Henri Matisse Gioia di vivere origini del carpe diem
Intersezioni

Un mesopotamico carpe diem

Una delle poesie più famose di tutti i tempi è forse il carme del Carpe Diem di Orazio: una perla per coesione, ritmo, capacità evocativa. Una perla che invita a cogliere ogni momento della vita, e a preoccuparci di meno del capire cosa ci riserva il domani, quali saranno le coincidenze, le prenotazioni e gli scorni della nostra vita futura:

Tu non chiedere (conoscerlo è sacrilego) quale fine
a me, quale fine a te gli dei abbiano dato, Leuconoe,
e non tentare le cabale di Babilonia. Quanto è meglio
quel che sarà, patirlo! Che Giove ti abbia accordato
molti inverni, che sia l’ultimo quello che il mare Tirreno
strema contro gli scogli, sii saggia: filtra il vino,
e ritagliati una lunga speranza in uno spazio modesto.
Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso:
afferra l’oggi, credendo il meno possibile al giorno che viene.

(Traduzione nostra: se sei interessato ad approfondire, abbiamo scritto un articolo proprio sul Carpe Diem di Orazio)

Ma non è proprio di questa poesia che vogliamo parlare oggi. quell’idea, quel “cogliere il giorno”,come un frutto maturo, che ci interessa. Da dove viene? Chi l’ha espressa per primo? I manuali di letteratura latina ci dicono che viene da Epicuro, certamente. Ma si può andare ancora più indietro, a un’epoca prima dei greci, prima del prima, e forse prima ancora.

Torniamo ad Est, torniamo in quelle piane assolate e oggi (ma anche allora) martoriate dalla guerra, torniamo nei deserti (deserti? Forse all’epoca non c’erano, c’erano solo piane e alberi e foreste. Chissà) e nella terra rossa arida, in quella nera da coltivare. Oggi si chiama Iraq (se ancora si chiama Iraq), un tempo non sappiamo, gli sotrici la chiamano Mesopotamia. Abbiamo già parlato di Sinleqiunnini e del suo Poema di Gilgamesh.

Quest’uomo dal nome per noi quasi impronunciabile era uno scriba di epoca cassita (XII secolo a. C.), scrisse il primo poema della Storia, tagliando e cucendo i racconti dei sumeri: già prima dei babilonesi queste storie erano state rappezzate assieme come una coperta. Mancava solo un grande sarto per confezionarla definitivamente. Ma questo grande sarto, come l’intagliatore di diamanti, non può lavorare senza la produzione di scarti, di scampoli che poi passeranno in secondo piano nella storia dell’opera.

Paul Gauguin, Da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo?, 1897
Paul Gauguin, Da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo?, 1897

È il caso di questi versi:

La taverniera così parlò a lui, a Gilgamesh:
«Gilgamesh, dove stai andando?
La vita che tu cerchi, tu non la troverai.
quando gli dèi crearono l’umanità,
essi assegnarono la morte per l’umanità
tennero la vita nelle loro mani.
Così, Gilgamesh, riempi il tuo stomaco,
giorno e notte datti gioia,
fai festa ogni giorno.
Giorno e notte canta e danza,
che i tuoi vestiti siano puliti,
che la tua testa sia lavata, lavati con acqua,
gioisci del bambino che tiene (stretta) la tua mano,
possa tua moglie godere al tuo petto:
questo è retaggio […]
[…]
che ogni essere vivente […]».

(La saga di Gilgamesh, a cura di Giovanni Pettinato,  2004 Mondadori, Milano p. 268, 269)

È uno stralcio dalla tavoletta di Berlino e Londra, per la precisione i versi 60-75 della traduzione di Giovanni Pettinato. Si tratta di un frammento dell’epopea paleobabilonese (siamo intorno al 1700 a.C.), cioè il primo nucleo dell’Epopea di Gilgamesh. In particolare, queste sono le parole della taverniera Siduri, che incontra il povero Gilgamesh, sconvolto dalla morte dell’amico Enkidu (il proto-Patroclo dell’epopea) e gli indica la strada per arrivare a Utanapistim, il Noè dei sumeri, che gli spiegherà (come spera l’eroe) il senso della vita.

Ma Siduri già precede Utanapistim, e propone la sua personale ricetta: un elogio della vita disincantato eppure colmo di passione, che sentiamo anche al di là delle lacune, al di là della traduzione. Posiamo l’attenzione sugli ultimi versi. Una parafrasi non troppo lontana potrebbe essere «questa è l’eredità che ogni essere vivente ha avuto in sorte». E se è l’eredità che l’uomo ha ricevuto, questo sarà il suo destino (e infatti alcune traduzioni presentano proprio la parola destino).

Dunque perché preoccuparsi? Abbiamo i canti, le danze, abbiamo l’acqua dolce pulita e tersa, l’amore della nostra donna e la manina di nostro figlio nella nostra mano già adulta. Con quella manina nulla ci manca. Gli dei, lasciamoli stare; disinteressiamoci di quel destino che ci hanno assegnato, loro si sono presi la vita, loro si sono presi tutto, ma non curiamocene. Loro credono di essersi presi tutto, ma a noi rimane ancora una vita. Di seconda mano, d’accordo, ma usiamola, viviamola fino in fondo, finché possiamo. Credendo il meno possibile al giorno che viene, come dice Orazio.

Henri Rousseau, Il quartetto felice, 1902
Henri Rousseau, Il quartetto felice, 1902

E allora perché il nostro sarto, Sinleqiunnini, ha lasciato perdere un lembo di stoffa così preziosa, non ha avuto la tentazione di inserirlo, di mettere questa perla nella collana, e magari dargli nuova forma, imbellettarlo, magari con le anafore, magari con le ripetizioni a lui tanto care, e poi ad Omero? Perché l’ha lasciato lì?

Perché il nostro sarto segue in primo piano Gilgamesh, ne condivide il cuore e i pensieri (e su questo dovremmo rivedere le nostre idee sull’epica “imparziale”, “oggettiva”); e Gilgamesh, nella nostra tavoletta, non ascolta nemmeno Siduri, è sconvolto dal dolore, e non si cura della gioia. Non si cura di quella vita di serie b che gli sta proponendo la sciocca taverniera, e vuole a tutti i costi raggiungere la verità. Ovvero il grande vecchio, Utanapistim, lui che aveva guidato il popolo durante il diluvio, e conosceva la vita durante il diluvio e prima del diluvio.

Come noi, anche Gilgamesh è interessato all’origine, al punto zero. Perché anche la sua epoca non è un’origine e tanto meno un punto zero: c’è tutto un mondo dietro di essa, di cui non sa nulla. Ecco perché, nell’epopea successiva, il poeta Sinleqiunnini sconvolgerà completamente il personaggio della taverniera, mostrandola come un personaggio popolare, di carta, che teme Gilgamesh, ha paura che sia un assassino e solo dopo molto tempo dà un indizio all’eroe su come trovare Utanapistim e attraversare il fiume: c’è qualcosa oltre il facile edonismo della taverniera, per il nostro poeta babilonese.

Ed è la sapienza. Il sapere, come afferma Pettinato, è il frutto delle sofferenze di Gilgamesh, è il frutto che si coglie dopo il travaglio, dopo la ricerca, quando il nostro eroe potrà divenire del mondo esperto, dei vizi umani e del valore, quando avrà attraversato il fiume, cioè le sue colonne d’Ercole per arrivare alla montagna di Utanapistim.

Soffrire è insegnamento, dirà più tardi Eschilo. E dunque è tutto racchiuso, tutto conchiuso qui dentro, in questa primordiale ricerca, in questa voglia di raggiungere l’infinito. Racchiuso a scapito però di una piccola verità, della piccola immagine della manina del bambino, che si fa condurre da un padre che non sa molto di più del figlio, ma sa che il mondo alla fine regala anche felicità e frutti maturi, e allora perché non coglierli.

 


In copertina: Henri Matisse, Gioia di vivere, 1906

27 anni, abita a Milano. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e gli effetti si vedono ancora. Si è rassegnato a includere l'arte tra le discipline umanistiche e non nel rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.