La vita vera è nei dettagli

Myrna Darby, modella degli anni'30

Myrna Darby, attrice degli anni ’30

A volte capita di finire nella stessa stanza con qualcuno che ci incuriosisce. Lo guardiamo, questo signore anonimo, grigio, senza arte né parte: un uomo che parrebbe aver fatto suo il motto di Epicuro, «vivi passando inosservato» al punto e preso talmente alla lettera da potersi confondere con l’ambiente, da essere invisibile. Eppure quest’uomo ci attira, e non sappiamo perché. Raif Effendi era fatto in questo modo. 

Ankara, anni Trenta. Un ragazzo trova lavoro grazie a un conoscente imprenditore, e, per caso, condivide l’ufficio con quest’uomo, un umilissimo traduttore dal tedesco, che passa le sue giornate a lavorare indefessamente, sopportando le critiche e i capricci dei suoi superiori e lo scherno dei colleghi, con una tolleranza che non poteva non destare stupore nel nostro ragazzo. Com’è che quell’uomo anziano permetteva che tutti lo comandassero, senza mai un lampo di orgoglio, una minima reazione? Anzi, a guardarlo bene, così inespressivo, così insulso, sembrava proprio non avere un’anima, un’umanità. Era maledettamente irritante; sì, proprio irritante. Veniva quasi da fargli uno sgarbo apposta. Ma chi poteva essere un uomo così?

È questo l’avvio del romanzo di Sabahattin Ali, Madonna col cappotto di pelliccia, una perla della letteratura turca, scritta nel ’43 eppure così fresca, così lontana in tutto dall’immagine che abbiamo della prima metà del Novecento. Siamo negli anni Trenta, abbiamo detto, ma faremo un cospicuo salto indietro, e ci troveremo a Berlino, nel primo dopoguerra. Anche qui  – soprattutto qui – stentiamo a riconoscere i contorni di una Berlino che ci appare come una città fra le tante, con i suoi capodanni vacui, e i ragazzi che pattinano sul ghiaccio. Sono gli occhi di un uomo solo e timido, distaccato dal mondo, dai rivolgimenti sociali che stanno avvenendo, a mostrarcela così. Gli occhi di un uomo che scopriamo poco a poco, e che lui stesso si scopre poco per volta.

sabahattin ali, madonna col cappotto di pellicciaLì, a Berlino, Raif Effendi si allontana dalla sordida vita familiare e impara una lingua che gli schiude un mondo nuovo (lo stesso Ali era docente di tedesco) ed è lì che, per l’unica volta nella sua esistenza, comprende di essere vivo.  Un quadro in una galleria di Berlino è ciò che cambia la vita di Raif Effendi. Un ritratto – anzi, un autoritratto, come recita il catalogo – di una donna con una pelliccia. L’attrazione per quel quadro, per la donna di quel quadro, è fortissima, e porterà il nostro uomo a frequentare quella galleria per giorni e giorni. E, figurarsi l’emozione di vederla, una notte, in carne ed ossa, lei, con la pelliccia, e il suo viso, passare proprio di fianco a lui. Sarà stato un sogno? Un’impressione?

Lentamente, per accumulo, con «uno stupefacente e improvviso intensificarsi di sentimenti che già proviamo», per usare le stesse parole con cui Ali descrive l’amore, ci troviamo davanti ad un intenso paesaggio interiore, in cui non servono uno stile forte, e parole luminose, ma solo le più semplici, le più adatte. È un romanzo sulle relazioni, su quel filo che si lancia ad un’altra persona, e si spera che prima o poi lo raccolga:

Nel corso di quelle passeggiate compresi perché non fosse necessario parlare affinché due persone si cercassero, si trovassero e si scrutassero dentro, e perché certi poeti fossero costantemente alla ricerca di qualcuno, come loro, capace di contemplare le bellezze della natura in silenzio. 

Con grande scioltezza Sabahattin Ali inanella un caso fortuito dopo l’altro, un tassello dopo l’altro fino a costruire una storia semplicissima e devastante, che esprime una profonda conoscenza dell’animo umano, delle contraddizioni degli individui, di quello scarto, quella distanza che c’è tra un individuo e l’altro, e in cui finiscono sempre le proprie parole, le proprie intenzioni. Ogni passaggio della vicenda è sempre sospeso tra la pura coincidenza e l’ineluttabilità del destino; in ogni momento sarebbe potuta andare diversamente, ci sarebbero state infinite altre possibilità, eppure gli avvenimenti si sono materializzati soltanto in un modo, soltanto in quel modo. «La vita vera è nei dettagli», metterà in bocca Ali al nostro Raif: la vita vera sta in cose microscopiche di cui nemmeno siamo consapevoli, e che pure determinano i momenti decisivi del nostro esistere. Ed è così che riusciamo a penetrare il grande segreto di un uomo, un uomo qualunque, a cui non avremmo dato un centesimo, e che ci sembrava essere, semplicemente, una di quelle povere cose del mondo, senza storia e senza perché. Ma forse, ci dice Ali, quelle cose, altrettanto semplicemente, non esistono. 

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