Peste e Morte: Il Male medievale

Anonimo-scuola inglese-la morte conduce il suo esercito

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Circa mille e cinquecento anni dopo gli eventi che funestarono Atene appena entrata in guerra, ovvero in piena epoca cristiana, un cronista di origini francesi dall’animo inquieto e un acceso gusto per il macabro ci racconta la dissoluzione e la rovina del suo mondo e della sua terra, ormai destinata ad essere soppressa dai peccati dell’uomo. Il suo nome è Rodolfo il Glabro.

In verità Rodolfo non parla di una precisa o grandemente calamitosa epidemia di peste: nei suoi Historiarium libri quinque[1], scritti intorno alla metà dell’XI secolo probabilmente all’Abbazia di Cluny[2], narra le vicende del popolo franco dall’anno 900 (giusto qualche anno prima della fondazione della suddetta abbazia) al 1044, due secoli grami e violenti (uno è il famoso Secolo di Ferro[3]) ma la cui popolazione non fu decimata dal nero morbo.

Spesso citato per i vari brani aneddotici da lui riportati e che ben testimoniano le tensioni del mondo cristiano allo scadere del Millennio (dalla nascita e poi dalla morte di Cristo) Rodolfo ci mostra, come e più di altri cronachisti a lui contemporanei, l’odio, il razzismo (verso gli ebrei ma anche contro i Saraceni e gli Ungari) la paura per il radicale cambiamento che sta scuotendo la Cristianità e la società feudale tutta.

Nel nostro autore tutto diviene simbolo: calamità e carestie, pesti ed episodi di cannibalismo. Tutti questi eventi sono trasfigurati nell’ottica del Cristiano: le eclissi sono mancanza di Luce, prodromi all’avvento definitivo delle Tenebre, le carestie e successivamente le pesti punizioni propinate da Dio per redimerli e redimerci dai peccati.

Rodolfo, figlio della sua epoca, di un moralismo imperante e rigido, monaco e signore che scruta la fine degli ultimi strascichi di un epoca d’oro (la Rinascita Carolingia di Carlo Magno) non lega tutte queste disgrazie a una prossima fine del mondo, della quale si vociferava e si scriveva da diversi decenni[4], ma la lega indissolubilmente alla corruzione dell’uomo.

Trionfo della morte, Palazzo Abatellis, Palermo
Trionfo della morte, Palazzo Abatellis, Palermo

Uomo nel quale vede una possibilità di rinascita, di ricostruzione morale ben esemplificata dal candido manto di chiese che ricopre le valli e i monti mentre scrive la sua opera, quella vivace attività edilizia che rinnoverà nuovamente il volto dell’Europa medievale.

Volto ancora una volta diverso all’epoca di Boccaccio e del suo Decameron che si apre con la descrizione di una delle epidemie di Peste tra le più famose della storia dell’umanità: la Peste Nera del 1348-51.

Boccaccio descrive attentamente la dissoluzione della vita associata, l’anarchia che vince Firenze, la quantità drammaticamente enorme di cadaveri per le strade: uno scenario molto simile a quello vissuto dalle vittime di Atene. Eppure, benché il sordo dolore resti, la sovrabbondanza di subordinate pure, in molti (o in pochi) si affaccia la spiegazione, la crudele giustificazione a una tale tragedia: i peccati dell’uomo, la punizione divina.

L’atea Modernità che si scopre in Boccaccio per la prima volta, il gusto per la vita e le sue delizie fa porre al nostro autore i suoi personaggi fuori dall’anarchia, in un contesto campagnolo che per certi versi anticipa l’edonismo e l’idillio rinascimentale, una campana di vetro non infrangibile che li allontana dal mondo, li separa da esso (ma solo apparentemente).

La modernità di Boccaccio supera e cambia, nell’arco di pochissimi decenni, il volto dell’uomo medievale Dante e della sua Commedia, summa del sapere medievale, unicum nella storia letteraria mondiale.

L’uomo medievale crede nel Paradiso e nell’Inferno, è diviso tra la Beatitudine e la Dannazione, cerca ancora la consolazione, la possibilità di redenzione. Inventa il Purgatorio. Così vestito di simboli incede nella selva del peccato, non guerriero con i suoi strali ma cristiano devoto pronto a pentirsi.

L’opera-mondo di Dante ci mostra davvero tutto il Medioevo delle sue terzine, la violenza della realtà, la Firenze divisa tra l’Impero e la Chiesa, la filosofia tomista, l’immanenza di Dio per i cristiani. La morte libera l’uomo medievale dalle sofferenze di questo mondo: se sarà un pio cristiano diverrà beato, troverà la pace, non proverà più alcun dolore. Se sarà malvagio, invece, la dannazione riempirà la sua esistenza oltremondana di dolore e angosce e tutto questo sino alla dissoluzione delle nostre anime nel giorno del Giudizio Universale.

Arnold Bocklin, La peste, 1898
Arnold Bocklin, La peste, 1898

L’uomo medievale si muove dunque in un immaginario molto più chiaro e definito rispetto al nostro, fortemente polarizzato, in cui esistono il Bene e il Male, l’Aldilà e l’Al di qua. Queste sono le coordinate che gli permettono di affrontare l’imponderabile: il mondo in cui vive l’uomo del medioevo è irto di difficoltà, è il bosco delle fiabe in cui gli avvenimenti sono per buona parte al di fuori del suo controllo.

Aggrappasi a questo immaginario definito è l’antidoto più forte: anche se la medicina medievale è stata la base per lo sviluppo della scienza medica moderna, era una medicina funzionale alla cura dei feriti in guerra, la chirurgia era l’ambito più sviluppato, mentre invece la cura delle malattie era ancora a uno stadio embrionale. Per certi versi la situazione odierna è quasi all’opposto: abbiamo possibilità e conoscenze mai viste prima e anche una capacità sociale/organizzativa di controllo sui morbi e le epidemie molto maggiore; manca però, quantomeno all’uomo occidentale, un insieme di coordinate tale da poter comprendere la malattia e la morte all’interno del proprio orizzonte esistenziale.

La malattia e la morte, infatti, non sono più viste come parte dell’esistenza, ma sono collocate al di fuori di essa. Il sogno dell’uomo occidentale è di vivere un’eterna primavera, senza sofferenze o ostacoli, e si scontra con una realtà che è tutt’altro. L’uomo così vive oggi schizofrenicamente scisso tra ciò che vive tutti i giorni e le sue aspettative. Tutto questo ci pone in una situazione di paura costante: anche un fatto grave, ma controllabile, come quello del coronavirus, genera in noi una paura irrazionale.

L’approccio prospettato dall’uomo medievale oggi suscita in noi un forte dissenso, se non rifiuto: sappiamo che le epidemie non sono una punizione divina, e che l’uomo non è inscritto in un disegno al quale non può sfuggire. Noi, però, non abbiamo un’altra visione della realtà altrettanto chiara e limpida di quella dell’uomo medievale. Per quanto cerchiamo di allontanare la malattia e la morte dalle nostre esistenze, queste restano un interrogativo, una presenza ingombrante con cui ancora dobbiamo misurarci.

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Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.