aristofane teatro

Risalendo il corso dei secoli e abbandonati Petronio e Seneca al loro destino di congiura[1], introduciamo in questa nuova puntata un autore ben più antico dei precedenti citati, un maestro del Teatro Greco[2], un personaggio immerso nell’attività politica del suo tempo: Aristofane.

Chi è costui?

Semplicemente il più antico rappresentante della Commedia Greca di cui ci siano pervenute opere per intero, lo Spirito che infiammò le platee dei teatri durante la grande Guerra del Peloponneso[3]. A dire il vero, per comprendere appieno il suo teatro, per scioglierne il significato recondito e goderne la comicità esilarante, bisogna conoscere alcuni aspetti della realtà in cui operò e certe sue idee politiche.

Nato intorno al 445 a.C., contemporaneo dello storico Tucidide[4], compone i suoi primi e più grandi testi teatrali nell’arco di anni che va dal 427 (Gli Acarnesi) al 411 a.C. (Lisistrata). In realtà sono davvero molte le opere di Aristofane che sono andate perdute e ciò non ci consente di stendere un quadro completo della sua attività letteraria, benché ne possiamo cogliere lo sviluppo diacronico e le matrici ideologiche.

In Atene il teatro ha una grandissima importanza sociale e politica, oltre che culturale, e ciò consente al giovane commediografo di far sentire la sua voce, di far valere le sue idee. Nei suoi testi attacca la classe dirigente, interessata solo alla coltivazione del proprio orto, polemizza contro l’Imperialismo ateniese, padre di tante disgrazie, infuria come una tempesta (d’ironia e battute fulminanti) contro il popolo di Atene, passivo nell’accogliere i Decreti dei Demagoghi, nel lasciarsi trascinare verso la più cieca rovina.

Contro questa overdose di mali, contro il dominio dei pellicciai (Cleone) o di altre volgari figure, Aristofane auspica un ritorno al passato, all’antica bellezza di Atene, mai così splendida e viva come nel periodo antecedente le Guerre Persiane[5]. È un Passatismo, quello di Aristofane, non dissimile da quello che oggi potremmo scorgere in molti uomini, memori del passato benessere, succubi della Crisi antropofaga di oggi.

I Cavalieri, rappresentato per la prima volta alle Lenee[6] del 424 a.C. (anno cardine della Storia greca per diversi motivi) è a mio avviso una delle opere del commediografo in cui più si avverte lo stridere delle sue posizioni politiche, l’interna fiamma della polemica non conchiusa in una forma perfetta.

I fatti di quell’anno avevano visto il paradossale trionfo del pellicciaio Cleone, demagogo capace di fregare la vittoria di un’impresa al collega Demostene, fatto richiamato diverse volte nel corso della commedia aristofanesca con la metafora del cibo (centrale nel poeta) e nella risoluzione degli eventi. Cleone, spremendo il frutto del proprio successo (non dei limoni ma gli Spartiati prigionieri) attua la sua politica di asservimento del popolo ai suoi capricci, in un prolungamento dello stato di guerra facilmente rimediabile (Sparta infatti non poteva fare a meno dei suoi guerrieri e quindi era disposta ad accettare anche svantaggiosi Patti di pace).

I cavalieri del titolo, il Coro nel concreto della rappresentazione scenica, sono la forza bellica dell’esercito ateniese (circa 2000 cittadini di alto rango). Nella realtà commediale vogliono sopprimere Paflagone (Cleone), dispotico e imbroglione servo di Popolo (il popolo di Atene) vecchio rincitrullito e credulone. I servi Demostene e Nicia[7] (lo stesso nome dei rispettivi personaggi storici), vittime del tiranno, trovano come strumento della soppressione di Paflagone, l’ancora più volgare e corrotto Salsicciaio, di cui si scoprirà il nome solo alla fine.

In sostanza i Cavalieri sostituiscono ad un demagogo impenitente un personaggio ancora più cafone e rozzo, una classica figura della commedia che lotterà in molti gustosi agoni contro Paflagone, sempre più conscio della superiorità dell’avversario, in un vortice ricco di invenzioni linguistiche (la lingua greca si presta bene alla spontaneità e libertà dell’autore) e di battute pungenti, un coacervo di stratificazioni di senso quasi inestricabile e spumeggiante. Una qualità che mancherà al successivo Menandro, unico esponente della Commedia Nuova greca.

È chiaro nelle intenzioni dell’autore, nello sviluppo degli avvenimenti della commedia un radicale pessimismo: il popolo di Atene è schiavo dei Demagoghi, di questi uomini ignoranti e crudeli, profittatori di un corpo, quello Civile, che è ormai ridotto a cadavere, lauto banchetto per i corvi. Ancora prima di spirare, il popolo osserva abbindolato il bicchiere d’acqua fresca che il suo assassino gli porge, non si accorge della mano che lo sta soffocando.

Perché siamo così ciechi? Perché ci lasciamo pigramente abbindolare da scialbe promesse?

Il Salsicciaio non ha nome perché è la quinta essenza del male pubblico, perché è assunto ad Allegoria: un procedimento che isola questa commedia dalle altre di Aristofane, in cui i protagonisti, sempre figure positive, posseggono un nome proprio. Una figura così sprezzante non può avere un nome, neanche uno parlante come spesso accade nei testi del nostro autore: può essere indicato solo per categoria, è solo una Maschera.

Aristofane invita i suoi concittadini (indirettamente noi) ad agire, postula un rigoroso ritorno al Passato: non ripone alcuna speranza nel futuro, nessuna fede al corso naturalmente progressivo della storia. Solo se ritorneremo alle nostre radici potremo essere felici e vivere in serenità.

Io non sono pienamente d’accordo con lui.

Voi?

Salvatore Ciaccio
Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.

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