V per Vendetta

Amiche e amici della Sepoltura della Letteratura, bentornati. Sono lieto di presentarvi il secondo numero di Balloons, la rubrica random su fumetti (e argomenti affini) random gestita da un autore random.

Dopo aver allestito il mio teatro di marionette annunciando la casualità lunatica delle uscite a venire, vi propongo, cari lettori, uno scoglio di senso tra le onde vorticose d’un mare di pensieri irrelati: una serie di uscite da dedicarsi a un medesimo argomento. Spero che la cosa non vi risulterà gravosa, e anzi, che riuscirete ad apprezzarla, lungi da me togliervi il gusto[1] della lettura per la rubrica che, sotto diversi punti di vista, dovrebbe darvi licenza, almeno per un po’, di spegnere il cervello. 

Senza dimenticarvi, nel caso dovessero capitarvi tra le mani le opere di cui andrò trattando, di riaccenderlo. La linea tra fumetto e arte si farà sottile se non eterea.

Ciò detto, il “macrotopic” che mi avvio a iniziare è qualcosa di cui tutti avrete sentito parlare: le trasposizioni filmiche di opere letterarie, contestualizzate, si capisce, al fumetto. Andrò, di numero in numero, a prendere in esame tanto l’opera originale quanto il risultante su pellicola, servendomi, di volta in volta, della riduttiva quanto mai esplicativa frase:

Nome dell’opera: quando la trasposizione filmica diventa… Caratteristica propria della trasposizione filmica. 

Direi di applicare subito tale formula con l’inserzione di un bel titolo a mezza pagina, che ponga (finalmente) un termine al mio soliloquio programmatico per dare inizio a un soliloquio pertinente all’argomento. 

“Applausi poco convinti”

Vi

No, questa è Vi, non V.

V per Vendetta: quando la trasposizione filmica diventa… Materia organica.

V per Vendetta (in originale V for Vendetta, con un lodevole italianismo) è una graphic novel degli anni ’80 “ideata” da Alan Moore (e già questa potrebbe ritenersi una garanzia) e virtuosamente illustrata da David Lloyd. Il concept di quest’opera d’arte, banalizzato all’inverosimile e privato di buona parte dei suoi significati più profondi (e sono parecchi) si potrebbe descrivere così:

“V, un terrorista con indosso una maschera baffuta e imbellettata (sì, è quella degli Anonymous: tutto è cominciato qui), caratterizzato da una passione quasi erotica per la lettera V e per il numero cinque, fa saltare in aria buona parte degli edifici storici d’Inghilterra e quanti sono all’interno, uccidendo a pugnalate coloro che non riesce a far saltare in aria.”  FINE

La trama, così espressa, è uno sputo sull’intera opera di Moore e Lloyd. Eppure, duole dirlo, è proprio da un concept semplificato all’inverosimile che sembra partire la trasposizione filmica del 2006, diretta da James McTeigue[2].

Anonymous

Neppure questi sono V. Kudos a quello in mezzo per gli occhiali, comunque.

Mettiamo le mani avanti: preso individualmente, il film “V per Vendettanon risulta brutto, né come tale l’ha riconosciuto la critica strettamente “cinematografica”. Il copione dei Wachowski funziona, e il “mostly British” cast di veterani ha fatto un ottimo lavoro: Hugo Weaving, pur celando la faccia dell’agente Smith dietro alla maschera sovracitata (la quale rappresenta il wannabe-rivoluzionario inglese Guy Fawkes), è un terrorista dal cuore d’oro credibile, e lo stesso si può dire per John Hurt e Stephen Rea, i quali vestono i panni, rispettivamente, del cattivo e del cattivo indeciso.

Quello di cui mi lamento, e di cui si è lamentata la critica “informata”, è altro: V per Vendetta (film) non è la trasposizione filmica di V per Vendetta (fumetto). O perlomeno, non è altro che uno spettro, una larva evanescente delle pagine di Moore e Lloyd.

Il regime fascista di matrice orwelliana, xenofobo e ultra-conservatore, che avevamo imparato a conoscere (e odiare) nell’albo, ha lasciato il posto a un partito politico up-to-date, che, per quanto forte di tratti reazionari, e anzi, proprio in virtù di questi tratti, stona con l’ambientazione “futuristica” e con la libertà che percepiamo offerta alle persone nella pellicola[3].

v per vendettaLo smacco più grande agli autori, tuttavia, arriva proprio celato sotto la maschera di colui che è il motore dell’opera: un V cartaceo con ideali rigorosissimi, infallibile, sicuro di qualsiasi cosa faccia, immobile sulle sue posizioni, una figura più simile a un ideale che a un uomo, sostenitore di un’ideologia politica marmorea (che la si condivida o no, certo), ridotto nel film a una sagoma romantica, permeata di sentimentalismo e di umana fallacia per avvicinarla al pubblico, privata di ogni sua ideologia che non sia distruttiva o malinconica e fatta protagonista di spettacolari sequenze di lotta corpo a corpo per sopperire alle sue intrinseche mancanze[4]. Il fatto che nella pellicola ci sia concesso di vedere, per quanto brevemente, la mano del protagonista, non fa che tradire quell’intangibilità che lo caratterizzava nella graphic novel[5].

Senza considerare tutte le vicende parallele alla narrazione primaria, ignorate quasi completamente. Non che si possa pretendere tutto da una trasposizione di 2 ore, s’intende; ma, sommato a quelli sopra citati, anche questo aspetto fa sentire il suo peso.

Dunque, per tirare le somme, il V per Vendetta filmico, preso individualmente, è una produzione di un certo spessore forte di un cast all’altezza della situazione. Tuttavia, se nell’osservare l’evolversi della vicenda a schermo avremo nella mente e nel cuore la graphic novel, non riusciremo a lasciare la sala senza l’amaro in bocca.

O perlomeno, così la pensa l’autore di un articolo random su Internet.

Grazie della vostra attenzione. 

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