Covid e Rewilding
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Delfini a Venezia: per un’estetica selvaggia

Il COVID-19 non è solo un virus nel senso biologico del termine, è anche un virus culturale. Da settimane i media di tutti i paesi del mondo sono stati infettati dall’epidemia: numeri, grafici, interviste, reportage, ultimi aggiornamenti, fake news e, ovviamente, meme si riproducono senza controllo, tanto da rendere difficile tenersi informati su qualunque altro argomento. Il contagio si è esteso anche al dibattito culturale: Yuval Noah Harari, Slavoj Zizek, Bruno Latour, Bifo (Franco Berardi), Noam Chomsky (che sinceramente pensavo ci avesse abbandonati una dozzina di anni fa) sono solo alcuni degli autori che negli ultimi giorni hanno scritto del nuovo Coronavirus, spesso cercando di leggere nella crisi globale di oggi il futuro del mondo di domani, come facevano gli aruspici con le interiora dei capretti sacrificati.

Quali “futurabilità” ha innescato la pandemia globale? La prospettiva di un sistema alternativo a quello capitalista, o al contrario l’accelerazione della costruzione di un ordine mondiale in nome della collaborazione internazionale? Una nuova società del controllo, o l’unione dei popoli per prepararsi alle prossime grandi crisi che ci attendono nei prossimi anni, quelle innescate dal cambiamento climatico?

Oggi vogliamo provare anche noi a fare un esercizio di fantasia speculativa e a leggere in una delle tante notizie che affollano i media un segno dei tempi. Per questo parleremo dei delfini a Venezia.

Quello della natura che si riprende il controllo sullo spazio urbano, abbandonato dall’uomo, è uno dei tanti filoni editoriali che ci stanno accompagnando in queste settimane. Uccellini che cinguettano come non facevano da decenni, lepri che giocano nei parchi di Milano senza alcuna paura, cervi, daini e cinghiali che si aggirano tra le strade deserte come gli ultimi sopravvissuti di un disastro atomico, erba che cresce tra i sampietrini di Piazza Navona e di Piazza del Palio a Siena, i Panda dello zoo di Hong Kong che finalmente, liberati dagli sguardi indiscreti di migliaia di turisti, hanno ricominciato ad accoppiarsi… e ovviamente i delfini che nuotano nella laguna di Venezia.

Rewilding Poco importa che alcune di queste notizie si siano poi rivelate poco accurate (gli stessi delfini del titolo parrebbero essere stati immortalati nel porto di Cagliari, non a Venezia): da un lato i media, con il loro potere di amplificare la realtà, dall’altra i nostri stessi sensi, che ci fanno vivere l’esperienza di città più silenziose e dall’aria più pulita, hanno aperto uno scorcio su una distopia che ci è stranamente familiare perché l’abbiamo già vista centinaia di volte in film, romanzi e videogiochi. Quella del mondo senza di noi.

Fino ad un paio di anni fa erano in pochi a conoscere la definizione di “Antropocene” mentre oggi, soprattutto grazie al dibattito innescato dai movimenti per la giustizia climatica come Fridays For Future ed Extinction Rebellion a partire dal 2018, è entrata nel vocabolario di tutti. L’Antropocene è l’epoca che stiamo vivendo, in cui l’attività della specie umana è uno dei fattori che maggiormente influenzano la morfologia del nostro pianeta, a livello ecologico, climatico e addirittura geologico. Il discorso sull’Antropocene genera una domanda spontanea: assodato che l’essere umano modifica l’ambiente che lo circonda in modo radicale e su scala planetaria, come sarebbe la Terra se noi non esistessimo?

È questo uno dei temi centrali all’interno del libro Selvaggi. Il rewilding della terra, dei mari e della vita umana di George Monbiot, giornalista ambientalista che scrive per il The Guardian. Il rewilding è una pratica ecologica innovativa, per molti versi opposta a quella della conservazione. Se l’obiettivo della conservazione è quello di selezionare aeree “incontaminate” e, come suggerisce la parola stessa, preservarle dall’azione umana per permettere che rimangano immutate nel tempo, al contrario il rewilding (spesso tradotto in italiano con rinaturalizzazione o rinselvatichimento) vede gli ambienti naturali come sistemi complessi, in costante mutamento. Il rewilding non si limita a cristallizzare nel tempo gli ecosistemi così come sono oggi, cerca invece di ripristinare i rapporti spesso imprevedibili tra le diverse specie che li popolano e che sono stati spezzati dagli esseri umani, rigenerandoli e facendoli tornare ad essere come erano decine, a volte centinaia di anni fa.

Uno degli esempi più celebri di rewilding è quello della reintroduzione dei lupi all’interno del Parco di Yellowstone. L’ultimo lupo venne sterminato nella zona quasi cento anni fa: settanta anni dopo, nel 1995, si decise di provare a reintrodurlo in natura. Il ritorno del “re della foresta” cambiò radicalmente i comportamenti di tutte le altre specie presenti. La popolazione locale di cervi non solo si ridusse di numero, ma modificò il proprio territorio, mostrandosi meno frequentemente in zone come gli argini dei fiumi, esposte all’attacco da parte dei predatori.

Questo permise alla vegetazione locale di rigenerarsi: l’erba e gli arbusti si fecero più folti, le piante che germogliavano lungo i corsi d’acqua e che i cervi brucavano quando erano ancora tenere poterono crescere e diventare alti alberi che stabilizzarono il terreno delle rive. Il nuovo habitat si rivelò incredibilmente favorevole per un’altra specie dall’impatto enorme sull’ecosistema: il castoro. La popolazione di castori crebbe esponenzialmente e le loro dighe, rallentando il corso dell’acqua, favorirono l’aumento nella popolazione di pesci e insetti. Questi si trasformarono in cibo per piccoli mammiferi come i topi, di cui animali più grandi (volpi, tassi, falchi) sono ghiotti. La nuova abbondanza di carcasse significava più cibo per gli animali che si nutrono di carogne, come il corvo e l’aquila calva.

Insomma, la reintroduzione di una sola specie endemica sterminata dall’uomo e il semplice atto di lasciare che la natura facesse il suo corso ha fatto in una dozzina d’anni molto più di decenni di sforzi forsennati dei conservazionisti, impegnati a cacciare i cervi per ridurne artificialmente il numero, a tenere puliti i corsi d’acqua e ad eliminare alberi e rami secchi dal sottobosco. La natura si è evoluta senza di noi per milioni di anni, sviluppando un livello di complessità tale che noi umani, con il nostro metodo scientifico, stiamo appena cominciando a comprendere le relazioni invisibili tra specie differenti.

A questo punto molti lettori potrebbero porsi un paio di domande. Ok, ma a cosa serve tutto questo? E soprattutto, cosa c’entrano lupi e castori con un magazine culturale che dovrebbe parlare di letteratura, arte e, al massimo, di cinema?

La prima domanda è di facile risposta: il rewilding “serve” a tantissime cose. La letteratura scientifica a proposito dei vantaggi per la vita umana di avere a disposizione ampi spazi caratterizzati da grande biodiversità è sconfinata. Tra i tanti studi ricordiamo qui solo il più attuale: quello del WWF che mette in relazione il degrado degli ecosistemi e la perdita di biodiversità con l’aumento zoonosi, quelle patologie che compiono un salto di specie (spillover) dagli animali all’uomo e di cui il nuovo Coronavirus rappresenta solo il caso più recente. Ma anche dal punto di vista economico quella del rewilding sembra essere una pratica conveniente. Monbiot dedica una buona parte di Selvaggi a mostrare come spesso, forse contro-intuitivamente, le aree dedicate alla rinaturalizzazione finiscono per generare più profitti per l’economia locale rispetto ad altre attività che competono per gli stessi spazi come la caccia, l’agricoltura e l’allevamento. Il rewilding muove infatti grandi capitali grazie alla ricerca e, soprattutto, al nuovo trend del turismo green.

Yellowstone parco

Ma i vantaggi principali sono proprio per gli esseri umani come individui e qui ci ricolleghiamo alla seconda domanda: qual è il legame tra ecologia e cultura? La risposta è duplice.

Da una parte, il discorso ecologista si collega al tema del bello naturale e ci induce a chiamare in causa niente meno che Kant e la sua Critica del Giudizio estetico[1]. Per Kant il contatto con la bellezza non genera semplicemente una sensazione (soggettiva) di piacere, ma anche un’esperienza più alta, che il soggetto percepisce come universale, tanto da sorprendersi se si rende conto che altre persone non la pensano allo stesso modo (si parla di universalità soggettiva). La contemplazione del bello è un’esperienza “pura” perché disinteressata, non è infatti finalizzata al possesso o all’utilizzo dell’oggetto estetico e nemmeno alla sua comprensione.

Il giudizio estetico non ci dice tanto sull’oggetto osservato, come invece fa il giudizio critico (“la rosa è rossa”), quanto su noi stessi. Attribuire un giudizio estetico (“la rosa è bella”) sposta il focus verso l’osservatore, proprio a causa della contemplazione che innesca (perché la rosa è bella? Quali caratteristiche che percepisco attraverso i miei sensi associo alla bellezza?). Immaginazione e intelletto, estetica e logica, sono attivati nello stesso momento dall’esperienza della bellezza, eppure non convergono mai nella definizione di un concetto definitivo. Il piacere generato dal bello è il piacere dell’attività riflessiva ed è questo a vivificarci. Per questo dopo una passeggiata in montagna ci sentiamo rigenerati, spesso più che all’uscita di un museo d’arte, dove abbiamo imparato che apprezzare l’arte significa “capirla”.

Nella sua infinita varietà il mondo naturale ci offre spettacoli di bellezza continui. Un lago in primavera, con due cigni innamorati che galleggiano vicini intrecciando i colli, è un tipico esempio di paesaggio idilliaco; la veduta montana di una foresta scossa dal temporale è ciò che i romantici definivano sublime; mentre addentrarsi in una giungla e sentire il richiamo lontano di un grande felino può offrire un momento di horror puro, che accelera i battiti del cuore e induce il nostro corpo a produrre adrenalina. Sono tutte esperienze estetiche differenti. Siamo animali che si sono evoluti per milioni di anni immersi nella natura selvaggia, combattendo ogni giorno per sopravvivere. Allontanarci dalle città ci piace perché il nostro corpo e il nostro cervello ritrovano negli spazi naturali ciò per cui sono stati programmati.

Ma il rewilding è legato alla cultura anche per un altro motivo. L’essere umano adatta la realtà ai suoi bisogni e alla sua visione del mondo e questa è un’attività tutta culturale.

L’impatto umano sull’ambiente è talmente devastante che anche territori che consideriamo incontaminati in realtà non lo sono affatto. Se pensiamo alla natura della Scozia, le prime immagini che ci vengono in mente sono quelle di territori brulli, di distese di brughiera a perdita d’occhio o verdi pascoli punteggiati di pecore. Si dà il caso, però, che in antichità il territorio fosse ricoperto da niente meno che una foresta pluviale, la foresta di Caledonia. Le foreste pluviali, infatti, non sono tipiche solo dei tropici, come siamo abituati a pensare, ma possono formarsi ovunque la vegetazione sia abbastanza fitta e la piovosità elevata. Il disboscamento a fini agricoli e di allevamento e l’azione continua delle pecore (un mammifero importato dall’uomo una manciata di millenni fa, originario della Mesopotamia!) ha ridotto la rigogliosa foresta di Caledonia a pochi brandelli. E pensare che un tempo le foreste pluviali temperate ricoprivano buona parte del Pianeta.

Lo stesso vale per la maggior parte degli altri ambienti “naturali”. Le nostre Alpi e i nostri Appennini sono stati modificati da millenni di agricoltura e allevamento e persino le riserve naturali non sono esenti da questo discorso. Come le guardie forestali sanno bene, la “gestione” di un bosco richiede un sacco di lavoro: eliminare le specie infestanti, rimuovere rami secchi e tronchi caduti. Anche queste pratiche, però, alterano inesorabilmente gli equilibri di un ecosistema che continuiamo a considerare incontaminato. Impedire che un tronco abbattuto dal vento si decomponga naturalmente significa privare decine di specie di insetti e di funghi del cibo e, di conseguenza, centinaia di specie di animali più grossi che si nutrono di queste. La definizione di “specie infestante”, poi, è molto più ambigua di quanto si possa immaginare.

Persino i primi esploratori europei che raggiunsero il Nuovo Mondo si trovarono di fronte ad ecosistemi molto meno vergini di quanto pensassero. Quella che venne considerata terra nullius, terra di nessuno di cui appropriarsi per metterla a reddito, era in realtà abitata da migliaia di anni. Intere civiltà che vivevano nel cuore della foresta si estinsero prima di essere scoperte: i virus e i batteri importati dall’Europa le trovarono prima dei nostri valenti esploratori, attraverso le tratte commerciali con le popolazioni vicine. In pochi anni le loro città e i loro campi vennero sommersi dalla vegetazione, per essere riscoperti poi solo in epoca contemporanea. Meno campi coltivati significa più alberi, più alberi vuol dire meno CO2 e temperature più basse. Alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che la “piccola era glaciale” compresa tra XIV e XIX secolo e che ha avuto tante conseguenze storiche ed economiche su scala globale possa essere stata causata proprio dal genocidio delle popolazioni native americane.

Ovunque nel mondo, l’espansione della specie umana corrispose all’estinzione dei grandi mammiferi, sia erbivori, fonte di cibo, che predatori, fonte di pericolo. Lo vediamo nell’avanzata delle popolazioni che, attraverso lo stretto di Bering, si spostarono dall’Asia fino al Sudamerica, e anche nella colonizzazione dell’Australia da parte degli aborigeni. Ovunque appare l’uomo preistorico, cacciatore-raccoglitore, non ancora agricoltore, i grandi mammiferi spariscono e gli ecosistemi cambiano radicalmente.

Rewilding

La megafauna che oggi siamo abituati ad associare esclusivamente all’Africa e ad alcune zone dell’Asia un tempo era diffusa ovunque nel mondo, a volte in modi sorprendenti. Castori grandi come orsi, lama giganti, leoni americani, elefanti europei, predatori australiani dal pollice opponibile[2].

Di fronte alla consapevolezza che la biodiversità che ci circonda è solo un frammento di quella antica e alla vastità di quello che abbiamo perso, una domanda costante del rewildening è: fino a che punto dobbiamo rinselvatichire? Se è vero che alcune specie sono perse per sempre (a meno di non ricorrere alla clonazione come in effetti hanno proposto di fare alcuni scienziati russi per reintrodurre il mammuth nel loro Parco del Pleistocene), molte possono essere sostituite da altre che, seppure non geneticamente identiche, potrebbero occupare la stessa nicchia ecologica, generando tutti quei processi a cascata che un tempo erano causati dai loro cugini estinti. Ha senso reintrodurre elefanti e rinoceronti in Europa, dove vivevano fino a 12.000 anni fa? L’idea fa sorridere, eppure la natura sarebbe già pronta a riaccoglierli: basti pensare che alcuni dei nostri alberi più comuni, come la quercia, si sono evoluti proprio per coesistere con essi. Il tronco poderoso e la capacità di rigermogliare dal ceppo una volta abbattuti deriverebbe, secondo gli esperti, proprio dalla convivenza con gli elefanti.

Se reintrodurre elefanti e leoni in Europa comporterebbe evidenti problemi di ordine pubblico, lo stesso non si può dire per tante specie portate all’estinzione in epoca più recente. Anche in questo caso le resistenze sono tutte culturali e non hanno nulla a che vedere con la biologia. La reintroduzioni di un predatore come il lupo porta con sé notevoli polemiche non solo da parte degli allevatori, ma anche dei normali cittadini. A poco serve rassicurare gli uni per i pochi capi di bestiame uccisi dai lupi ogni anno mediante risarcimenti economici (benché spesso siano altri animali i colpevoli, ad esempio i cani randagi) e gli altri mostrando i dati ufficiali sugli attacchi spontanei da parte di lupi agli esseri umani (praticamente nulli), quando le storie che ci raccontano fin da bambini sono piene di lupi cattivi che divorano agnellini e vecchiette. Persino il castoro, placido animale erbivoro, viene accusato di diffondere malattie e di ridurre la pescosità dei fiumi, quando abbiamo visto che è esattamente il contrario.

delfini e danimarcaNoi esseri umani siamo incapaci di evitare di proiettare sulla natura i nostri concetti, i nostri pregiudizi, i nostri valori. I peggiori in questo campo, come anche in tanti altri in effetti, furono i nazisti.

È noto come gli intellettuali del Terzo Reich, partendo da interpretazioni del tutto arbitrarie dei testi di Nietzsche e di altri pensatori di epoca precedente come Rousseau, fossero talmente affascinati dal concetto di Primitivismo da volerlo mettere in pratica nel campo della genetica umana. L’Urmensch (uomo primitivo) ariano che un tempo abitava il territorio tedesco doveva essere, a loro avviso, non solo altissimo, biondissimo, bellissimo, ma anche dotato di alti principi e valori morali. Purtroppo, col passare dei secoli questo uomo perfetto si era incrociato con altre “razze” inferiori (semitiche e slave soprattutto), portando a una “degenerazione” del proprio codice genetico e, conseguentemente, dell’aspetto fisico e dei costumi. Insomma, la civiltà aveva portato la razza umana alla decadenza, spezzando anche la relazione univoca che legava il popolo ariano allo specifico territorio che abitava e, soprattutto, ai suoi boschi (i concetti di Blut und Boden e Volk und Wald).

Le scienze contemporanee (genetica, linguistica, antropologia…) hanno smantellato una per una queste teorie, eppure un tempo i nazisti ne erano talmente convinti da applicarle persino al mondo animale. Pochi sanno che il famoso zoologo austriaco Konrad Lorenz, premio Nobel autore de L’anello di re Salomone, era un fervente teorico dell’eugenetica. Due fratelli (Ludwig e Heiz Heck), direttori degli zoo di Berlino e di Monaco, cercarono di applicare i dettami dell’eugenetica per ridare vita all’uro, un bovino preistorico colossale (mediamente 175 centimetri al garrese), estremamente aggressivo e dotato di corna enormi. Il risultato di questo esperimento fu una grossa mucca che aveva ben poco a che vedere con il suo progenitore estinto ma, curiosità interessante, oggi questa razza è stata scelta per un progetto di rewildening nella riserva olandese dell’Oostvaardersplassen.

Insomma, anche se con la famosa “fase due” che Veneto e Lombardia spingono tanto per cominciare al più presto e non sarà più così facile sognare i delfini che saltano nei canali di Venezia, il Coronavirus ci ha permesso di aprire uno squarcio su una realtà parallela che non è, ma che potrebbe essere. Un mondo in cui un rapporto diverso con ciò che consideriamo “natura selvaggia” è possibile. Tante associazioni stanno già lavorando in questa direzione, una fra tutte Rewilding Europe. Ne abbiamo bisogno perché fa bene al pianeta, fa bene alla nostra salute e alla nostra economia e, non da ultimo, è bellissimo.

Nato a Milano, ha studiato Lettere Moderne e Comunicazione tra Italia e Germania. Appassionato di cinema e letteratura, ma anche di arti visive, anime, meme, giochi da tavolo... In questo momento è particolarmente affascinato da quei punti di contatto tra vecchie forme espressive e nuove tecnologie.