J.R.R. Tolkien, creatore di miti e di mondi

Alberi Howe tolkien

La Storia della Terra di Mezzo

 

How, given little over half a century of work, did one man become the creative equivalent of a people?

Come ha fatto un uomo solo, in poco più di mezzo secolo di lavoro, a diventare l’equivalente creativo di un popolo?[1]

È un giudizio pieno di rispetto quello che il celebre quotidiano britannico ha tributato al professor Tolkien appena quattro anni dopo la sua morte. Nondimeno, è una definizione impeccabile per la complessità del mito letterario della Terra di Mezzo, che solo allora si iniziava ad intravedere in tutta la sua vastità. Eppure, fino a quel momento la produzione letteraria di J.R.R. Tolkien era stata alquanto ridotta: a fronte di un elenco assai consistente di pubblicazioni accademiche e contributi scientifici – purtroppo spesso eclissati dalla sua fama di romanziere – le opere narrative pubblicate durante la vita di Tolkien si limitavano al suo breve romanzo d’esordio Lo Hobbit, il suo rinomato capolavoro Il Signore degli Anelli e un paio di raccolte di poesie e racconti breve.

Tutto cambiò nel 1977, con la comparsa di un libro dal titolo assai curioso: Il Silmarillion. Curato da Christopher, figlio terzogenito del Professore, con la collaborazione dello scrittore Guy Gavriel Kay, questo testo era il tentativo di presentare una versione definitiva di ciò cui Tolkien aveva lavorato per tutta la vita. Il Silmarillion era molto più di un romanzo: era l’affresco, in alcuni punti ancora abbozzato, dell’universo tolkieniano in tutta la sua vastità; l’intelaiatura di quel mondo secondario che i lettori avevano potuto scorgere unicamente in un paio di scene; la cronaca di grandi imprese così remote che di esse al tempo della Guerra dell’Anello non era rimasto che un ricordo sfocato. Tolkien aveva incantato i suoi lettori presentando loro un mondo così profondo e minuziosamente dettagliato da lasciar intendere che fosse vero al di là delle pagine in cui era contenuto: nel Silmarillion quel mondo veniva raccontato fin dal suo principio, attraverso lo splendore e la tenebra.

Il Silmarillion aveva accompagnato Tolkien per tutta la sua vita, fin dai suoi esordi come scrittore nelle trincee della Grande Guerra, il cui orrore lo aveva ispirato a cercare di dipingere la bellezza e l’armonia che il conflitto aveva fatto sparire dalla sua vita. Al contempo, la creazione di quei miti trovava origine nei suoi studi di filologo, nella passione per la creazione di lingue artificiali e nel desiderio di restituire alla cultura anglosassone quel patrimonio leggendario che era andato perduto dopo la colonizzazione normanna, il tentativo di inventare una mitologia per l’Inghilterra che fosse dotata di storie vive e personaggi passionali come quelli della classicità, e più ancora delle grandi saghe nordiche con cui Tolkien era cresciuto. Era questa l’opera immane che il Professore si era prefissato, come ricorda l’esergo: creare come singolo autore ciò che nella realtà era stato il frutto di secoli di racconti e leggende, la creazione collettiva e stratificata di scaldi ed eruditi, romanzieri e poeti, intellettuali famosi ed anonimi persi nel tempo di cui ci sono arrivate solo le parole.

John Howe, <em>La morte di Glaurung</em>, illustrazione per il Tolkien Calendar 1991, 1989.
John Howe, La morte di Glaurung, illustrazione per il Tolkien Calendar 1991, 1989.

Era un’impresa pressoché impossibile, e tale rimase; alla proposta di pubblicarlo dopo il grande successo de Lo Hobbit l’editore oppose un garbato ma comprensibile rifiuto: difficilmente il pubblico avrebbe apprezzato un’opera tanto vasta e complessa, colma di episodi e scritta in uno stile arcaico. Tuttavia, Tolkien non disperò mai – specie dopo la pubblicazione de Il Signore degli Anelli, che introduceva compiutamente gli Hobbit nel suo Legendarium – di riuscire a presentarlo in forma compiuta, e continuò per tutta la sua vita a riscriverlo e revisionarlo, limando bozze, correggendo genealogie e arricchendo i racconti. Alla morte del Professore il lavoro era ancora incompiuto, e toccò a Christopher Tolkien di radunare il materiale ed editarlo, in alcuni casi anche sviluppando con l’aiuto di Kay quelle parti che non andavano oltre lo stato di bozza. Così fu pubblicato Il Silmarillion, e il mondo scoprì la meravigliosa estensione del Legendarium tolkieniano.

Tra gli appassionati di Tolkien, non è infrequente usare l’immagine dell’iceberg come metafora della produzione letteraria del Professore e della sua complessità: secondo il ben noto principio per cui la sommità visibile è solo una frazione alquanto ridotta della massa sommersa, così la mitologia della Terra di Mezzo è molto più ampia di quella porzione cui abbiamo assistito attraverso gli occhi di Bilbo e Frodo Baggins; Il Silmarillion postumo supera di gran lunga Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli per profondità e costruzione. Ma l’analogia può proseguire anche spostando i termini, perché a sua volta lo stesso Silmarillion consegnatoci da Christopher Tolkien non è che la punta dell’iceberg del Legendarium tolkieniano: per portarlo ad una forma presentabile si era resa necessaria una selezione crudele, poiché molto materiale altrimenti pregevole si presentava ancora incompiuto; inoltre, lo stesso J.R.R. Tolkien era solito ritornare a più riprese per revisionare i propri scritti, cercando una sempre maggiore raffinatezza del linguaggio – sia il proprio di narratore sia quelli da lui costruiti come filologo – ed una migliore fluidità del racconto, o tentando di risolvere le contraddizioni tra i suoi princìpi morali e le sue necessità letterarie.

Il consenso degli esegeti è di considerare Il Silmarillion pubblicato quale una singola istantanea della mitologia della Terra di Mezzo, riconoscendo nondimeno come il corpus tolkieniano restasse più esteso e non ancora del tutto esplorato. Lo stesso Christopher Tolkien avrebbe successivamente considerato Il Silmarillion edito nel 1977 come insufficiente per rendere appieno la grandezza della creazione del padre, seppure per molti fan abbia costituito un passo fondamentale per avvicinarvisi, un vademecum dei miti e delle saghe della Prima Era della Terra di Mezzo. Ma il materiale lasciato dal Professore è talmente sterminato da rimanere tutt’oggi, nonostante la cinquantennale dedizione di Christopher e di altri studiosi, in parte inedito, e orientarsi nel mare di nuove versioni e riscritture non è impresa da poco. Ed è qui, come un faro nel mare insidioso delle revisioni, che compare La Storia della Terra di Mezzo, il vero grande lascito di Christopher Tolkien.

La Storia della Terra di Mezzo, in originale The History of the Middle Earth, consta di ben dodici volumi, più un tredicesimo di indici, pubblicati tra il 1983 e il 1996. Per lungo tempo il pubblico italiano è rimasto privato di questo accesso fondamentale al Legendarium: l’editore Rusconi pubblicò soltanto i primi due volumi della serie, le due parti del Book of the Lost Tales, con il titolo di Racconti Ritrovati e Racconti Perduti[2], prima di interrompersi sul terzo tomo, The Lays of Beleriand, si dice per un veto posto da Christopher Tolkien in persona riguardo una traduzione ritenuta non all’altezza. Solo nel 2022 Bompiani, assicuratasi i diritti di pubblicazione dell’opera tolkieniana a cavallo del millennio, ha tentato di ricominciare l’impresa, ripubblicando in una nuova veste editoriale e con una traduzione rivista – a partire dal titolo – in collaborazione con l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani i due volumi già esistenti, ed annunciando per l’autunno l’uscita de I Lai del Beleriand come primo passo per portare a compimento l’edizione italiana.

Alan Lee, Le parole tra Húrin e Morgoth, illustrazione per I Figli di Húrin, 2007
Alan Lee, Le parole tra Húrin e Morgoth, illustrazione per I Figli di Húrin, 2007

Nonostante il titolo apparentemente indicatore, La Storia della Terra di Mezzo è molto più di una semplice serie di annali del mondo fantastico creato da Tolkien: è una summa narrativa e poetica, una ricostruzione editoriale ed un’analisi approfondita della mitopoiesi di Arda. In quest’opera monumentale sono comprese le successive e differenti versioni dei racconti su cui Tolkien lavorò per tutta la sua vita, spiegati e commentati da Christopher con precisione minuziosa ed abbondanza di note. Sono presenti sia gli schemi narrativi e gli appunti che il Professore prese per sé come guida per il proprio vasto mondo, sia quelle che avrebbero dovuto essere le versioni finali in forma di racconto. Gli episodi cardinali del mito tolkieniano sono presentati in resoconti in prosa e composizioni in poesia, che mostrano la bravura di Tolkien nel coniugare la metrica accentuativa dell’inglese moderno con la metrica allitterativa dell’anglosassone. Ben quattro tomi su dodici ripercorrono la stesura de Il Signore degli Anelli, mostrando come la storia sia sorta da sé a partire dai semi piantati da Tolkien, tra momenti di pausa della scrittura e revisioni radicali di idee rimaste nel testo ben al di là di quanto era appropriato. E infine saggi scritti di suo pugno dal Professore sulla storia, la linguistica, l’ontologia dell’universo narrativo più grande e profondo che sia mai stato creato.

Nondimeno, nonostante questa colossale opera di sistematizzazione del corpus letterario della Terra di Mezzo. a intervalli regolari le librerie annunciano l’uscita di un nuovo scritto di Tolkien, quasi che il Professore fosse uno scrittore di best-seller e soprattutto che non abbia lasciato questa terra ormai cinquant’anni fa. Questi testi si trovano in una posizione ambigua, lasciata nel vago dagli editori e non sempre chiara al lettore: si tratta infatti di volumi a metà tra la divulgazione e lo studio accademico, realizzati mettendo a confronto le varie versioni, spesso frammentarie, del racconto tolkieniano di cui portano il titolo. Un’operazione da veri filologi, in omaggio alla professione di Tolkien, che potrebbe però sconcertare il lettore non specialista, il quale si vede annunciare “il nuovo romanzo dall’autore de Il Signore degli Anelli” per poi ritrovarsi con le progressive e incomplete riscritture di un mito ancora più oscuro, in un volume in cui le note di commento occupano molto più spazio della narrazione.

La ricchezza e la complessità della produzione di Tolkien rendono necessario questo sforzo di edizione, ma il pubblico meriterebbe di essere meglio informato. Nessun acquirente penserebbe mai di trovare in libreria un volume in cui si mettono a confronto le differenti lezioni di una tragedia di Sofocle riportate in diversi manoscritti: un simile studio è riservato, anche solo per ragioni di interesse, agli specialisti della materia, che portano a distinguere in maniera letta tra l’opera per l’appassionato e per lo studioso. Gli scritti di Tolkien si trovano invece nel limbo: attirano il pubblico comune grazie alla loro nomea, salvo poi rivelarsi libri ai confini della pubblicazione scientifica, votati a compendiare, catalogare e confrontare una produzione letteraria che non è mai giunta ad un punto di arrivo definitivo.

Se procederà fino al termine prefissato, la pubblicazione integrale da parte di Bompiani de La Storia della Terra di Mezzo in un’edizione italiana tanto a lungo attesa permetterà di superare questa crisi, e restituirà finalmente un quadro obiettivo di un autore che in Italia soffre ancora di una ricezione distorta e spregiativa nonostante decenni di studi e approfondimenti. Sopratutto, si permetterà agli appassionati di poter scoprire in prima persona la complessità del Legendarium, e di accedervi finalmente con cognizione di causa, approcciandosi criticamente alle sue varianti. Anche senza velleità di studio, il lettore potrà trovare i frammenti sviluppati di quei racconti e di quelle poesie che gli erano state presentate in sunto leggendo Il Silmarillion: i passi accennati sbrigativamente per ragioni di spazio si dipanano in tutto il loro splendore, e quelle imprese eroiche solo nominate prenderanno posto sul palco per recitare la propria parte.

Alan Lee, Sauron forgia l'Unico Anello, illustrazione per L'Anello di Tolkien di David Day, 1995.
Alan Lee, Sauron forgia l’Unico Anello, illustrazione per L’Anello di Tolkien di David Day, 1995.

«Come ha fatto un uomo solo, in poco più di mezzo secolo di lavoro, a diventare l’equivalente creativo di un popolo?» è una domanda a cui è difficile rispondere. Ed ancora più sconcertante è la risposta che tentò di dare il Professore:

«Nessuno mi crede quando dico che il mio lungo libro è un tentativo di creare un mondo in cui una forma di linguaggio accettabile dal mio personale senso estetico possa sembrare reale. Ma è vero»[3].

Eppure non c’è altra definizione che possa anche solo avvicinarsi alla complessità dell’operato di J.R.R. Tolkien, nonché alla cura con cui Christopher ha continuato, fino alla morte, a curare e commentare la creazione del padre per poterla presentare al pubblico più vasto possibile. Il risultato è uno dei cicli letterari più affascinanti e stratificati della cultura occidentale, capace di rivaleggiare con saghe di antico lignaggio e fama assodata, e di restituire il sentimento dell’epica ad un secolo divenuto cinico e desolato. La Terra di Mezzo supera in maestà e vastità qualsiasi altro mondo immaginario mai creato, per la minuzia del dettaglio e la profondità delle sue radici, e trasforma in compagni di carne e sangue quelli che erano nati come semplici personaggi di carta e inchiostro.

J.R.R. Tolkien è riuscito a infondere nuova vita in un genere ormai consegnato al silenzio dal passare dei secoli. Nell’orrore del XX secolo e del trionfo della macchina, egli ha fatto riemergere il canto dei fiumi e delle foreste, il bagliore dell’oro e del ferro forgiato, e ci ha ricordato valori etici antichi ma ancora pieni di significato. I suoi personaggi riescono a coniugare la maestà degli antichi poemi cavallereschi con la complessità psicologica della modernità, senza venire schiacciati dalla meschinità di un mondo imborghesito. Eppure l’autore è conscio della distanza che si è creata tra il pubblico e il racconto, e non per caso è stato un Hobbit a guidarci per la prima volta alla scoperta della Terra di Mezzo: il suo stupore e la sua meraviglia erano i nostri, e con lui abbiamo mosso i primi passi in una delle più grandi epopee della letteratura. Ma sullo sfondo della Guerra dell’Anello c’erano innumerevoli altre storie, così remote e sublimi da essere materia di leggenda per quegli stessi personaggi. Ora quella leggenda prosegue e si fa avvicinabile, e chiama a sé nuovi viaggiatori intrepidi per percorrere le sue vie.

 

In copertina: John Howe, La distruzione degli Alberi, illustrazione per Morgoth’s Ring, 1993.


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Alessandro Sergio Martino Gentile

Quando ero bambino, chiedevo che mi raccontassero delle storie. Mi affascinavano tutte, dai miti greci ai racconti dei cavalieri, dalle fiabe alle avventure di pirati. L'esito inevitabile era finire a studiare la Storia, con la s maiuscola, per tentare di capire da dove veniamo. Nel frattempo sono stato maestro di scuola e volontario del servizio civile, e collaboro dentro e fuori il palco del teatro con Associazione Studio Novecento. Amo il silenzio e la musica classica, la lettura e le camminate, la buona cucina di mano mia o altrui.