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Il senso del mondo

La ricerca di Sofia – I

 

Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? E soprattutto perché dobbiamo muoverci? Queste domande (e molte altre), fin dall’alba dei tempi, hanno assillato le menti degli uomini. Catapultati sul grande palcoscenico del mondo gli esseri umani hanno iniziato ad aggirarvisi cercando di capir- ne il senso. Ecco, capire il senso. Un’espressione così consunta dall’uso racchiude in realtà tutta la ragion d’essere di millenni di riflessioni.

Ma cosa vuol dire “capire il senso del mondo”?

Prima un piccolo “gioco”.

Capire =

a. Comprendere con l’intelletto, intendere.

b. Afferrare e penetrare profondamente con l’intelletto, sentire intimamente.

c. Rendersi convinto, esser persuaso

(Vocabolario Treccani)

Capire quindi è comprendere (dal punto di vista etimologico: prendere a sé, avocare), afferrare, penetrare, convincersi senza mostrare più dubbi. Solo se, però, quest’atto è un atto dell’intelletto, se è razionale. Altrimenti no: è un’intuizione forse, un’illuminazione, ma di certo non comprensione. Banale? Forse. Eppure inevitabile, poiché per capire il senso (ci risiamo) di una frase bisogna prima capire il senso delle parole usate.

Il =

Forma dell’articolo determinativo singolare maschile

(Vocabolario Treccani)

Buona norma vuole che, quando ci accingiamo ad analizzare qualcosa, non dobbiamo mai scegliere le parole a caso. Persino gli articoli sono importanti, dunque perché non soffermarci anche su queste due lettere, sull’articolo determinativo “il”, sull’intrinseca idea di singolarità che esso denota, a cui esso rimanda? Non è “un senso” o “i sensi”, o ancora “dei sensi”, ma il senso. Uno, univoco, unidirezionale, che da me va al mondo e mi fa capire (mi fa comprendere, prendere a me e per me) cos’è infine questo mondo.

Paul Gauguin, Da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo?, 1897
Paul Gauguin, Da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo?, 1897

Abbiamo accennato al termine “capire”, ne abbiamo visto il significato. Abbiamo scavato nell’articolo “il”, resta da definire il termine “senso”. Prendiamo di nuovo la Treccani:

Senso =

1.a. La facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni.

2.a. Coscienza, consapevolezza in genere.

4. Il contenuto e il valore significativo di un elemento linguistico.

Più sensi di “senso”, ovvero, tralasciando i giochi di parole, una plurivocità di significati. “Il” (termine monadico) “senso” (termine polisemico, che rimanda ad una quantità estesa di oggetti del mondo, molti dei quali da noi sorvolati per economia). Un’apparente contraddizione: due termini che nella stessa locuzione, contemporaneamente rimandano all’identità e alla pluralità. Questa è una spia a cui dovremmo (e, se mi seguirete nel percorso che vorrei fare con voi, dovremo) prestare notevole attenzione.

Giunti a questo punto potremmo giustamente chiederci: cosa ne abbiamo cavato fuori? Abbiamo visto le definizioni da vocabolario, cercando di afferrare di più e meglio ciò che cercavamo. Abbiamo scovato, sotto un’espressione che può sembrare a prima vista estremamente usuale e persino banale, una potenziale miniera di spunti riflessivi: “capire” come afferrare (comprendere) per via rationalis. Cosa? Il “senso”, una parola che racchiude una molteplicità di significati, un ventaglio che viene dischiuso di fronte a noi e al mondo.

Ma com’è questa molteplicità, questo ventaglio? Singolare. Garanzia di ciò sembra essere “il”, questa particella che, come abbiamo detto sopra, rimanda all’unicità, all’unum. In termini rigorosamente filosofici, con il nostro “gioco”, abbiamo proceduto per analisi. Abbiamo scisso (ἀναλὺω[1], propriamente, in greco significa “scomporre”) i termini nei loro componenti fondamentali. Ma questo, come già evidenziavano i filosofi antichi, da Aristotele in poi, non dà un’ulteriore conoscenza. In altre parole, ci siamo risolti in mere tautologie.

Stesso procedimento, infatti, potremmo legittimamente farlo con ogni singolo termine delle definizioni date (comprendere, intelletto, facoltà, stimoli, ecc.) sicuri, o quasi, di trovarci coinvolti in un circolo vizioso che si può protrarre ad infinitum che ci costringe a continui salti tra le parole e ciò che esse intendono. Alla fine del percorso, però, avremo scavato soltanto un profondo cerchio nella terra senza per altro muoverci di un solo passo innanzi. Non è stato però fine a se stesso questo procedimento. Abbiamo infatti fatto due importanti scoperte: una metodologica e una contenutistica.

Giorgione, Tre filosofi, 1908-09
Giorgione, Tre filosofi, 1908-09

Da una parte, infatti, imboccando la strada dell’analisi, l’abbiamo trovata sbarrata. O, meglio, abbiamo visto che ci fa muovere solo in cerchio. Dunque dobbiamo fermarci e tornare indietro. Dall’altra questo percorso ci ha permesso di caratterizzare di più e meglio il significato della nostra ricerca. Sul piano contenutistico questo ci è utile (o almeno possiamo ipotizzare che lo sia): è come se avessimo trovato una mappa che, per quanto imprecisa, ci dà un quadro del luogo in cui ci stiamo avventurando.

Ricominciamo. “Capire il senso del mondo” dicevamo. Husserl, filosofo della prima metà del ‘900, iniziatore della corrente detta “fenomenologia”, utilizzava l’espressione “mettere in parentesi il mondo”. Sospenderlo, sospendere il suo fluire ininterrotto, e chiedergli perché esso è come è (chiedergli il perché della sua datità).

Un “perché” che immediatamente diventa un “cos’è” e “com’è”. Nella risposta a queste domande si annida la risposta alla nostra domanda: il nostro bisogno di comprensione può essere soddisfatto. Ma come definire in una parola questa ricerca? Cioè, verso a cosa si indirizza? Non si può forse dire che rispondere a queste domande significa conoscere? Se io mi interrogo su di un fatto e mi chiedo cosa è successo, come è successo e perché, non potrò forse dire che conosco quel fatto? Se, con tutta evidenza, la risposta è affermativa, non possiamo dire che la conoscenza è l’ambito della nostra ricerca?

Ecco, forse abbiamo posto la prima pietra del nostro cammino, che ci porterà a chiarire il significato del fare filosofia. La conoscenza, questa forma molto particolare che noi esseri umani (e forse non solo noi) abbiamo di relazionarci al mondo, è precisamente l’oggetto del nostro interrogarci. Ora, sulla conoscenza la filosofia si è soffermata dagli al- bori della sua storia. Tagliando con l’accetta possiamo dire che tre sono stati gli approcci con cui si è indagato il problema: l’oggettivismo, il soggettivismo e lo scetticismo. Ripercorreremo proprio questi tre filoni per come essi si sono strutturati in epoca moderna, prendendo alcuni autori a mo’ di exempla.

A partire da Cartesio, esponente preclaro del pensiero razionalista e soggettivista, vedremo poi la risposta di Locke, quella di Hume, di Kant per concludere con Hegel e alcune nostre considerazioni personali. Sei articoli per cercare di fare il punto delle maggiori teorie della conoscenza che si sono contese la scena della filosofia moderna e contemporanea. Buona lettura.

 


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Nato a Milano, classe 1993, laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia; lettore e appassionato di politica da sempre, ho avvicinato gli studi filosofici sui banchi del liceo (classico) e da lì ho compreso come questa disciplina dia ad ognuno la possibilità di capire e modificare il mondo.