cercò un luogo in cui liberarsi il ventre. Allora, per puro divertimento, prese un teschio da un vecchio cimitero in rovina, vi si accucciò sopra e si scaricò nella sua apertura, chiedendogli intanto: «Com’è, buono?» Il teschio spalancò la bocca. «Buono», rispose. Junshou sfrecciò via, in preda al terrore, ma il teschio cominciò a rotolare sul terreno come la ruota di un carro e si mise a inseguirlo. Solo quando, finalmente, Junshou raggiunse un ponte, il teschio non riuscì a salirci sopra. Allora Junshou continuò a salire fino a un punto più alto e si mise a osservare il teschio da una posizione più sicura. Lo vide che se ne tornava al luogo in cui l’aveva raccolto. Quando poi Junshou fece ritorno a casa, la sua faccia si coprì di un pallore mortale e lui cadde malato. Ogni volta che defecava, raccoglieva i suoi escrementi e se li mangiava; nel frattempo, parlando con se stesso, continuava a urlare: «Com’è, buono?» Subito dopo aver concluso il pasto, si scaricava di nuovo il ventre e tornava a inghiottire le proprie feci. Morì tre giorni dopo.

(I, 8)

 

L’immagine stavolta non desta meraviglia, ma schifo e orrore. Perché? Perché i protagonisti di questa storia non hanno nulla di davvero impossibile, nella loro rappresentazione. Sun Junshou è un bulletto da strada, il teschio è un teschio. Non è un mostro dai mille occhi, non è un drago sputafuoco. E non punisce l’empietà di Junshou con un fulmine o con l’apertura di una voragine, ma in un modo tanto disturbante quanto oscenamente umano. Molti dei fantasmi di Yuan Mei non colpiscono per un aspetto particolarmente orrendo, e quindi facile da scartare come un’evidente creazione della fantasia; anzi, entrano in scena vestiti di una specie di normalità distorta, che li porta a presentarsi come un dettaglio fuori posto all’interno di un quadro umano tutto sommato plausibile: la donna scarmigliata dal volto sanguinolento, con una corda in mano, che minaccia il povero studioso Zhou Ruoxu (VI, 15); una combriccola di cinque uomini ciechi, con un occhio solo per tutti quanti (IX, 3); un uomo vestito di bianco, che si aggira di notte nella casa di un magistrato gesticolando in silenzio come un folle (I, 19). E poi, in alcuni casi, ciò che risveglia nel lettore il sentimento di una vaga e indistinta inquietudine non è quello che la storia gli dice, ma anzi, proprio quello che preferisce nascondergli:

Zhou Daofeng di Yuezhou fu nominato prefetto di Longzhou, nello Shaanxi, perché i suoi antenati erano morti per la patria. Quando si insediò negli uffici governativi fece, com’era consuetudine, un giro d’ispezione nelle prigioni. Lì trovò una scatola di pietra, che misurava un chi di lunghezza ed era ben chiusa. Zhou avrebbe voluto aprirla per dare un’occhiata al contenuto, ma l’ufficiale responsabile della prigione si oppose con fermezza […]. Zhou però era molto testardo, e volle aprirla a ogni costo per vedere cosa contenesse; ordinò quindi all’ufficiale delle prigioni di forzare la scatola. All’interno c’era la metà di un ritratto. L’uomo che vi compariva era nudo, sporco di sangue su tutto il corpo; i suoi tratti facciali erano distorti. Tutti i presenti avvertirono un soffio d’aria fredda sui loro volti. Zhou non aveva ancora fatto in tempo a esaminare l’immagine con attenzione, quando un debole miasma sulfureo uscì dallo scrigno e bruciò il ritratto. Le sue ceneri si sollevarono in aria e scomparvero alla vista. Zhou ne fu così sconvolto che si ammalò, e infine morì a Longzhou. Nessuno fu mai in grado di dire che tipo di creatura mostruosa avesse causato tutto questo.

(I, 29)

Rispetto a una normale figura di mostro o di fantasma, l’immagine di un corpo umano nudo e lordo di sangue, dal volto sfigurato, possiede tutt’altra carica emotiva: chi era quell’uomo? perché il suo ritratto era in quella scatola? quale maledizione era stata scagliata su di lui? si domanda lo stranito lettore, ma non ottiene risposta.

The Phantom of Oiwa (late 19th–early 20th century
Il fantasma di Oiwa (tardo XIX secolo – inizio XX secolo)

Molti sforzi sono stati fatti per fornire alle storie dello Zibuyu una cornice di commento. Leggendo tra le righe di queste stranezze, si possono effettivamente ricavare preziose informazioni sul tipo di società che le ha partorite: le superstizioni, i sogni, i timori, le passioni della Cina imperiale colorano le novelle di questa eterogenea raccolta dalla prima all’ultima pagina. Ma anche per il lettore che si accosta al suo libro per lo spazio di una sera, senza un particolare interesse accademico, Yuan Mei imbandisce comunque il proprio banchetto, fatto di tutti i cibi più adatti per nutrire un’immaginazione fertile e sconfinata quanto la sua. E bisogna credere che fosse questo amore per le storie e per i libri che le raccontano, al di là di ogni speculazione, la vera forza che animava il suo pennello, come lui stesso ebbe a confessare:

L’amore per le belle donne si addice ai giovani, quello per il cibo si addice agli affamati; l’amicizia è per coloro che condividono i medesimi interessi e aspirazioni; i viaggi sono fatti per le giornate di bel tempo, mentre l’interesse per l’arredamento delle case, i fiori, le rocce o gli oggetti d’antiquariato si affievolisce col passare del tempo: dopo un primo momento di passione, la gente finisce per stancarsi di cose simili. I libri invece sono diversi. Ti accompagnano quando sei giovane e quando sei vecchio, quando sei sano e quando sei malato, quando hai fame e quando hai freddo, quando fuori piove o tira vento. E il tuo amore per i libri non ha mai fine, perciò è normale che abbia la meglio su qualunque altra passione[5].

 

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Tutte le traduzioni dallo Zibuyu di Yuan Mei all’interno dell’articolo sono mie, basate sulla versione inglese di Paolo Santangelo e Yan Beiwen (a cura di), Zibuyu, “What The Master Would Not Discuss”, according to Yuan Mei (1716-1798): A Collection of Supernatural Stories (2 vv.), ed. Brill, Leiden 2013. Lo studio più completo sulla figura di Yuan Mei in lingua occidentale è quello di J.D. Schmidt, Harmony Garden – The Life, Literary Criticism, and Poetry of Yuan Mei (1716-1798), ed. Routledge, New York 2013, che ho consultato per la biografia del poeta.

In copertina: Tsukioka Yoshitoshi, Teschio di demone e Takagi Umanosuke.  (Sì… le illustrazioni sono quasi esclusivamente di origine giapponese: ciò potrebbe risultare un tantino filologicamente scorretto… ehm, ci piacevano troppo. Portate pazienza e godetevi questi magnifici spettri nipponici)

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Federico Franchin

È nato a Monza nel 1991 e da allora vive a Senago, nel Milanese. Cresciuto in mezzo ai libri, ha una spiccata tendenza ad interessarsi a scrittori e musicisti giudicati minori o semisconosciuti, convinto com'è che anche a loro faccia piacere sentir pronunciare il proprio nome, ogni tanto.