Jacques Louis David Il ratto delle Sabine, 1795-1799
Rinascita della Letteratura

Solo la superficie del sangue

L’intento manifesto e poi dichiarato di Andrea Frediani nella stesura di questo suo ultimo romanzo, L’ultimo pretoriano, primo capitolo di una futura trilogia dall’altisonante titolo Roma caput mundi, edita dalla Newton Compton, è quello di avvincere e divertire (non per forza in quest’ordine) il lettore, di immergerlo negli intrighi che si consumarono, violenti, allo scadere del III secolo d. C. e durante il primo decennio del secolo successivo. Posso scrivere sin dall’inizio che il nostro autore riesce egregiamente nel suo intento, nonostante la presenza di qualche sbavatura in corso d’opera e un paio di ingenuità che rasentano il ridicolo ne incrinino il risultato finale.

Andrea Frediani conosce i ritmi narrativi, sa come incuriosire il lettore, come fomentare il suo interesse, riesce a mantenere una tensione costante all’interno del proprio romanzo, come nelle più classiche storie di avventura; mescola nel suo calderone violenza e sesso, ingenuità e scaltra furberia. In altre parole riesce ad essere perfettamente seriale, cinematografico, anzi forse ancora meglio, videoludico, in decine di passaggi[1].

Un romanzo che però si regge su queste premesse e usa determinati espedienti narrativi risulta incolore nel panorama contemporaneo, incorporeo e superficiale come moltissime opere alle quali, ormai, con mio sommo dispiacere, siamo abituati.

Thomas Cole, Il corso dell'impero - Il compimento dell'impero, 1836
Thomas Cole, Il corso dell’impero – Il compimento dell’impero, 1836

È vero, Frediani è pure capace di descrivere gli ambienti (non solo in senso fisico) in cui si muovono i personaggi, i suoi uomini d’arme, gli scenari ampi del vasto Impero in crisi; eppure i suoi protagonisti sono piatti, degli stereotipi che non escono mai dalla caratterizzazione (a tratti verrebbe da pensare caricaturale) con cui sono stati immaginati: ad esempio Minervina resta una donna debole, una bambina, nel corso di tutti gli avvenimenti, una bambina-dea del sesso[2] che, come effettivamente poteva-può essere, non è in grado di leggere e dunque adeguarsi al mondo in cui vive. Così ancora Costantino, uomo determinato, macho tutto d’un pezzo/tutto muscoli/tutto strategia che così è e così resta sin dalla sua prima apparizione fino alla fatale battaglia al Ponte Milvio.

Ok, cancelliamo dall’agenda un discorso più ampio relativo al romanzo storico e alla sua funzione e al suo contenuto: non è questa la sede adatta per affrontare un argomento così ampio e articolato[3]. Tentando poi di contestualizzare un minimo il romanzo di Frediani mi sono venuti in mente due opere di cui ultimamente ho letto parecchio[4]: il primo è I pilastri della Terra di Ken Follett, il secondo l’abusato Trono di Spade di G. R. R. Martin. Perché?

Andrea Frediani, Roma caput mundi, L'ultimo pretoriano

Perché Frediani scrive una storia di guerre e di successioni che, piatte, si possono equiparare alle opere su citate. Certo, sussistono enormi differenze tra queste: Follett, da americano, ci racconta una storia europea molto compromessa, a sua volta, dalla serialità americana (non a caso i suoi due romanzi di ambientazione medievale sono diventati delle serie tv negli ultimi anni), ma riesce a proporci, dopotutto, dei personaggi verosimili, degli uomini e delle donne che crescono e che risultano essere credibili nel contesto medievale inglese del XII  secolo; ancora meglio Martin[5] i cui personaggi sono il punto forte dei suoi romanzi.

Così non fa il nostro autore, che non scruta solo che a pochi passi dalla superficie dell’animo umano, che non ci sorprende affatto con repentini aggiustamenti di traiettorie dei suoi uomini e delle sue due donne. D’altra parte devono uscire ancora il numero 2 e il numero 3, possiamo ancora sperare maggiore introspezione (non eccessivamente però, eh!).

Per concludere L’ultimo pretoriano resta dunque un romanzo di superficie, una storia che diverte (non troppo) e che scivola via ancor prima che finisca; ci sono innumerevoli, troppe battaglie, tutte uguali, scene di sesso che sì, sono condotte bene, ma che si sfilano a causa della pochezza dei sentimenti di lei o di lui. La nota storica più interessante resta quella dedicata al Cristianesimo, condotta, come gli altri argomenti, abbastanza superficialmente, ma decisamente intrigante, in particolar modo per i riflessi ideologici/teologici che ogni azione destina e comporta.

 

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Andrea Frediani nasce a Roma nel 1963 ed è consulente scientifico della rivista “Focus Wars” e ha inoltre collaborato con molte riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi e numerosi romanzi tra cui la precedente trilogia Dictator dedicata a Giulio Cesare.

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.