Il secondo capolavoro di Rebecca West: Nel cuore della notte

rebecca west

Rebecca West

Faceva caldo come in piena estate, e il sole tracciava sul pavimento delle strisce di luce color miele che riverberavano nell’aria un tremolio di granelli di polvere.

Fin dalle prime righe del secondo capitolo della trilogia di Rebecca West dedicata alla famiglia Aubrey, intitolato Nel cuore della notte, si viene travolti dalla straordinaria potenza evocativa delle descrizioni, che riescono a cristallizzare attimi impalpabili e a renderli universalmente significativi, e ad affascinare con la loro musicalità. Nessuna delle piacevoli minuzie del mondo sfugge all’occhio attento e alla sensibilità dell’autrice.

Pur essendo il continuum del capitolo iniziale, Nel cuore della notte gode di una sua speciale autonomia, essendo i riferimenti al passato sì funzionali al racconto, ma non essenziali per la sua fruizione: i legami tra i due romanzi non sono catene ma fili sottili. Per poter cogliere le sfumature e alcuni particolari della trama è necessario aver già letto La famiglia Aubrey, ma è come se la storia ricominciasse da capo, essendo trascorsi parecchi anni dal momento in cui avevamo lasciato la famiglia. Il tempo ha portato con sé molti cambiamenti: i quattro figli sono cresciuti e hanno trovato la propria strada, chi seguendo il percorso che si era pazientemente costruito nel corso della propria esistenza, chi mosso da decisioni subitanee o proposte inaspettate. La definitiva scomparsa del padre condanna la madre ad essere presenza sempre più evanescente; la sua situazione di salute si aggrava irrimediabilmente con l’arrivo della guerra, che travolge l’Inghilterra prima, e poi la famiglia nel momento in cui Richard Quin, l’unico figlio maschio, straordinariamente carismatico, bello e intelligente, si arruola.

rebecca west, nel cuore della notteLa voce narrante di Mary, sempre autoconsapevole e lucida, appare come la concretizzazione delle idee della West sulla donna, che è sia arricchita sia limitata dal suo ruolo, totalmente definito dalle convenzioni; l’”overdose” di vita privata da un lato permette alle donne di cogliere scorci unici sui destini dei singoli, dall’altro però le limita nella misura in cui le tiene distanti dalla dimensione politica[1].

L’ultima parte del romanzo è un crescendo di pathos: il turbinio di eventi e colpi di scena travolge il lettore e lo lascia con qualche interrogativo irrisolto. Dovremo quindi aspettare il terzo episodio per scoprire se le nostre supposizioni siano fondate, se gli indizi che abbiamo raccolto possano trovare una loro realizzazione nei futuri intrecci delle vicende familiari.

Non posso che concludere consigliando caldamente questo splendido romanzo, di un’autrice che è senza alcun dubbio un sottovalutato tesoro della letteratura inglese che merita di essere scoperto per la sua travolgente profondità artistica ed intellettuale; se ancora non vi avessi convinti, qui potete leggere le parole di Baricco, che ha definito La famiglia Aubrey «Uno dei migliori libri scritti nel Novecento.»

Per rimarcare un’ultima volta il fascino di quest’opera, vi lascio con un altro piccolo estratto:

Mi capita ogni tanto di imbattermi in brandelli di quell’unità cosmica che sono rimasti impigliati qua e là sulla terra.

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