Le scariche elettriche della coscienza: su Permafrost di Eva Baltasar

Copertina permafrost

Permafrost è il primo romanzo della poetessa catalana Eva Baltasar, edito da nottetempo nel 2019.

Fin dal suo incipit, l’autrice solidifica le fondamenta di una prosa che aspira ad essere di un materiale duro, compatto e inossidabile, come quello cui rimanda il titolo con il riferimento al fenomeno del permafrost. Ciononostante essa continua a covare, contraddittoriamente, adombrata in sé ma dopotutto intrinseca, la minaccia rovinosa del suo disgelo.

E però non è fatta di questa materia la carne della protagonista, né il molle del cervello entro cui la scrittura della Baltasar ci fa transitare.

Lungo tutto il romanzo, che ha la corporatura di un monologo, la scrittura tappezza di parole irrequiete la grotta cava entro cui la protagonista fa risuonare la consapevolezza cocciuta e carismatica del proprio ‘io’.

Il lettore non verrà mai a conoscenza del nome di chi si racconta, ma conoscerà invece le sue abitudini, si intrufolerà nei fotogrammi di certi suoi ricordi di infanzia o delle sue irregolari storie d’amore. Sulla pagina si rapprendono così le ossessioni che quella voce tritura, una voce che ha del teatrale ma anche del sotterraneo, come strisciasse solo nell’interiorità di chi la muove. Ancora, si ascoltano i giudizi a cui inchioda le cose, le faglie nell’intersoggettività che lei stessa contribuisce ad allargare.

La protagonista dichiara di voler sparire – suicidandosi, decidendo per sé la fine della propria vita, il modo più elegante e sobrio per tirare giù il sipario sulla sua stupidissima farsa – quando in verità, di contro, ha un senso di sé troppo marcato per farsi inghiottire, invisibile, nella morte o nella scrittura (due buchi neri che s’imparentano spesso).

Francesca Woodman
Francesca Woodman, Space 2, Providence, Rhode Island, 1976.

Consapevole di esserci, di investire tanto di sé nella narrazione che conduce avanti malgrado tutto, la sua personalità erompe con tinte forti e intorbidate, assolutamente incapace di morire o di tacere.

Di lei si sa che è laureata in Storia dell’Arte, non ha un lavoro né tantomeno l’ha mai seriamente cercato, ha accantonato qualsiasi obiettivo di realizzazione personale, fluttua nella temporaneità della vita mentre si radica nella permanenza stagnante dell’infelicità. Ma nonostante tutto, sembra ben ambientata dentro quella sua nicchia di infelicità, che ha organizzato come fosse uno spazio arredato razionalmente e con gusto, entro cui starsene accomodati con ragionevole pazienza fino al momento della fine.

A proposito del confine di questo spazio serrato, Permafrost simula il rimbombo di una scrittura intracranica, asfissiata e sottovuoto, ma non si rannicchia mai davvero entro i confini di un sistema chiuso, egotico ed estraneo alla vita del ‘fuori’. In realtà, infatti, il pensiero ruminante della protagonista non fa che impastarsi con la vita, anche quando gioca sull’orlo della sua pulsione di morte, che alla vita fa da cordone ombelicale e frontiera. Perfino quando la protagonista corteggia i suoi istinti suicidi, i suoi agghiaccianti e morbosi pensieri sulla fine, in verità sta inventando per sé un altro modo per situarsi dentro la vita, nel caos illogico delle sue spire.

Il pensiero della morte, così, fa da controcanto all’istinto vitale agonizzante e capriccioso che la protagonista gioca ad ammutolire, e lo fa con una consapevolezza che la mura, a mo’ di perimetro gelato e inscalfibile; talvolta, le sue prese di coscienza sono così oneste e brutali da gravarle addosso, responsabilizzandola, richiamandola direttamente ad una lucidità imperativa rispetto alle proprie azioni.

Nella sua sincerità penetrante, quasi chirurgica, capace di scorticare la carne per lasciarne esposte le fibre, la voce narrante tende tutta la sua logorrea ragionativa lungo l’intenzione di verbalizzare l’indicibile: si sguaina così la patina posticcia ed emolliente con cui smussiamo i nostri giudizi, quando rischierebbero di minare valori sacrosanti e inviolabili come quello di “famiglia”.

Ma, come avviene nelle grandi opere di letteratura, l’altare dei valori immortali viene profanato dalla parola che gratta la superficie e s’insozza i polpastrelli con l’oro posticcio degli idoli.

Francesca Woodman
Francesca Woodman, House 3, Providence, Rhode Island, 1976.

Così la protagonista abbatte la sostanza granitica dei suoi giudizi anche contro la sua propria famiglia, con tutti i suoi scompensi interni e i suoi membri dipendenti da psicofarmaci.

Tuttavia, il suo tono non vira mai verso l’inflessione della furia vendicativa o rancorosa: la sua critica è semplicemente diretta, la sua onestà ha la limpidezza tersa e innocente di qualcosa che doveva essere detto proprio così.

Quello che però il lettore valuta, dal suo lato, è che talvolta il portato di implicazioni che quelle affermazioni si trascinano dietro è perfino indigeribile, irrespirabile, come se ci fosse un doppio fondo saturo che scorre sotto la lettera del testo, in cui si rimescolano acqua sporca e striscianti non-detti. Eppure, a ben guardare, non è quello un sotterraneo di omissioni, grumi di represso incapace di salire a galla e di incistarsi dentro la parola; piuttosto, quel sottosuolo incuba proprio le emozioni che si avventeranno sul lettore. Mimetizzate dentro il messaggio, in uno stile che si vuole glaciale, anaffettivo quasi, modulato in un linguaggio emotivo disfunzionale, quelle reazioni pulsanti riverberano energiche su chi quelle parole le riceve: il lettore si rivela così il destinatario implicito di un monologo potentissimo, che la protagonista sembrava voler lanciare nel buco nero della sua solitudine.

Capitanate dalla sua testarda lucidità, le scariche elettriche tesissime che dalle pagine si liberano sono pronte così a saltare al collo del lettore, dimostrando insieme la propria potenza e intrinseca necessità.

A testimoniare che anche l’odio deve transitare attraverso la parola, anche una critica che abbia il coraggio di inchiodare la propria famiglia a un’imperfezione colpevole può essere detta. E la voce narrante, da parte sua, non indietreggia mai di fronte a queste crude prese di coscienza.

Si ritiene perciò che la scrittura della Baltasar si squarci nel mezzo per attorcigliarsi lungo la cicatrice imponente e bellissima che lascia sulla pelle marchiata di chi legge.

 

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In copertina: Margo Ovcharenko, Paintin’ u, 2006-2008, fotografia usata da nottetempo per la copertina di Permafrost.

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Viviana Veneruso

Classe ’96, napoletana espatriata a Bologna, l’unica città capace di rendermi felice anche senza il mare. Mi tengono viva tante passioni: quasi tutte hanno a che fare con i libri e la scrittura, che è il mio modo di situarmi nel mondo e mettere a fuoco le cose.