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Peste e Morte: Il Male medievale

Anonimo, Scuola inglese, La morte conduce il suo esercito XIX secolo

Anonimo, Scuola inglese, La morte conduce il suo esercito, XIX secolo

Circa mille e cinquecento anni dopo gli eventi che funestarono Atene appena entrata in guerra, ovvero in piena epoca cristiana, un cronista di origini francesi dall’animo inquieto e un acceso gusto per il macabro ci racconta la dissoluzione e la rovina del suo mondo e della sua terra, ormai destinata ad essere soppressa dai peccati dell’uomo. Il suo nome è Rodolfo il Glabro.

In verità Rodolfo non parla di una precisa o grandemente calamitosa epidemia di peste: nei suoi Historiarium libri quinque[1], scritti intorno alla metà dell’XI secolo probabilmente all’Abbazia di Cluny[2], narra le vicende del popolo franco dall’anno 900 (giusto qualche anno prima della fondazione della suddetta abbazia) al 1044, due secoli grami e violenti (uno è il famoso Secolo di Ferro[3]) ma la cui popolazione non fu decimata dal nero morbo.

Spesso citato per i vari brani aneddotici da lui riportati e che ben testimoniano le tensioni del mondo cristiano allo scadere del Millennio (dalla nascita e poi dalla morte di Cristo) Rodolfo ci mostra, come e più di altri cronachisti a lui contemporanei, l’odio, il razzismo (verso gli ebrei ma anche contro i Saraceni e gli Ungari) la paura per il radicale cambiamento che sta scuotendo la Cristianità e la società feudale tutta.

Nel nostro autore tutto diviene simbolo: calamità e carestie, pesti ed episodi di cannibalismo. Tutti questi eventi sono trasfigurati nell’ottica del Cristiano: le eclissi sono mancanza di Luce, prodromi all’avvento definitivo delle Tenebre, le carestie e successivamente le pesti punizioni propinate da Dio per redimerli e redimerci dai peccati.

Trionfo della morte, Palazzo Abatellis, Palermo

Trionfo della morte, Palazzo Abatellis, Palermo

Rodolfo, figlio della sua epoca, di un moralismo imperante e rigido, monaco e signore che scruta la fine degli ultimi strascichi di un epoca d’oro (la Rinascita Carolingia di Carlo Magno) non lega tutte queste disgrazie a una prossima fine del mondo, della quale si vociferava e si scriveva da diversi decenni[4], ma la lega indissolubilmente alla corruzione dell’uomo.

Uomo nel quale vede una possibilità di rinascita, di ricostruzione morale ben esemplificata dal candido manto di chiese che ricopre le valli e i monti mentre scrive la sua opera, quella vivace attività edilizia che rinnoverà nuovamente il volto dell’Europa medievale.

Volto ancora una volta diverso all’epoca di Boccaccio e del suo Decameron che si apre con la descrizione di una delle epidemie di Peste tra le più famose della storia dell’umanità: la Peste Nera del 1348-51.

Boccaccio descrive attentamente la dissoluzione della vita associata, l’anarchia che vince Firenze, la quantità drammaticamente enorme di cadaveri per le strade: uno scenario molto simile a quello vissuto dalle vittime di Atene. Eppure, benché il sordo dolore resti, la sovrabbondanza di subordinate pure, in molti (o in pochi) si affaccia la spiegazione, la crudele giustificazione a una tale tragedia: i peccati dell’uomo, la punizione divina.

Arnold Bocklin, La peste, 1898

Arnold Bocklin, La peste, 1898

L’atea Modernità che si scopre in Boccaccio per la prima volta, il gusto per la vita e le sue delizie fa porre al nostro autore i suoi personaggi fuori dall’anarchia, in un contesto campagnolo che per certi versi anticipa l’edonismo e l’idillio rinascimentale, una campana di vetro non infrangibile che li allontana dal mondo, li separa da esso (ma solo apparentemente).

La modernità di Boccaccio supera e cambia, nell’arco di pochissimi decenni, il volto dell’uomo medievale Dante e della sua Commedia, summa del sapere medievale, unicum nella storia letteraria mondiale.

L’uomo medievale crede nel Paradiso e nell’Inferno, è diviso tra la Beatitudine e la Dannazione, cerca ancora la consolazione, la possibilità di redenzione. Inventa il Purgatorio. Così vestito di simboli incede nella selva del peccato, non guerriero con i suoi strali ma cristiano devoto pronto a pentirsi.

L’opera mondo di Dante è un portento, non sono il primo a scriverlo ne il più qualificato a parlarne. Dante ci mostra davvero tutto il Medioevo delle sue terzine, la violenza della realtà associata, la Firenze divisa tra l’Impero e la Chiesa, la filosofia tomista, l’immanenza di Dio per i cristiani.

La morte ci libera dalle sofferenze di questo mondo; se saremo pii cristiani potremo divenire beati, trovare la pace, non provare più alcun dolore. Se saremo malvagi la dannazione ci riempirà l’esistenza oltremondana di dolore e angosce e tutto questo sino alla dissoluzione delle nostre anime nel giorno del Giudizio Universale.

Oggi, dopo più di settecento anni, ci muoviamo ancora entro questi orizzonti? Indubbiamente molto è cambiato, forse quasi tutto. Il medioevo come l’epoca antica sono in gran parte perduti per noi: possiamo solo ricostruirli o immaginarli senza che questo non dissipi il velo che ogni anno il Tempo ripone sui fatti umani.

Ieri come oggi le epidemie (di qualsiasi malattia) falcidiano gli uomini, causano dolore. La morte resta quella presenza ingombrante che cerchiamo di capire e giustificare, quel grande punto interrogativo che tanto ci angoscia (o quanto meno non ci lascia indifferenti): costanti all’interno delle vicende umane.  

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Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.