Vittorio Sereni
Rinascita della Letteratura

In questo mezzo sonno: la poesia di Vittorio Sereni

Vittorio SereniSe dovessimo fare il nome del poeta che più di tutti ha influenzato le ultime due generazioni di poeti italiani, probabilmente faremmo il nome di Vittorio Sereni.

La sua poesia appare a prima evidenza dissimulata e anticlimatica[1], leggera, così leggera da far credere Sereni un poeta non avvezzo alla piallatura del verso, un poeta ingenuo, quasi naif. Eppure ad una più attenta lettura troviamo una sua musicalità: si tratta di una poesia aperta, sulle orme di Saba e Bertolucci, una poesia delle cose prima ancora che delle parole. Una poesia che sappia prendere a Montale tutto, tranne la sua altera eleganza. L’apparato fonico minimo della poesia contemporanea, la sua vicinanza alla prosa, al parlato, la sua quotidianità, devono molto a Sereni.

È per questo che il libro a cura di Domenico Quiriconi, In questo mezzo sonno, è un’occasione importante per fare i conti con un poeta centrale e allo stesso tempo isolato, che ha scelto e raffinato nel tempo un suo modo di parlare «gentile», per riprendere Montale, in cui si mescolano prosaicità e canto. Si tratta della raccolta dei venti saggi del convegno di Chieti del 2013, in cui si celebrarono i cento anni dalla nascita del poeta.

La lettura non risulterà semplicissima: si tratta di un testo specialistico. La scelta di Marsilio di pubblicare e diffondere al vasto pubblico una testo di questo genere è molto audace. Però è necessario raccogliere la sfida. In un articolo di qualche tempo fa scrivevamo che uno dei grandi problemi del mondo della cultura è la rigida divisione tra ambito specialistico e ambito divulgativo: la critica letteraria è affidata o a specialisti accademici, che parlano in molti casi solo a se stessi, oppure a giornalisti e appassionati che si occupano di letteratura in modo dilettantistico. Non esiste nessuna via di mezzo, nessuna sfumatura.

Giovanna Borgese, Franco Fortini e Vittorio Sereni
Giovanna Borgese, Franco Fortini e Vittorio Sereni

I venti studiosi si avvicendano nella costruzione del libro con una precisa ricognizione formale e testuale, con una specifica attenzione all’intertestualità. Delle raccolte di Sereni, la più presente e studiata è Gli strumenti umani, che segna il passaggio dalle prime raccolte, più tradizionali, ad un linguaggio sempre più libero e disinvolto. Già il titolo nasconde una sensibilità crepuscolare (la tesi di laurea di Vittorio Sereni è, non a caso, su Gozzano): Sereni in tutta la raccolta, e in particolare nella poesia Ancora sulla strada di Zenna, ci suggerisce che questi strumenti (la montaliana carrucola nel pozzo, le lenze, le spole della teleferica) non sono semplicemente gli strumenti degli uomini, ma che gli uomini, usandoli, trasferiscono ad essi un po’ della loro umanità.

Centrale è inoltre il poemetto Una visita in fabbrica, che viene commentato analiticamente da Antonio Pierpaoli. Insieme alla raccolta Diario d’Algeria, Una visita in fabbrica mostra una caratteristica dello sguardo di Sereni sulle cose: la distanza. Pur essendo coinvolto direttamente nella vita, pur essendo un soldato in Algeria, lo sguardo di Sereni è sempre quello di chi guarda alla finestra e non comprende appieno. O crede di non comprendere: il poemetto è degli anni ‘52-’58, e già parla di fabbriche, di operai come del passato, nella «fase calante», quasi avesse presagito, negli anni cinquanta, il mondo post-industriale. La sirena della fabbrica è una madeleine, scrive Pierpaoli, che riporta alla giovinezza.

Gli strumenti umani è anche la raccolta in cui Sereni abbandona quasi del tutto una tramatura fonica riconoscibile, e spazia verso la prosa, come se la sua poesia non sopportasse più non solo la gabbia metrica, ma proprio la consistenza musicale della poesia. E qui si mostra la tensione tra la parola e la cosa, la necessità di andare verso l’oggetto, verso la realtà ma la consapevolezza che la parola non è altro che un fumo, una nebbia sopra di essa. E in questo senso la poesia di Sereni non può che fallire. Ma è un fallimento carico di una forza melanconica.

Vittorio SereniSereni infatti, e Silvio Ramat ne parla nel suo saggio Prime (incerte) pietre dell’edificio de Gli strumenti umani, eccelle nel piccolo, in minuscole definizioni: «Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema». Bianco e compatto: è una tela impressionistica, un macchiaioli:

Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema
ma pari più non gli era il mio respiro
e non era più un lago ma un attonito

specchio di me e una lacuna nel cuore[2].

Qui echeggia Corno inglese di Montale: ma se il cuore di Montale era uno «scordato strumento», irriducibilmente altro rispetto al vento sul mare, qui il lago diventa uno specchio, si annulla nell’anima del poeta, anche se il suo respiro non è in grado di stare al passo col poema disegnato dalle vele. È in questi sprazzi di forza e di malinconia, quasi heideggeriani, che Sereni mostra tutto il suo sentimento di poeta.

Eppure, Sereni non è un poeta effusivo. Nel libro di Quiriconi questo passa forse in secondo piano, ma la prima caratteristica di Sereni è un’arsura melodica, una tensione tra musicale ed epigrammatico che rende vacuo il suo parlare, vagamente disilluso, che lo pone agli antipodi rispetto a un poeta, per esempio, come Caproni: dove Caproni soffia, Sereni risucchia. Caproni è tutto musica, è completezza anche nell’infranto. Sereni, al contrario, riesce ad affascinare per questa sua continua tensione, questo suo continuo fallire, essere, irreparabilmente, un non-finito.

E quindi, in accoppiata alla raccolta completa delle Poesie e prose, In questo mezzo sonno è un libro che va letto, per conoscere Sereni, per mettere un punto nella sua storia di poeta. Per capire perché, proprio lui, è diventato un poeta centrale per le generazioni successive, e non un Ungaretti, non un laureato Quasimodo. È forse nell’imperfezione che sta il suo segreto.

27 anni, abita a Milano. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e gli effetti si vedono ancora. Si è rassegnato a includere l'arte tra le discipline umanistiche e non nel rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.