Affresco erotico Pompei satyricon

Perché mi guardate o Catoni[1], con fronte severa
e condannate un così semplice libro?
Qui sorride con grazia leggera uno stile corretto,
e fa la storia degli umili una candida lingua.
Chi non conosce l’amore? Chi ignora le gioie di Venere?
Chi non ama scaldarsi le membra in un tiepido letto?
Il dotto Epicuro padre del vero lo insegna
e afferma che questo è il solo fine di vivere.

(Petronio, Satiricon, traduzione di Piero Chiara, Milano, Mondadori, 1969, p. 367)

Encolpio, protagonista dell’unica opera pervenutaci del misterioso Petronio, maestro del buon gusto alla corte dell’imperatore Nerone, si è appena sfogato con il suo membro (sic) additandolo a causa di tutte le sue disgrazie, in una pletora di accuse feroce ed eccessiva, quasi da tragedia classica. Non a caso è citato il dramma di Ulisse (le analogie tra il Satyricon e l’Odissea omerica sono molte.

L’impotenza, l’incapacità di godere il fior fiore della giovinezza, inabissano Encolpio in una condizione drammatica. La vita non presenta più alcun piacere da cogliere, nessuna bellezza da poter godere. Non è la prima volta che Encolpio sprofonda nell’autocommiserazione, nel piagnisteo poi risolto in una critica cruda (e molto ironica) dell’esistenza.

Per la prima volta compare invece una dichiarazione di poetica dell’autore che si scaglia contro i giudici (Catoni) severi e rigidi della sua opera, leggera e candida perché tratta delle gioie dell’amore, conosciute e indispensabili per gli uomini, fondamento (tra gli altri) della filosofia di Epicuro.

Secondo Petronio non bisogna sopprimere i nostri desideri (anche carnali) nella vita come nelle opere letterarie, perché sono base fondante della nostra esistenza, fulcro delle nostre azioni. La ragione non ci guida sempre, anzi il più delle volte è il cuore che impera.

Affreschi erotici di Pompei
Affreschi erotici di Pompei

Encolpio e i suoi compari (Gitone, il bel giovinetto amato, Ascilto, altro suo compagno e il poeta Eumolpo) sono come pellegrini erranti in un universo soffocante e indefinito, dove la componente goliardica e lo sberleffo la fanno da padroni. Trascinati in una sarabanda di avventure ai limiti dell’assurdo e del parossistico, vittime e complici delle loro stesse disgrazie, cadono sempre negli  stessi errori, in un buco nero che li trascina verso il basso e li inghiotte.

Ciò che ho scritto sopra è però l’aspetto meno evidente dell’opera. Questa colpisce per le scene a sfondo sessuale (davvero molte e molto divertenti), per il fiume di discorsi, il più delle volte inutili e tronfi (quasi da overlap comedy[2]), e per l’umanità che compare quale assoluta protagonista, nei suoi connotati più miseri e neri.

Lo spazio labirintico del romanzo diviene simbolo dell’esistenza umana di cui non si conosce l’obiettivo finale, il punto di attracco della nostra vela, il fine dell’esistenza. Un caleidoscopio di personaggi e situazioni ci riempie le giornate e gli attimi (come quelle dei protagonisti), ma l’orizzonte è lontano, confuso nella nebbia. Riempiamo il vuoto con futili argomenti, con azioni che non portano su un nuovo sentiero, stabile e sicuro, di cui possiamo scorgere la fine.

Se l’amore è palese, possiamo toccarlo e viverlo, come amiamo e tocchiamo le persone amate, così la Morte è costantemente dietro le nostre spalle, ci pone un velo davanti gli occhi, una realtà non evidente ma sempre presente, nelle azioni come nei pensieri degli uomini.

Esempio principe di questa condizione, simbolo dell’opera petroniana, è l’episodio della Cena Trimalchionis, unica scena pervenutaci integra dell’intero romanzo, Che in origine doveva essere molto più esteso: ci è giunto poco più di un libro a fronte dei 16/18 libri che dovevano comporre l’opera (ringraziamo la tradizione medievale). Trimalcione, liberto arricchitosi con i suoi traffici mercantili, chiacchiera con i suoi convitati (tra cui compaiono anche i nostri eroi) di facezie e futilità, in un’ipocrita rincorsa alla meraviglia che sfocia nel ridicolo, una galleria di volti vividi di vizio e genuinamente grotteschi.

Affreschi erotici di Pompei
Affreschi erotici di Pompei

Allora, contrariamente a quanto dice il suo stesso autore, il Satyricon non è un libro leggero e candido ma un romanzo nero e pessimista, colmo di critiche velate all’uomo, emblema della sua doppia esistenza, fotografia del vortice che ci divora e ci vince.

In realtà il Satyricon è tutto questo e molto altro: un romanzo antico, un classico della letteratura latina ma anche un’opera incontrovertibilmente moderna, attuale per molti aspetti (alcuni molto evidenti, a voi il compito di indovinare quali!).

Con questo breve discorso non ho affatto esaurito la mia riflessione sull’opera petroniana, la quale si apre a spunti e riflessioni sempre nuovi e mai banali.

Ad esempio, e con questo chiudo, il passo iniziale del primo frammento rimastoci è una critica eccessiva e ridondante (sino a risultare ridicola) del sistema di insegnamento della retorica contemporaneo ad Encolpio:

I declamatori che vanno gridando: ”Queste ferite me le sono procurate difendendo la vostra libertà, quest’occhio l’ho perso per voi, datemi un accompagnatore che mi conduca dai miei figli perché coi garretti troncati non sto in piedi” , non sono agitati dalle medesime Furie? Sarebbero cose sopportabili se aprissero la strada all’eloquenza. Invece non servono che a portarli tra le nuvole. Appena entrano nel foro cominciano a gonfiare immagini e a strombazzar sentenze. I ragazzi delle scuole che li ascoltano, si incretiniscono, perché nelle loro chiacchiere non trovano nulla di attuale, ma solo tiranni che scrivono editti per ordinare ai figli di tagliar la testa ai padri o responsi che per arrestare le pestilenze ordinano di immolare delle vergini: palle, ora edulcorate col miele delle parole, ora condite col papavero e il sesamo delle citazioni.

(Ivi, p. 21)

Allora, nulla di attuale?

 


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Salvatore Ciaccio
Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.

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