N. C. Wyeth, Duello tra Re Artù e Mordred, 1922
Eremos Kora

Polifonica Excalibur

Dopo aver dedicato un articolo alla Chanson de Roland, il poema epico medievale che così tanto ha influito sulla letteratura europea successiva, vorrei proporre una riflessione su un’opera cinematografica che riprende e rielabora in una sintesi visiva e sonora davvero molto originale e affascinante la materia Bretone del coevo (ma soprattutto successivo) genere romanzesco.

Quest’ultimo è più intimamente legato alle grandi corti francesi di Borgogna e dell’Île-de-France e trova il culmine del successo (almeno per quanto riguarda la sua originale forma in versi) nel corso del XII secolo con l’opera di Chrétien de Troyes[1].

In realtà Chrétien rielabora sino quasi a reinventare una materia leggendaria di proporzioni enormi e che per il deterioramento dei testi non si presenta più ai nostri occhi cristallina e ben confezionata (come la lingua davvero molto delicata e armoniosa di Chrétien) ma intricata e arzigogolata, piena zeppa di versioni e rimaneggiamenti, nuove avventure e nuovi eroi.

Il processo di evoluzione e trasformazione di questi testi è molto complesso e stratificato: se in origine (relativamente) pochi personaggi fuoriescono dalla materia di partenza con il loro carico eroico (sposato a esigenze romantiche completamente estranee al genere epico), paladini degli interessi del Re (è il ruolo di Lancillotto nei confronti di Artù) e per estensione del regno (come nel caso di Perceval che durante le sue avventure precipita in un regno malato e moribondo su riflesso del vecchio re in fin di vita) con il tempo divengono davvero moltissimi, le avventure si ampliano a dismisura, sorgono cicli incommensurabilmente lunghi, crogiolo di avventure impossibili e di dinamiche che sfociano nel fantasy più visionario e meno concretamente legato a una realtà storica di partenza[2]. È anche vero però che sbocciano opere di notevole valore letterario: è il caso della Mort D’Arthur dell’inglese Thomas Malory, ultimo grande ripensamento della materia romanzesca medievale.

N.C. Wyeth Illustrazione per I paladini di Re Artu
N.C. Wyeth Illustrazione per I paladini di Re Artu, N.C. Wyeth, Io sono Lancillotto del Lago, 1922

John Boorman, regista inglese di talento, propone così, nel lontano 1981 (in termini cinematografici davvero molti e molti secoli fa, in particolare per il genere fantastico) una sintesi delle avventure di Artù e della Tavola Rotonda senza rinunciare a Merlino, Morgana e a tutta la schiatta di eroi che il buon Thomas Malory pone come protagonisti del suo romanzo[3].Tralasciando in un cantuccio la trama del film (che scommetto conoscerete per linee generali) ciò che mi preme sottolinearvi sono alcune scelte narrative adottate da Boorman e la sua cura squisitamente filologica rispetto alla materia trattata e ai moduli narrativi della stessa che ci propone nel suo lungometraggio.

Nel gioco di rispondenze approntate dal regista la prima e più evidente riguarda la struttura anulare della pellicola: Excalibur, mezzo tramite il quale si può conquistare un regno, compare tra le acque del lago in un luccichio verde di bagliori iridescenti nelle mani della Dama del Lago, alla quale ritorna alla fine della pellicola. La presenza della Dama è solo accennata così come la presenza del drago nei momenti cruciali della storia indicata solo tramite una fitta nebbia che si alza ad avvinghiare la figura di Merlino (unico tramite, almeno in origine, con il potere sovrannaturale del drago).

Ancora la consumazione del tradimento di Ginevra e Lancillotto in un bosco nei pressi della corte di Camelot: tra gli altri è un chiaro riferimento all’altro grande tradimento raccontato in un’altra famosissima leggenda bretone: Tristano e Isotta[4]. Se a questo aggiungiamo la colonna sonora della scena (il Tristan und Isolde di Wagner) la citazione è davvero palese.

N. C. Wyeth, Lancillotto e Ginevra
N. C. Wyeth, Lancillotto e Ginevra

Nella seconda parte del film entra in gioco anche il Sacro Graal, la coppa della vita, suggestivamente vestita di luci e sfavillante di richiami sia alla religione celtica come anche a quella cristiana. Ecco dunque il riferimento ad uno dei più suggestivi e ammalianti cicli medievali[5] che ha assunto un’importanza capitale nell’immaginario occidentale (basti citare a tal proposito la vicenda dei Templari o di Avalon). Rasentare il misticismo eleva ancora una volta l’opera i Boorman, le conferisce quell’afflato enigmatico che bene si sposa con tutta l’operazione.

Per concludere, alcuni accorgimenti tecnici: la fotografia è piuttosto contrastata, varia dai toni caldi e sanguinolenti delle battaglie e degli episodi finali alla rigidità dei colori freddi che richiamano il tradimento compiuto da Lancillotto e Ginevra nel bosco.

Ancora la pesantezza delle armature è sottolineata da effetti sonori che ne rendono intenso (quasi denso) il clangore dello scontro, pesante e vorticoso. Anche la cura negli abiti, la scelta di non affidare il ruolo degli eroi ad attori bellocci ma professionisti rende tutto il film più credibile, un’esperienza altra come solo il grande cinema fantastico può regalare. Infine la colonna sonora di Trevor Jones, magnetica e suggestiva, con pezzi di musica classica a sottolineare i nodi narrativi più importanti (oltre al già citato Wagner è usato anche parte dei Carmina Burana di Carl Orff) rendono Excalibur un film polifonico dalle molte suggestioni e dai molti richiami. Un film enigmatico e onirico dove, pur nella concreta realtà delle emozioni e delle violenze del Fato, tutto e soffuso in una perturbante atmosfera da favola, in un mirabolante viaggio verso l’ignoto e la leggenda, in una suggestiva sospensione del vero.

In copertina: N. C. Wyeth, Duello tra e Artù e Mordred, 1922

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.