Yan Ying, Il filosofo che non ci stava

Utagawa Kuniyoshi

Il Trono di Spade, Chinese Edition – III

 

Nella Cina del 544 avanti Cristo, tre anni dopo essere salito al trono dello stato di Qi, il duca Jing sale al trono dello stato di Qi.

Non si tratta di un paradosso temporale, ma di un semplice dato di fatto: come abbiamo visto nell’ultimo articolo, da quando il precedente sovrano era stato assassinato e il perfido ministro Cui Zhu si era impadronito del potere, il duca Jing aveva esercitato sui propri sudditi un’autorità puramente formale. Ora che una serie di beghe interne aveva causato la morte violenta di tutti i responsabili del complotto ordito contro la sua famiglia, il nuovo duca poteva finalmente tornare a presentarsi agli abitanti di Qi come il reale e incontestato capo del governo. Giusto?

No.

La verità era che, nel corso dell’ultimo decennio, le sconfitte in battaglia e l’esuberanza sessuale dei predecessori del duca Jing avevano già reso la casa ducale piuttosto vulnerabile; ora, il fatto che un pugno di ministri corrotti fosse riuscito per tre anni ad amministrare il paese per conto proprio, l’aveva resa sostituibile. In un contesto simile, se un uomo inesperto del mondo come il nostro duca si fosse ostinato a governare di testa propria affidandosi soltanto al volatile sostegno dell’aristocrazia, sarebbe stato probabilmente rovesciato nel giro di pochi anni. Gli dèi della Cina tuttavia, ai quali gli imbranati dovevano risultare simpatici, stavolta guardarono giù dal cielo e decisero di mandare un loro uomo a bussare alla porta del duca: un uomo che si chiamava Yan Ying.

Dopo la morte del duca Zhuang di Qi, come abbiamo visto nella prima parte della nostra storia, il suo consigliere Yan Ying è riuscito a tenersi le spalle coperte evitando di compromettersi con il regime instaurato dagli usurpatori del trono ducale. Ora che in qualche modo le acque si sono calmate, il saggio filosofo rientra in scena per mettere la sua pluriennale esperienza al servizio del legittimo signore del paese. Dio solo sa quanto il duca Jing ne abbia bisogno: accolto con gioia alla corte ducale, Yan Ying viene immediatamente reintegrato nei ranghi e onorato della carica di primo ministro.

Ora, benché il duca Jing sia troppo impegnato a lucidare il ritrovato scettro per darsene pensiero, la sua credibilità dal punto di vista politico è ancora ai minimi storici: con gli occhi di tutto il paese puntati sulla corte, la prima preoccupazione del duca dovrebbe essere quella di imporsi ai propri sudditi come un uomo forte, deciso e dotato di un vero senso dello stato. È quindi un vero peccato che, a conti fatti, il duca Jing non possieda nessuna di queste qualità.

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Yan Jing
Yan Ying

La principale fonte di cui disponiamo per ripercorrere la carriera di Yan Ying e la storia dei suoi rapporti col duca è lo Yanzi Chunqiu (Primavere e Autunni del Maestro Yan)[1], uno dei testi più straordinari della letteratura cinese antica. Dai numerosissimi aneddoti che lo compongono emerge una curiosa figura di ministro, conservatore e un po’ moralista, ma amatissimo dagli abitanti del paese e dotato di un incredibile senso pratico. Per farci un’idea del suo pensiero, possiamo dire che il Maestro Yan avrebbe sottoscritto senza esitazione la massima di un pensatore vissuto un paio di secoli dopo di lui, l’ormai dimenticato Shen Dao:

La carica di imperatore è stata istituita per servire l’impero: l’impero non è nato per servire l’imperatore. I titoli nobiliari sono stati istituiti per servire lo stato: lo stato non è nato per servire i nobili[2].

Shen Dao, che è un cinico, parla di “stato” e non di “sudditi”: per lui la sopravvivenza dello stato in quanto entità politica e territoriale è in qualche modo più importante rispetto a quella dei suoi abitanti. Per il Maestro Yan, invece, il compito del signore di un paese è proprio quello di garantire il benessere dei suoi abitanti, che solo dopo aver visto soddisfatti i loro bisogni primari vengono messi in condizione di assicurare a loro volta le prerogative del sovrano.

Ora, il duca Jing descritto dai racconti dello Yanzi Chunqiu non è una persona cattiva. È però una sorta di bamboccio ingenuo e irresponsabile, frustrato dall’essersi visto contendere il trono per tre lunghi anni e deciso a recuperare il tempo perduto spassandosela il più possibile. Incurante dei doveri imposti dalla propria carica, preferisce trascorrere le giornate in preda ai fumi dell’alcol circondato da uno stuolo adorante di concubine poco vestite; ogni eventuale seccatura legata all’amministrazione del paese viene da lui sbrigativamente risolta coi quattrini o con la mannaia. Non è un caso, in fondo, che ogni capitolo dello Yanzi sia introdotto da titoli come Il duca Jing si ubriacò ed ebbe un doposbronza lungo tre giorni”, “Il duca Jing indossava una pelliccia di volpe bianca e non sapeva che in inverno facesse freddo”, “Il duca Jing bevve del vino e, non provando alcuna compassione per le vittime di un disastro, si circondò di cantanti”.

Costretto ad avere a che fare con un simile disastro d’uomo, più di un consigliere assennato avrebbe avuto ogni ragione per gettare la spugna e ritirarsi in campagna a coltivare begonie. Non così il Maestro Yan, che invece sente gravare sulle proprie spalle l’onere di tutte le responsabilità che il duca Jing preferisce far finta di non vedere. Questo lo mette in una posizione scomoda, perché sprovvisto com’è di ogni appiglio legale per opporsi alle stravaganze del proprio signore, il primo ministro ha in realtà a disposizione un’unica arma: la parola. Tutto ciò che Yan Ying può fare per richiamare il duca ai suoi doveri è cercare di manovrarlo a suon di discorsi, con il ragionamento o con l’inganno, senza però dargli l’impressione di star violando i suoi diritti fondamentali di sovrano.

Si tratta di un gioco sottile e pericolosissimo che lo Yanzi Chunqiu si compiace di descrivere sin nei minimi dettagli, squadernando con diligenza le centinaia di occasioni in cui il Maestro Yan è costretto a presentare le proprie rimostranze a un duca alcolizzato, capriccioso e con la testa fra le nuvole. Chiunque legga quel libro, inoltre, è sempre invitato a tenere a mente un dettaglio fondamentale: ogni volta che Yan Ying apre bocca per criticarlo, il duca Jing sarebbe legalmente in possesso di tutta l’autorità per fargli spiccare la testa dal busto.

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Thomas Allom, George Newenham Wright, L'impero cinese illustrato, 1840-45
Thomas Allom, George Newenham Wright, L’impero cinese illustrato, 1840-45

Per cercare di capire le dinamiche interne della corte ducale, il seguente aneddoto può essere un buon punto di partenza:

Il duca Jing era un bellissimo uomo, e un giorno ci fu un ‘raccoglitore di piume’ che lo offese rivolgendogli uno sguardo. Sua Signoria disse agli uomini del proprio seguito: «Chiedetegli perché abbia voluto recarmi offesa guardandomi in quel modo». Il raccoglitore di piume rispose: «Se vi rispondo, voi mi farete uccidere; se non vi rispondo, voi mi farete uccidere in ogni caso. Penso che voi, Altezza, siate un uomo molto attraente». Sua Signoria disse: «Stai lodando il mio aspetto? Che quest’uomo sia messo a morte!»

La situazione, per quanto oggi possa sembrarci tragicomica, non ha nulla di sbagliato per la mentalità dell’epoca. Un “raccoglitore di piume”, un ufficiale di infimo rango, osa confessare di essere fisicamente attratto dal proprio signore: si tratta di un’infrazione del protocollo di corte, in quanto sembra voler stabilire un rapporto di parità tra un sovrano assoluto e l’ultimo dei suoi servi. Il duca Jing, offeso da una tale manifestazione di familiarità, ordina che il colpevole sia punito per la sua insolenza. Puntuale come una cambiale, ecco però che entra in scena il Maestro Yan:

[Il Maestro Yan] disse: «Ho sentito dire che vi siete arrabbiato con un raccoglitore di piume». Sua Signoria disse: «Esatto. Dice che mi trova sessualmente attraente e voglio farlo uccidere». Il Maestro Yan commentò: «Ho sentito dire che la repressione dei propri desideri porta ad allontanarsi dalla Via, e che il recarsi a offesa l’amore di un’altra persona è di cattivo auspicio. Anche se quell’uomo vi trova attraente, mio signore, in base alla legge non sarebbe appropriato ucciderlo». «Cosa? Dite sul serio?» esclamò il duca, «Allora dovrei chiedergli di fare le abluzioni rituali, e poi potrà abbracciarmi![3]»

La “legge” cui fa riferimento il Maestro Yan non è la legge dello stato che, come abbiamo visto, in realtà avrebbe dato ragione al duca Jing. Si tratta invece della legge del dao, della Via, della natura umana, in base alla quale far fuori qualcuno perché ha dato voce a un proprio sentimento è perverso, inumano e – cosa più importante in quel contesto – sostanzialmente inutile alla corretta amministrazione di un paese.

Nella risposta finale del duca, inoltre, possiamo leggere tutto il suo carattere. Le sue parole sembrano suggerire che, lungi dal disprezzare le attenzioni del giovane raccoglitore di piume, egli avrebbe corrisposto alla sua familiarità con un certo entusiasmo, se non vi avesse visto una sfida alla propria autorità. Nello Yanzi Chunqiu, il problema di tutti coloro che interagiscono con il duca Jing è esattamente questo: per essere ascoltati, devono far sì che le loro affermazioni non gettino alcuna ombra di noia sull’eterna festa di questo bambino di quarant’anni.

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Thomas Allom, L'impero cinese illustrato, 1840-45
Thomas Allom, L’impero cinese illustrato, 1840-45

Il Maestro Yan, che sa quanto sia pericoloso rompere il ritmo del suo imperatore[4], cerca quando può di rabberciare le falle amministrative del paese di Qi pagando di tasca propria. L’erudito Liu Xiang, cui dobbiamo l’edizione dello Yanzi Chunqiu come lo conosciamo oggi, racconta che «tra coloro che erano in rapporti con lui c’erano più di cinquecento famiglie che facevano affidamento sul suo salario per acquistare cibo e abiti, e c’erano ancor più cavalieri in miseria che si rivolgevano a lui per le loro necessità quotidiane. Il Maestro Yan indossava abiti fatti di tessuto grezzo e una pelle di cervo a mo’ di mantello, e viaggiava a bordo di un carro squinternato trainato da ronzini: questo perché divideva tutto il suo salario tra amici e familiari[5]».

Quando proprio non può farne a meno, Yan Ying protesta. Il ricco campionario della sua retorica, unito all’enorme rispetto che il duca nutre nei suoi confronti, gli consente di averla sempre vinta. Gli aneddoti dello Yanzi ce lo presentano sempre in azione, impegnato a fare le proprie rimostranze al duca Jing per questa o quella ingiustizia, per questa o quella gaffe, per questa o quella infrazione del protocollo. Quando ci sono di mezzo la rispettabilità del suo signore e la salute dei suoi compaesani il primo ministro non si tira mai indietro, ricorrendo di volta in volta all’induzione del senso di colpa…

Il duca Jing vide un bambino che chiedeva la carità sul ciglio della strada. Sua Signoria disse: «Quel bimbo, non ce l’ha un posto dove andare?» «Mio signore,» disse il Maestro Yan, «finché voi siete vivo come fa a non avere un posto dove andare?[6]»

Al sarcasmo…

Il duca Jing vide una cometa in sogno. Il giorno seguente fece chiamare il Maestro Yan e gliene chiese la spiegazione: «Ho sentito dire che se una cometa appare, significa che il paese sta per essere distrutto. La scorsa notte ho sognato di vedere una cometa, perciò adesso vorrei chiamare un interprete di sogni e ordinargli di compiere un rito di divinazione al riguardo». Il Maestro Yan rispose: «Voi vivete in un palazzo estremamente lussuoso, i vostri abiti e il vostro cibo sono molto cari. Non prestate mai orecchio alle giuste rimostranze, vi lanciate in lavori di costruzione senza fine, imponete tasse su tasse e fate sudare il vostro popolo come se non ci fosse un domani. Tutti vi odiano. Nei vostri sogni dovreste vedere le supernove, altro che le comete![7]»

Thomas Allom, George Newenham Wright, L'impero cinese illustrato, 1840-45
Thomas Allom, George Newenham Wright, L’impero cinese illustrato, 1840-45

O ad altre finezze meno convenzionali:

“Il duca Jing aveva al suo servizio un uomo incaricato di occuparsi del suo cavallo preferito, ma l’animale morì improvvisamente e il duca montò su tutte le furie; ordinò quindi ai suoi uomini di sfoderare le spade e di uccidere l’uomo che si era preso cura di lui. […] Il Maestro Yan disse: «Quest’uomo non sa nemmeno quali crimini meritevoli di morte abbia commesso. Permettetemi di elencarglieli al posto di Vostra Altezza, così che possa conoscere le proprie colpe prima di finire in prigione». «Fate pure», disse il duca. Il Maestro Yan cominciò il suo elenco dicendo: «Hai commesso tre colpe. Il tuo signore ti ha assunto per badare al suo cavallo, ma tu l’hai lasciato morire; questo è il primo dei tuoi crimini meritevoli di morte. Il cavallo che hai ucciso era il favorito del duca; questo è il secondo dei tuoi crimini. Inoltre, tu hai creato una situazione in cui Sua Signoria sta per uccidere qualcuno a causa di un cavallo. Quando il popolo verrà a saperlo, tutti odieranno il nostro signore […]; questo è il terzo dei tuoi crimini. E ora puoi andartene in galera». Il duca mandò un gran sospiro e disse: «Lasciatelo andare! Lasciatelo andare! […][8]»

Per quanto oggi sia molto facile dir male del duca Jing, torna senza dubbio a suo onore il fatto che in ciascuno di questi casi abbia deciso di dare ascolto a chi lo criticava tanto duramente, invece di farlo uccidere come sarebbe stato più pratico – ma meno lungimirante – fare.

***

Quando il Maestro Yan morì, nell’anno 500 avanti Cristo, il duca Jing lo pianse come un padre. Arrivò persino al punto di onorare la sua salma appoggiandovi sopra il proprio disco di giada, uno dei simboli del potere assoluto. Il Maestro Zhang, un altro dei suoi ministri, gli fece notare che il suo gesto costituiva una violazione delle norme rituali, al che il duca sbottò: «E perché dovrei seguire le norme rituali? Anni fa, quando viaggiavo sopra Gongyi insieme al Maestro Yan, lui si è rifiutato di eseguire tre dei miei ordini in un sol giorno. Chi, oggi, avrebbe il fegato di fare lo stesso?[9]»

Il regno del duca Jing si protrasse per cinquantotto anni: un’enormità, in un periodo storico in cui le vite degli uomini avevano spesso la durata media di una mano di rubamazzo. Cresciuto in una corte che aveva assistito, in successione, all’ingloriosa morte di suo fratello, allo sterminio della famiglia dell’assassino Cui Zhu, alle sordide trame dell’usurpatore Qing Feng, quest’uomo bizzoso e stravagante era incredibilmente riuscito ad assicurare ai propri sudditi quella misura di pace e prosperità che non avevano conosciuto sotto i suoi predecessori. Per noi uomini d’oggi sarebbe ozioso chiedersi se, in assenza di un consigliere come il Maestro Yan, avrebbe ottenuto risultati altrettanto brillanti, ma sul carattere dell’uomo in questione c’è ancora un dato che vale la pena considerare.

Nel 1964, nei pressi dell’antica capitale del ducato di Qi, una squadra di archeologi ha riportato alla luce la tomba del duca Jing. La camera sepolcrale, saccheggiata agli inizi del IV secolo, non conteneva alcun tesoro, ma quello che più ha sorpreso gli autori della scoperta è stato il ritrovamento di duecentocinquantuno scheletri di cavalli, uccisi e seppelliti intorno a quello che un tempo era stato il loro padrone: secondo gli studiosi, si tratterebbe del più grande sacrificio rituale di cavalli della storia cinese antica. Noi non sappiamo cosa gli abitanti di Qi abbiano pensato di quest’ultima bizzarria ideata dal loro signore. Sappiamo però che il Maestro Yan, bontà sua, avrebbe protestato.

 

In copertina: Utagawa Kuniyoshi, dalla serie dei 108 eroi del romanzo cinese Suikoden, I Briganti (particolare).


NOTA FINALE: Benché sia impossibile stabilire con certezza quanta verità storica ci sia negli aneddoti dello Yanzi Chunqiu, alcune recenti scoperte hanno portato gli studiosi a credere che almeno alcuni di essi possano in qualche modo rispecchiare la realtà dei fatti. Chi fosse interessato ad approfondire la questione è rimandato alla fonte principale che ho usato per quest’articolo, la bella traduzione del libro curata da Olivia Milburn – The Spring and Autumn Annals of Master Yan – Brill, Leiden, 2016.

Federico Franchin
Federico Franchin

È nato a Monza nel 1991 e da allora vive a Senago, nel Milanese. Cresciuto in mezzo ai libri, ha una spiccata tendenza ad interessarsi a scrittori e musicisti giudicati minori o semisconosciuti, convinto com'è che anche a loro faccia piacere sentir pronunciare il proprio nome, ogni tanto.

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