Browse By

Il carbonaio e la musica: l’incredibile storia di Thomas Britton

John O' Connor, Da Peytonville road guardando verso ovest, 1884

John O’ Connor, Da Peytonville road guardando verso ovest, 1884

In un ipotetico concorso di bellezza delle vie di Londra, Aylesbury Street riuscirebbe a piazzarsi tra le prime 350 solo corrompendo la giuria. È anonima e bigia; da una parte qualche caseggiato privo di carattere e un piccolo supermarket, dall’altra una serie ininterrotta di edifici, da poco rimodernati, il cui aspetto sembra tradire un passato assai parco di glorie. A salvare la situazione contribuisce in qualche modo la chiesa di St. James, che proprio in fondo alla via costringe le case ad aprirsi per far spazio all’austera eleganza delle sue vecchie mura, circondate da un fazzoletto di verde. È a questo punto che l’occhio del passante viene naturalmente portato a posarsi sulla chiesa: che altro portebbe guardare da quelle parti, in fondo? E tuttavia, la vista dell’edificio ha il difetto di sviare completamente lo sguardo da una piccola targa verde appiccicata ai mattoni del palazzo di fronte. Lo scopo di questo articolo, gentili lettori, è proprio quello di far sì che la prossima volta che vi troverete a passare per Aylesbury Street quella targa riscuota invece la vostra piena, completa attenzione.

Thomas Britton nasce nel Northamptonshire nel 1644. Troppo giovane per capire qualcosa dell’uragano che proprio in quegli anni sta investendo il mondo politico inglese, si sposta ben presto a Londra, dove per sette anni suda nel magazzino di un carbonaio per impararne il mestiere: la guerra civile, la decapitazione del poco furbo re Carlo I Stuart, dieci anni di forzato puritanesimo firmato Oliver Cromwell e la restaurazione della monarchia nella carismatica figura di Carlo II – il “merry monarch” – gli passano accanto senza conseguenze. Infine, appresi i rudimenti della professione, il giovanotto si decide ad aprire un magazzino tutto suo a Clerkenwell, un bel quartiere nel centro della capitale.

Lì l’oscuro Thomas Britton avrebbe probabilmente condotto un’oscura esistenza in un oscuro deposito zeppo di oscuro combustibile fossile, se proprio in quel periodo non avesse cominciato a manifestare i sintomi di una terribile malattia diffusa in tutte le epoche e in tutti i paesi; una malattia a volte congenita, a volte contagiosa, a volte fatta scendere direttamente dal Cielo sulla testa delle persone: la curiosità.

Britton è avidissimo di sapere, un cervello come il suo sente di non potersi accontentare delle due nozioni di grammatica e d’aritmetica che ai suoi tempi costituiscono spesso tutta la cultura di cui il medio esponente del popolino londinese sente di necessitare. La sua attività commerciale comincia a decollare, e almeno per il momento Britton ritiene di poter smettere di preoccuparsi delle proprie tasche. Si lega d’una buona amicizia con un vicino di casa, il medico francese Théophilus Garencières: insieme i due si dilettano di esperimenti chimici – per i quali l’ingegnoso carbonaio progetta addirittura un pratico laboratorio portatile –, discutono di medicina, di chirurgia e, a voce più bassa, di scienze occulte[1]. Anche quell’esuberante fontana di conoscenze che è il buon dottor Théophilus, tuttavia, finisce per non risultare bastante a placare la sete di Britton; una curiosità come la sua ha bisogno di ben altro cibo che le ciarle d’un sol uomo per essere soddisfatta, e di un cibo alla cui ricerca il carbonaio comincia da quel momento a consacrare ogni attimo del suo tempo libero: i libri.

Thomas Britton, ritratto dall'amico John Wollaston

Thomas Britton, ritratto dall’amico John Wollaston

Tutti i giorni Britton esce di casa con due immancabili accessori: una casacca blu – nessuno dei suoi contemporanei dice di averlo mai visto con addosso qualcosa di diverso – e un sacco di carbone, del tipo che gli Inglesi usano chiamare small-coal perché triturato in piccoli pezzi. Con solerzia compie il suo giro di consegne, e senza neanche cambiarsi d’abito si precipita in libreria. Storia, poesia, retorica, narrativa gli scivolano tra le mani a passo di minuetto, e tuttavia è alle scienze – o a quelle scienze che ai tempi erano considerate tali – che il carbonaio continua a riservare le sue maggiori attenzioni: chimica, fisica, medicina, astrologia. Nella soffitta del suo magazzino Britton ammassa libri su libri: parecchi ne studia, tutti li sfoglia e, cosa ben più importante,da tutti impara qualcosa.

La costanza di Britton nell’adempiere a questo suo rituale quotidiano non tarda a destare a sua volta una certa curiosità in chi ha occasione di assistervi. Cominciano a notarlo alcuni aristocratici, i più assidui frequentatori delle botteghe dei librai: da dove sbuca fuori quell’ometto vestito di fuliggine che ogni giorno saltabecca da questa a quella libreria curiosando, annusando, scartabellando, conversando delle più varie discipline con insolita competenza? Tra costoro, il più impressionato è anche il più famoso. Sir Roger L’Estrange è il censore di re Carlo – il “mastino della stampa”, come lo chiamano gli amici con ironia e i nemici a mezza voce, con pavida ostilità. Tanto Britton il carbonaio è bonario, umile, riservato quanto L’Estrange il censore è austero e inflessibile: i due personaggi non sembrano fatti per intendersi neanche sul colore dei calzini. Hanno però ad avvicinarli due passioni, i libri e la musica, che possono mettere d’accordo chiunque.

Sir Roger è un buon suonatore di viola da gamba e anche Britton, con tutta la sua tracimante curiosità, non ha voluto privarsi del piacere d’imparare i rudimenti di qualche strumento[2]. È forse nel far visita un giorno al carbonaio che a Sir Roger viene in mente che quella stanza lunga, stretta e poco illuminata che fa da soffitta al suo magazzino potrebbe essere un posto accettabile per fare un po’ di musica a beneficio di qualche amico. Britton si schermisce – io, il carbonaio? Voi volete venire a far musica per i vostri amici in casa mia? – ma poi si lascia convincere. Ancora non immagina, il poveretto, né può immaginare che quella sua stanzetta polverosa sarà la pentola d’oro alla fine del suo arcobaleno.

Il viaggiator curioso che un giovedì mattina del 1678 si fosse trovato a passare per Aylesbury Street, nel quartiere di Clerkenwell, avrebbe potuto assistere a una scena singolare. Avrebbe visto inerpicarsi su per una scaletta sgangherata, lungo la parete esterna del magazzino di un carbonaio, una serie di personaggi che in un luogo del genere non avrebbe mai pensato di trovare, se non forse in qualche fiaba. Prima di tutto Sir Roger L’Estrange, il temuto censore di re Carlo, con in mano una viola da gamba. Poi, in ordinata fila, tutto un altro codazzo di nobili, damine e persons of quality, che avevano un bel daffare per non perdere l’equilibrio su quei gradini malfermi. In cima alla scala varcavano una porticina che pareva uscita direttamente dal Paese delle meraviglie di Alice e, a dirla tutta, non conduceva in un posto meno bizzarro: una stanza stretta, dal soffitto incredibilmente basso, illuminata da una finestrella che – un testimone ci assicura – non era più grande del coperchio di un barile[3]. Ad accoglierli, i nobili trovavano un ometto garbato e cerimonioso, vestito di blu, con un bel viso tondo e due occhioni da bambino. Quest’uomo, manco a dirlo, era Thomas Britton. E cosa ci faceva tutta questa pletora di quarti nobiliari nella soffitta di Thomas Britton? Sedeva, magari ordinava un caffè, e ascoltava.

La facilità con cui oggigiorno possiamo arricchire ogni istante della nostra giornata di un’appropriata colonna sonora, spesso ci porta a dimenticare quanto un tempo potesse invece risultare difficile. Nell’epoca in cui Britton strascinava sui ciottoli di Londra il suo sacco di carbonella, se si voleva ascoltare musica di una qualità più elevata di quella che veniva sputacchiata dai cantanti di ballate zozze agli angoli delle strade non c’erano santi: quella musica andava creata. Se eri ricco e potente ti facevi un’orchestra privata, se eri ricco e basta andavi a teatro o pagavi un buon maestro di musica perché t’insegnasse a suonare al clavicembalo le tue ariette preferite, se eri povero rubavi un violino e ti arrabattavi come potevi[4]. La performance di Sir Roger L’Estrange nella soffitta di Britton fu doppiamente apprezzata dal suo pubblico: sia come occasione per ascoltare della buona musica, sia come occasione per ascoltarla eseguita bene. Il successo fu tale che nel giro di poche settimane quello che era nato come divertimento si mutò in abitudine, e l’abitudine in istituzione.

Vladimir Makovskij, Sera musicale, 1906

Vladimir Makovskij, Sera musicale, 1906

I ritrovi settimanali di un gruppo di aristocratici melomani si trasformarono in veri e propri concerti, al cui bizzarro fascino nemmeno i musicisti di professione seppero sottrarsi. John Banister, uno dei favoriti del re, vi faceva regolarmente trillare il suo violino[5]. Il giovane Haendel, appena arrivato a Londra, volle prendervi parte improvvisando all’organo[6], e il piccolo Matthew Dubourg, che di lì a poco avrebbe stregato col suo violino le platee di tutta l’Inghilterra, ebbe proprio nel magazzino di Britton l’occasione di esibirsi in pubblico per la prima volta: aveva nove anni, e per rendersi visibile da tutti dovette suonare in piedi su uno sgabello, «ma il povero bambino era così terribilmente impressionato dalla vista di un così nobile pubblico che fu lì lì per cadere a terra[7]». Il repertorio dei concerti era incredibilmente vario, e spaziava dalle ultime novità musicali alle vecchie glorie passate, senza distinzione di nazione: Locke, Purcell, Biber, Vivaldi, Corelli, Lully, Albinoni erano solo alcuni dei grandi nomi la cui musica poteva essere ascoltata nei concerti di Britton.

Alcuni dei nomi più riveriti del regno divennero frequentatori abituali del magazzino di Aylesbury Street. Conti e baroni vi facevano regolarmente la loro comparsa, e persino la giovanissima duchessa di Queensberry, che passava per la fanciulla più bella di Londra, vi si recava con entusiasmo. Naturale come questo invidiabile e invidiato parterre potesse destare qualche gelosia in chi non riusciva invece a portarsi con altrettanta facilità un duca in salotto. Cominciarono a circolare voci anonime, che di volta in volta accusavano il povero Thomas Britton di essere un sedizioso, un fanatico, un negromante, un senzadio. Nessuno indagò, ma se anche qualcuno l’avesse fatto non avrebbe impiegato che poche ore a scoprire tutto quel che c’era da scoprire su quest’uomo modesto e generoso: assolutamente niente. Per tutti quanti Britton era e restava l’emblema stesso dell’onestà: “tutti quelli che lo conoscevano”, ricorderà un suo vicino di casa, “lo segnavano a dito quando camminava per strada gridando: «Ecco che passa il famoso Small-Coal Man, l’amante della cultura, il musicista, il compagno ideale per un gentiluomo!»[8]” 

Ed era tutto vero. Da più di vent’anni, ormai, Britton intratteneva cordiali rapporti con la crème de la crème dell’aristocrazia inglese, ma se pensate che quest’incredibile successo gli avesse montato la testa vi sbagliate di grosso. Il carbonaio di Clerkenwell restava il carbonaio di Clerkenwell. Poco importava che il giovedì mattina il suo salotto ospitasse l’empireo della nobiltà albionica: in tutti gli altri giorni della settimana Britton continuava ad andare su e giù per le strade con la sua palandrana blu e il suo sacco di carbone, e il ricavato di questa attività continuava a sovvenzionare i suoi concerti che per il pubblico seguitavano ad essere – udite udite – completamente gratis. I quarti di nobiltà non c’entravano: chiunque, purché provvisto di buone maniere e di amore per la musica, poteva entrare nella sua soffitta e godere della propria fetta di paradiso senza sborsare un centesimo[9].

Britton era ammirato e stimato da tutti, il suo nome pronunciato con rispetto; nessuno, tra coloro che l’hanno conosciuto e ci hanno tramandato la sua storia, usa per descriverlo aggettivi meno che lusinghieri. Si poteva non amare quest’uomo? Si poteva non restarne conquistati? Si poteva, dico, si poteva anche solo concepire il desiderio di fargli del male in qualche modo? No, non si poteva, e se la Fortuna amasse attenersi in modo rigoroso al calcolo probabilistico, Thomas Britton non avrebbe dovuto conoscere altro che gioie fino all’ultimo dei suoi giorni. La Fortuna, però, di solito non lo fa. La Fortuna, a volte, decide che se ne sbatte. La Fortuna è il Grande Lebowski che lancia palle da bowling con gli occhi bendati, su una pista gremita di persone piazzate lì a mo’ di birilli.

Louis-Michel van Loo, concerto alla spagnola, 1768

Louis-Michel van Loo, concerto alla spagnola, 1768

Tra i musicisti dilettanti che passavano il giovedì nella soffitta di Britton c’era anche un magistrato, un certo Robe. Di lui non sappiamo molto, salvo che era un burlone impenitente e che aveva trovato in un fabbro di nome Samuel Honeyman – un ottimo ventriloquo – un degno compare per le sue malefatte[10]. Ora, bisogna sapere che Britton, bonaccione com’era, non era però del tutto scevro di una certa ingenuità condita di superstizione. Già abbiamo visto quale fascino esercitassero su di lui la magia e le scienze occulte, anche se a titolo di pura curiosità[11]. Non appena il burlone lo conobbe in questa sua debolezza non riuscì a resistere: doveva assolutamente fargli uno scherzo.

Un giorno si recò da Britton per fargli un’improvvisata portando con sé anche il suo amico fabbro, le cui peculiari abilità di ventriloquo erano del tutto ignote al carbonaio. Possiamo solo immaginare quale fu la sorpresa di Britton, quale il terrore che dovette attanagliargli le viscere quando all’improvviso una voce lugubre e cavernosa cominciò a levarsi da un angolo del suo salotto. Uno spirito, senza alcun dubbio. Uno spirito che, dopo una spiccia presentazione, assolse il terribile compito che gli era stato affidato nell’altro mondo: era venuto ad annunciare al carbonaio la sua morte imminente, se in quello stesso istante non si fosse pentito dei suoi peccati recitando il Padre Nostro in ginocchio. Britton, pallido come un cencio, obbedì, e infatti lo spirito se ne andò subito senza molestarlo.

Ma un’emozione tanto grande era più di quanto le scricchiolanti giunture del settantenne Britton potessero sopportare: il 27 Settembre del 1714, pochi giorni dopo aver assistito alla sinistra apparizione, il carbonaio cedette alla Morte la sua anima. Anche stavolta – c’è da crederlo – completamente gratis.

Di Thomas Britton, del suo passaggio su questa Terra, oggi poco ci rimane. Qualcuno dei suoi volumi, sparpagliati in giro per il mondo dopo lo smembramento della sua sterminata biblioteca: sull’antiporta di alcuni di essi campeggia ancora la sua nota di possesso, in una grafia semplice ed elegante. Uno di essi, una copia manoscritta dell’opera prima di Arcangelo Corelli, dovette essergli particolarmente caro: “used at his Assembly for many years”, ci informa una nota all’inizio del tomo. Di Britton possediamo anche alcuni ritratti, che ci permettono di dargli un volto mentre ce lo immaginiamo in piedi sulla porta della sua soffitta, intento a ricevere con timida deferenza gli ospiti nel suo piccolo regno di Aylesbury Street.

Quel che quest’uomo ha fatto, a ben guardare, non è poi così incredibile: non ha inventato nulla, non ha fatto nulla che l’uomo medio sarebbe portato a giudicare eroico, o sensazionale. Ha venduto carbone e regalato musica. Ma l’ha fatto con tanta passione, con tanta gratuita generosità che se oggi qualcuno mi chiedesse di fare una piccola lista dei personaggi le cui qualità ho ammirato di più non avrei dubbi: uno di loro sarebbe sporco di fuliggine, e avrebbe addosso una palandrana blu.

Print Friendly, PDF & Email
The following two tabs change content below.
Federico Franchin

Federico Franchin

È nato a Monza nel 1991 e da allora vive a Senago, nel Milanese. Cresciuto in mezzo ai libri, ha una spiccata tendenza ad interessarsi a scrittori e musicisti giudicati minori o semisconosciuti, convinto com'è che anche a loro faccia piacere sentir pronunciare il proprio nome, ogni tanto.