Attualità di Tiresia

Johann Heinrich Füssli, Tiresia, 1780-1785

Johann Heinrich Füssli, Tiresia, 1780-1785

«Chiamatemi Tiresia, sono qui per raccontarvi una storia»

Tiresia sono.

Esordisce così nel suo spettacolo, tenutosi nel meraviglioso teatro greco di Siracusa, Andrea Camilleri, andato in onda, un po’ di tempo fa in televisione.

Come ho scritto nella mia biografia, io lavoro come impiegata nel liceo di Ladispoli e molti colleghi insegnanti, compresa la Dirigente scolastica, conoscono le mie passioni letterarie e le coltivano con spunti di studi e di ricerche. Con un paio di docenti, da qualche anno collaboro, intervenendo durante le loro lezioni, con una mia chiacchierata informale su autori e argomenti, scelti da loro ovviamente. Così è stato con l’ultima avventura, che di questo si tratta, proposta dall’amica Cinzia, insegnante di Lingua e letteratura Inglese: «Perché non parli di Tiresia ai miei ragazzi di quinta, partendo dal monologo di Camilleri, per finire a Eliot?»

La proposta, pur apparendomi indecente, viste le mie scarse conoscenze, soprattutto dell’opera di Eliot, nella quale Tiresia è la voce narrante, l’ho accettata con tutti i se e i ma della sua riuscita.

Sono partita nella mia ricerca cominciando da Tiresia, che conoscevo attraverso i versi di Sofocle e poi di Dante, nulla di più.

Chi è Tiresia, dunque?

Un personaggio mitologico, un simbolo che ha resistito nel tempo, rivivendo nei corpi dei tanti poeti, scrittori e musicisti, che si sono ispirati alla sua storia.

Andrea Camilleri Tiresia

Andrea Camilleri nel suo spettacolo Tiresia

Come Tiresia anche Camilleri è cieco e per questo può, attraverso gli occhi della mente, vedere oltre il fumo denso della menzogna in cui viviamo, per questo afferma con la sua voce cavernosa e dal tono profetico: «Ora sono cieco e tutto mi è chiaro».

È l’indovino greco che parla, è il profeta, il cartomante, il poeta.

Sono tantissimi gli autori che ha ispirato nei secoli questo personaggio, un moderno transgender, uomo e donna, perché la sua storia vuole che: nato maschio, per sbaglio in gioventù, attratto da due serpenti, che si avvinghiavano l’uno con l’altro, non riconoscendo in loro delle divinità, uccise uno dei due, era il serpente femmina. Fu immediatamente tramutato in donna e così rimase per sette anni. Racconta Camilleri, strappandoci un sorriso, il dialogo avuto con la Pizia, che interpellata, aveva predetto a Tiresia il suo ritorno allo stato di uomo solo se fosse riuscito a uccidere il serpente maschio, rimasto solo.

Già nel riconoscere il sesso di un serpente, si cela il mistero della conoscenza e la sua complessità. Il poeta deve vedere quel che gli occhi non possono, perché il suo sguardo è dato dalla mente e non dal semplice nervo ottico. Tiresia dopo sette anni nei panni di una donna impara a conoscere, a vedere oltre e per questo alla fine riesce a uccidere il serpente maschio e a riacquistare le sue originarie sembianze di uomo. Un uomo diverso che sussume in sé il sentire maschile e femminile, un unicum nel quale però il ruolo femminile sembra essere non umano, ma è la poesia stessa, che in un’era mitologica ha avuto forma e consistenza, che però parla e vaticina solo attraverso la bocca di un uomo, come vuole la tradizione che pone il maschio al centro della storia, della mitologia e della poesia.

È cieco per colpa di quanto ha risposto a Era e Zeus che altercavano su un tema erotico, che è poi un topos del pensiero maschile, in merito al piacere provato dalle donne nell’atto sessuale.

Dice Camilleri: «Venne interpellato Tiresia, che volle essere galante. Rispose che «esistono dieci gradi di piacere durante l’atto sessuale, la donna ne gode per nove gradi e l’uomo solo per uno».

Era, che affermava il contrario, lo fulmina accecandolo, mentre Zeus impietosito le fa dono della chiaroveggenza e di molteplici vite da vivere.

Tiresia donna con i serpenti

Tiresia donna con i serpenti

Continua Camilleri Tiresia con il suo simpatico eloquio: «Può darsi, dico può darsi, che la mia risposta aveva fatto intravedere ad Era un mondo di piacere che nessuno, neanche Zeus in quei primi trecento anni, era stato capace di farle godere».

Camilleri incarna il vate, indovino e profeta, raccontando le mille leggende di cui sono intrise le sue vite precedenti, molte delle quali comprese proprio attraverso i versi dei poeti, che nei secoli hanno vestito le vesti di Tiresia, uno di questi è Thomas Eliot, poeta saggista statunitense, nato a Saint Louis nel 1888, visse per lo più in Inghilterra, dove morì nel 1965. Nel 1948 gli fu attribuito il premio Nobel, la sua opera corposa comprende: saggi, libri di poesie e poemi, alcuni dei quali riadattati per il teatro.

Eliot/Tiresia è la voce dell’indovino fantasma, ormai dimentico della carne e delle sue insulse pene, che si aggira in un cimitero senza tombe o lapidi, dove in quelle ombre senza volto sono proiettati i nostri volti, i nostri affanni, i detriti dei nostri ideali.

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
lillà da terra morta, confondendo
memoria e desiderio, risvegliando

le radici sopite con la pioggia di primavera.

[…]

Inizia così l’opera poetica più importante di T. S. Eliot: The Waste Land, rivista e corretta dall’amico Ezra Pound, a cui il poeta consegna l’opera in forma di bozza.

Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono,
da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto

un cumulo di immagini infrante, dove batte il sole,

[…]

E io vi mostrerò qualcosa di diverso
dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall’ombra
vostra che a sera incontro a voi si leva:

in una manciata di polvere vi mostrerò la paura.

[…]

Thomas Stearns Eliot

Thomas Stearns Eliot

Mi piace recitare i versi che più mi hanno colpito e lo faccio per le ragazze e i ragazzi con maggior impegno. Pongo pertanto l’attenzione sul riferimento al Vangelo di quel «Figlio dell’uomo» che suona come un monito alla nostra intelligenza abbagliata da «un cumulo di immagini infrante, dove batte il sole»; e sulla parola Paura, su quanto evoca alla nostra mente, su come ogni dittatura fondi tutta la sua forza sulla Paura. Siamo nel 1922, poco o nulla si sa del Genocidio degli Armeni, di certo è ancora in atto la Rivoluzione Bolscevica in Russia e nelle strade delle città di tutta Europa c’è gran fermento dei gruppi operai, intellettuali e di donne.

Non dimentichiamoci che Eliot è un conservatore, amico di Pound, artista eclettico ma decisamente contraddittorio politicamente, che non vede certo di buon occhio alcune ideologie. Eppure proprio perché la poesia è profetica, usa il poeta costringendolo a vedere oltre la sua vista miseramente umana. Lo fa nel caos della depressione e per questo si deve a Pound se il poema è così composto e ordinato. Non a caso è dedicato all’amico, definito come «il miglior fabbro», perché l’ha aiutato con notevoli cesure, a riordinare i versi, rendendo l’opera davvero sublime e profetica.

Città irreale,
sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno,
una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta,
ch’io non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta.
Sospiri, brevi e infrequenti, se ne esalavano,

e ognuno procedeva con gli occhi fissi ai piedi.

[…]

Non sembra anche a voi la descrizione di una delle tante nostre città, magari nell’orario di punta, dove la gente, presa dai propri pensieri e dalle preoccupazioni, corre con gli occhi fissi ai piedi?

Persa l’umanità di un sorriso, lo stupore di uno sguardo, la carezza di una parola, cosa resta? Una folla «ch’io non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta».

Nell’ora violetta, quando gli occhi e la schiena
si levano dallo scrittoio, quando il motore attende
come un tassì che pulsa nell’attesa,
io Tiresia, benché cieco, pulsando fra due vite,
vecchio con avvizzite mammelle di donna, posso vedere. 

“ Io Tiresia, …, posso vedere”

Il Tiresia di Eliot affronta il tema della cecità interiore, del deserto morale in cui la prima guerra mondiale ha lasciato l’umanità, il poeta è a Losanna, per curare una forte depressione che lo affligge.

La depressione è il deserto del pensiero, dell’etica; è la Terra Desolata, completamente priva di valori, nella quale viviamo la nostra misera esistenza di uomini moderni, ombre fagocitate dagli interessi economici, dalla Borsa, dallo Spread, dalle crisi cicliche del capitalismo.

La Terra Desolata è la nostra quotidianità, popolata da personaggi, di cui sentiamo la voce senza distinguere i volti. Spettri o voci che interrompono il fluire del verso con dei dialoghi che sembrano a volte quasi fuori senso.

 

In The Waste Land a dialogare sono i defunti, distaccati e apatici affollano senza volto le strade della City londinese. Peccato però che questi morti ci assomiglino tanto, quando a metà de La sepoltura dei morti, Eliot dice:

Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall’ombra
Vostra che a sera incontro a voi si leva:

in una manciata di polvere vi mostrerò la paura.

Seguono poi la figura mitologica del Marinaio Fenicio annegato, e quella della chiromante nelle cui mani si decide il destino di un intero continente:

È nota come la donna più saggia d’Europa,

con un diabolico mazzo di carte…

I mercanti, il potere economico e le diavolerie della chiromanzia, il sesso senza sentimenti e la fine delle illusioni, a questo punto chiedo ai ragazzi:« Non sembra anche a voi, che Eliot/Tiresia stia parlando del nostro tempo, della nostre storie infinite di corruzione e malaffare, sesso mercenario e ideali politici e morali spezzati?»

I ragazzi mi guardano, mentre mi muovo e gesticolo, in piedi di fianco all’insegnante, e si dimostrano interessati e vado a ruota libera, sperando di non annoiarli.

Torniamo quindi al nostro Tiresia/Eliot. La prima guerra mondiale è finita. Spezzate le illusioni che attorno a essa fiorirono, il modernismo raccatta i frammenti dei movimenti succedutisi nei primi venti anni del Novecento, e così come in pittura si accentuano lunghe e corrusche linee, figure scomposte e senza forma, così in poesia si spezzano i versi, si mastica la punteggiatura, per seguire il vento impetuoso della parola, che “ pre-soffre “ perché conosce, perché sa quale sarà il futuro e non può fermare il disastro ma solo soffrirlo prima.

(E io Tiresia ho presofferto tutto
ciò che si compie su questo stesso divano o questo letto;
io che sedei presso Tebe sotto le mura

e camminai fra i morti che più stanno in basso.)

Pier Paolo Pasolini intervista Ezra Pound

Pier Paolo Pasolini intervista Ezra Pound

La stessa desolazione che pervade i versi di Eliot, la ritroviamo nella poetica del grande vate italiano del secondo Novecento: Pier Paolo Pasolini, che ne La Realtà dice

Questo può urlare, un profeta che non ha
la forza di uccidere una mosca – la cui forza

è nella sua degradante diversità

oppure nel verso agghiacciante per la sua veridicità:

ABIURO DAL RIDICOLO DECENNIO

con il quale chiude il poema Per un verso di Shakespeare, nel quale ora per allora, profeta/ poeta dei nostri drammi quotidiani non era di certo compreso, al punto da dire ne Una Disperata Vitalità, un poema sublime e lacerante, dove questo Tiresia sente accecata perfino la parola e quindi vagola, certo di una morte che pre-soffre la morte fisica.

La morte non è
nel non poter comunicare

ma nel non poter più essere compresi.

Ora, per finire, torniamo al nostro grande Camilleri, artefice di questa riesumazione del vate indovino Tiresia, mai dimenticato da chi nella letteratura ama ficcare il naso, ma certo relegato a una figura della tradizione, di un’Arcadia ormai dimenticata. Il suo merito, oltre che letterario e quello lo conosciamo, è di aver fatto una capillare ricerca sia sulle storie mitologiche in merito a Tiresia, che la letteratura ha usato e fisicamente oggettivato nella figura del poeta/indovino in ogni epoca. Camilleri stesso fa questo lavoro per entrare nell’immaginario collettivo, e lo fa essendo proprio lui il Tiresia dei tempi d’Omero, dei tempi di Dante e di Eliot, srotolando il papiro della storia davanti allo spettatore/lettore, con l’eleganza, la semplicità e la purezza della poesia.

Poesia che non mi stancherò mai di ripetere, dobbiamo tornare ad apprezzare, leggendola e rileggendola più volte, per il piacere di ascoltare il suono delle parole, l’armonia del verso, che esalta il senso del testo, e il senso non è quello del poeta ma quello degli infiniti occhi che leggeranno quei versi, è il nostro sentire, la nostra vita.

Suona la campanella, l’ora è già finita e mi aspettano le pratiche urlanti sulla scrivania, saluto tutti con affetto e scappo via.

Dall’attenzione e dai commenti, espressi dopo dalla classe all’insegnante, penso di non averli annoiati, di certo loro e l’amica Cinzia mi hanno arricchito di emozioni e conoscenze.

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