Cosa significa capire il senso del mondo?

Newton William Blake

La ricerca di Sofia – I

 

Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? E soprattutto: perché muoverci? Queste domande, fin dall’alba dei tempi, hanno assillato le menti degli uomini. Catapultati sul grande palcoscenico del mondo, gli esseri umani hanno iniziato ad aggirarvisi cercando di capirne il senso.

Ecco, capire il senso. Sembra un’espressione banale, che usiamo tutti i giorni. Se però la osserviamo da vicino, non è così tanto banale. Non solo perché per migliaia di anni gli uomini hanno cercato di capire il senso della realtà che li circondava, ma perché, questa frase, “capire il senso del mondo”, non è poi così tanto chiara. Cosa vuol dire esattamente?

Facciamo un piccolo gioco.

Capire =

a. Comprendere con l’intelletto, intendere.

b. Afferrare e penetrare profondamente con l’intelletto, sentire intimamente.

c. Rendersi convinto, esser persuaso

(Vocabolario Treccani)

Capire quindi è comprendere (dal punto di vista etimologico: prendere a sé, avocare), afferrare, penetrare, convincersi senza mostrare più dubbi. Solo se, però, quest’atto è un atto dell’intelletto, se è razionale. Altrimenti no: è un’intuizione forse, un’illuminazione, ma di certo non comprensione. Banale? Forse. Eppure inevitabile, poiché per capire il senso (ci risiamo) di una frase bisogna prima capire il senso delle parole usate.

Il =

Forma dell’articolo determinativo singolare maschile

(Vocabolario Treccani)

Buona norma vuole che, quando ci accingiamo ad analizzare qualcosa, non dobbiamo mai scegliere le parole a caso. Persino gli articoli sono importanti, dunque perché non soffermarci anche su queste due lettere, sull’articolo determinativo “il”, sull’intrinseca idea di singolarità che esso denota, a cui esso rimanda? Non è “un senso” o “i sensi”, o ancora “dei sensi”, ma il senso. Uno, univoco, unidirezionale, che da me va al mondo e mi fa capire (mi fa comprendere, prendere a me e per me) cos’è infine questo mondo.

Paul Gauguin, Da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo?, 1897
Paul Gauguin, Da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo?, 1897

Ora resta solo da definire il termine “senso”. Prendiamo di nuovo la Treccani:

Senso =

1.a. La facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni.

2.a. Coscienza, consapevolezza in genere.

4. Il contenuto e il valore significativo di un elemento linguistico.

E già qui è tutto meno ovvio. Intanto, ci sono più sensi di “senso”: al di là del gioco di parole, c’è una plurivocità di significati.  Quando diciamo “capire il senso” usiamo un termine monadico, “il”, e poi ci aggiungiamo un termine polisemico, che rimanda a una quantità estesa di oggetti nel mondo, e cioè “senso”. Un’apparente contraddizione: due termini che nella stessa locuzione, contemporaneamente rimandano all’identità e alla pluralità. Questa è una spia a cui dovremmo prestare notevole attenzione.

Giunti a questo punto potremmo giustamente chiederci: cosa ne abbiamo cavato fuori? Abbiamo visto le definizioni da vocabolario, e ci siamo accorti che un’espressione usuale racchiude più sfumature di ciò che pensavamo, un ventaglio di significati che viene dischiusa di fronte a noi. Com’è questo ventaglio? Singolare. Diciamo “il” senso, non “un” senso del mondo. Ottimo. Però, oltre a questo, non sembra che ne abbiamo cavato fuori molto.

In termini rigorosamente filosofici, con il nostro “gioco”, abbiamo proceduto per analisi. Abbiamo scisso (ἀναλὺω[1], propriamente, in greco significa “scomporre”) i termini nei loro componenti fondamentali. Ma questo, come già evidenziavano i filosofi antichi, da Aristotele in poi, non dà un’ulteriore conoscenza. In altre parole, ci siamo risolti in mere tautologie.

Stesso procedimento, infatti, potremmo legittimamente farlo con ogni singolo termine delle definizioni date (comprendere, intelletto, facoltà, stimoli, ecc.) sicuri, o quasi, di trovarci coinvolti in un circolo vizioso che si può protrarre ad infinitum che ci costringe a continui salti tra le parole e ciò che esse intendono. Se ci riduciamo a questi salti avanti e indietro, alla fine avremo scavato soltanto un cerchio nella terra senza muoverci di un solo passo in avanti.

Giorgione, Tre filosofi, 1908-09
Giorgione, Tre filosofi, 1908-09

Ma allora, l’analisi è inutile? Non proprio. Questo procedimento non è fine a se stesso. Abbiamo infatti fatto due importanti scoperte: una metodologica e una contenutistica.

Da una parte, infatti, imboccando la strada dell’analisi, l’abbiamo trovata sbarrata. Anzi, no. Non esattamente: abbiamo visto che ci fa muovere solo in cerchio. Questo percorso, però, ci ha permesso di caratterizzare di più e meglio il significato della nostra ricerca. Sul piano contenutistico questo ci è utile: è come se avessimo trovato una mappa che, per quanto imprecisa, ci dà un quadro del luogo in cui ci stiamo avventurando.

Ricominciamo. “Capire il senso del mondo”, dicevamo. Husserl, filosofo della prima metà del ‘900, iniziatore della corrente detta “fenomenologia”, utilizzava l’espressione «mettere in parentesi il mondo». Sospenderlo, sospendere il suo fluire ininterrotto, e chiedergli perché esso è come è (chiedergli il perché della sua datità, per dirlo in modo più preciso).

Un “perché” che immediatamente diventa un “cos’è” e “com’è”. Se rispondiamo a queste due domande, allora possiamo ritenerci soddisfatti della nosta ricerca: siamo riusciti a capire il senso. In altre parole, si può dire che risolvere queste domande significhi conoscere.

Ecco, forse abbiamo posto la prima pietra del nostro cammino, che ci porterà a chiarire il significato del fare filosofia. La conoscenza, questa forma molto particolare che noi esseri umani (e forse non solo noi) abbiamo di relazionarci al mondo, è precisamente l’oggetto del nostro interrogarci. Ora, sulla conoscenza la filosofia si è soffermata dagli al- bori della sua storia. Tagliando con l’accetta possiamo dire che tre sono stati gli approcci con cui si è indagato il problema: l’oggettivismo, il soggettivismo e lo scetticismo. Ripercorreremo proprio questi tre filoni per come essi si sono strutturati in epoca moderna, prendendo alcuni autori a mo’ di exempla.

A partire da Cartesio, esponente preclaro del pensiero razionalista e soggettivista, vedremo poi la risposta di Locke, quella di Hume, di Kant per concludere con Hegel e alcune nostre considerazioni personali. Sei articoli per cercare di fare il punto delle maggiori teorie della conoscenza che si sono contese la scena della filosofia moderna e contemporanea. Buona lettura.

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Simone Coletto

Nato a Milano, classe 1993, laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia; lettore e appassionato di politica da sempre, ho avvicinato gli studi filosofici sui banchi del liceo (classico) e da lì ho compreso come questa disciplina dia ad ognuno la possibilità di capire e modificare il mondo.