Paruyr Sevak, un poeta armeno

Martiros Sarian, L'ararat e l'arco di Charents, 1958

Martiros Sarian, L’ararat e l’arco di Charents, 1958. Yeghishe Charents fu un altro grandissimo poeta armeno, ucciso durante le grandi purghe di Stalin. 

Lo stretto delle mani
Le nostre mani si sono unite,
Soltanto due mani.
Ma è come se
Non fossero le nostre mani,
Ma… soltanto uno stretto:
Ci siamo mescolati,
Come due mari vicini,

A lungo divisi…

Paruyr Sevak è un poeta armeno, il primo di una serie di poeti di questo popolo così sublime e così sfortunato, di cui ho deciso di parlare.

Ho scelto la poesia Lo stretto delle mani, per presentare questo autore, che mi ha colpito proprio per l’amore intenso, che evocano le sue parole; un amore sublimato in un intreccio di mani, le mani umane che unite si mescolano “come due mari vicini“, come la letteratura, l’arte e la memoria, inutilmente divisi da pregiudizi e odi razziali senza senso.

Paruyr Rafaelovič Kazarjan, Sevak è uno pseudonimo, che si scelse quando gli editori gli sconsigliarono di usare Kazarjan. Scelse il cognome di un poeta, scrittore e medico vittima del genocidio degli Armeni, Ruben Sevak (1885/1915).

Io nella vita ho aiutato tutti, me stesso non ho aiutato.
A vantaggio di tutti i miei doni, non a mio vantaggio.
Il viandante è diventato più saggio, imparata la mia lezione,

Mentre io sono un folle: scoraggiante risultato. […]

I quattro versi d’incipit della poesia Voglio, racchiudono tutta la poetica di Sevak, incentrata sull’amore per l’umanità e per il popolo armeno, che sosterrà e difenderà nei suoi versi e nella sua azione politica, contrastando la dittatura sovietica burocrate, falsa, corrotta e avvilente per la cultura e il rispetto dovuto alla storia di un popolo perseguitato ingiustamente da sempre.

Leggo
Leggo e… capisco,
Che benché al posto dell’eroe io immagini me stesso,
Tuttavia non seguiamo la stessa strada:
Lui è audace, io – prudente;
Lui è l’azione, io – l’impressione;
Lui immolerà se stesso (quando sarà ora),
Intrepidamente morirà, –
E io lo so… capisco bene,
Ma non comprendo…

Forse i libri è più facile scriverli, che leggerli.

Paruyr Sevak

Paruyr Sevak

Paruyr nasce a Chanakhi nel 1924, nella Repubblica Socialista Armena. La sua è una famiglia colta e il nostro poeta si dimostra precocissimo nell’apprendere a leggere e a scrivere. Si laurea nel 1945 in Filologia a Yerevan, dove poi continua gli studi, diventando un conoscitore e un divulgatore accanito della cultura armena nel mondo, conseguendo nel 1967 l’ennesimo Dottorato. È traduttore, insegnante, ricercatore ed è eletto al Consiglio Supremo della Repubblica Socialista Armena. Dal 1966 fino alla sua morte ha ricoperto la carica di segretario dell’Unione degli scrittori.

Muore in un incidente stradale nel 1971 insieme alla moglie.

Essendo stato sempre critico e feroce accusatore della corruzione dei vertici dello Stato sovietico, molti armeni ritengono che l’incidente non sia stato casuale, ma opera del Kgb.

Esordisce nel 1942 con la prima silloge Essere o non essere. Viene notato accidentalmente da un editore di Soviet Literature, Ruben Zaryan, che pubblica tre sue poesie. Nel 1948 esce Ordini Immortali, un libro di denuncia della corruzione, dalle liriche pungenti. Sarà l’unico libro di poesie così esplicito verso la dittatura sovietica, poi le sue liriche si addolciranno, senza peraltro perdere il valore politico ed etico del messaggio. Nel 1954 pubblica Il Cammino dell’Amore e nel 1957 Tornando da te.

Nel 1962 ha pubblicato: L’Uomo nel palmo di una mano; nel 1969 Sia la Luce e nel 1971 I tuoi Conoscenti.

Purtroppo pare non vi siano opere di quest’autore tradotte in italiano. Paolo Statuti ha curato la traduzione di alcune liriche ed è grazie a lui e alla rivista Poesia di Crocetti, se ho conosciuto questo autore.

[…]
Se la morte è inevitabile – che prenda un ingegno sterile,
E non chi è un eroe.
Se le guerre sono inevitabili – che combattano non i paesi,

Ma un marito, ad esempio, con la moglie. […]

Questi versi sono tratti sempre da Voglio, una poesia lunghissima dal titolo perentorio.

La vita degli uomini scivola su questi versi, si avvolge di parole e di sani principi e logiche conseguenze. Paruyr Sevak è un uomo pragmatico e la sua poesia vuole entrare nella vita quotidiana di tutti. La storia presente, passata e futura ha un peso, che il poeta distribuisce di verso in verso, come un facchino con le valige o un manovale con i sacchi di cemento.

L’equilibrata analisi della storia passata, serve al presente, serve alla poesia che vive del respiro dell’umanità.

Transitorietà
Quando il crepuscolo trapela dalle nubi come un pettine,
E un tenue venticello, come cagnolino che fiuta, si ferma
Davanti a un arbusto, a un albero, a una zolla, a una persona,
E quando il freddo novello inizia a mostrare la sua forza,
Costringendoci ad abbottonare la camicia e a lamentarci,
Quando la corteccia del giorno si spegne sul velluto della notte,
E le lucciole sembrano disegnare un mosaico antico,
Una volta ancora divento un ingenuo bambino,
Una volta ancora credo nella giustizia,
E mi sembra che morirò…di morte naturale…

Mi dispiace

Il fascino dei versi di Paruyr Sevak è in questo intreccio d’immagini, che catturano la mente e il cuore. Ogni parola compone un quadro entro il quale lo sguardo si tuffa, come fosse un nuotatore a largo nel mare, dove all’orizzonte non vede alcuna spiaggia, ma solo l’azzurro brunito del fondale che lo cattura e lo costringe a nuotare, nuotare sempre più forte, alla ricerca della verità, della giustizia e di quella morte naturale, che alla vita si concede.

Sevak nelle sue dolci parole dal sapore malinconico, ci narra la storia del suo popolo, l’orrore e le sopraffazioni, che ha dovuto subire e che subisce ancora oggi. Sono le distese erbose ai piedi dell’Ararat, gli odori della terra e del sangue sparso dal milione e mezzo di armeni, uccisi dai Giovani Turchi tra il 1915 e il 1923, il primo sterminio sistematico del Novecento, mai riconosciuto come tale a tutt’oggi. L’unico a provarci è stato Papa Francesco, facendo infuriare il governo turco, dove il termine “genocidio“, a proposito della questione armena, costa fino a due anni di carcere a chi lo pronuncia pubblicamente e tutto con il tacito consenso delle grandi potenze mondiali.

 

Tetyana Yablonska, La vita va avanti, 1970

Tetyana Yablonska, La vita va avanti, 1970

L’Armenia fino al 1991 è stata sottoposta al dominio dell’Unione Sovietica, ma il suo territorio è esiguo e il monte Ararat, emblema di biblica memoria del popolo armeno, così come tutti i territori più ricchi di storia, sono sotto il dominio turco e si vede all’orizzonte dalla città di Erevan la sagoma dell’antico ed emblematico monte.

A questa gente gli si nega anche la memoria di una persecuzione, perché strisciante continua ancora e lo era a maggior ragione ai tempi del nostro poeta, che proprio perché tale, ha imbracciato la penna e con coraggio ha sfidato il Potere occulto e ottuso, per sobillare alla resilienza e alla resistenza.

Siamo pochi, ma ci chiamano armeni.
Non ci consideriamo superiori a nessuno.
Semplicemente, anche noi dobbiamo accettare,
Che noi, soltanto noi, abbiamo l’ Ararat,
E che è qui, sulle alture del Sevan,
dove il cielo rispecchia la sua esatta copia.
Semplicemente, David, ha lottato qui.
Semplicemente, Narek, è stato scritto qui.
Semplicemente, sappiamo scolpire dalla roccia
conventi,
Dalla pietra realizzare pesci
e dalla terracotta uomini,
per l’ insegnamento e per perseguire
Il Bello,
Il Buono,
Il Nobile,
Il Sublime.
Siamo pochi, ma ci chiamano armeni.
Noi non ci consideriamo superiori a nessuno.
Semplicemente la nostra sorte è stata diversa,
Semplicemente, abbiamo dovuto versare molto
sangue:
Semplicemente, durante la nostra secolare
esistenza,
Quando eravamo forti
Ed eravamo in piedi,
Non abbiamo assoggettato alcun altro popolo,
Nessuno ha subito danni dal colpo della nostra
mano.
Se abbiamo fatto schiavi ,
È stato solo con i nostri libri,
Se abbiamo dominato,
È stato solo con il nostro talento…
E quando siamo stati costretti a lasciare la no-
stra terra,
laddove siamo giunti e ovunque siamo andati,
Ci siamo impegnati a favore di tutti,
Abbiamo costruito ponti,
Unito archi,
Ovunque a mietere,
fruttificare,
Abbiamo offerto a tutti idee, massime, canti:
Li abbiamo difesi dal gelo dell’anima-
Abbiamo lasciato dappertutto il riflesso dei
nostri sguardi,
Le reliquie delle nostre anime
E l’eucaristia dei nostri cuori.
Siamo pochi, è vero, ma ci chiamiamo armeni.
Sappiamo guarire dopo le ferite dolenti
E con nuovo entusiasmo gioire e far festa:
Sappiamo penetrare nel costato del nemico,
Ed dare sostegno a chi ci dichiara amicizia:
Sdebitarci del bene che ci hanno offerto,
Ripagando cento volte quel poco ricevuto…
Per i giusti e per il sole splendente,
sappiamo sacrificare perfino la nostra vita…
Ma se volessero bruciarci con violenza,
Sappiamo diventare fumo e spegnere il fuoco.
Se sarà necessario disperdere l’oscurità,
Sappiamo bruciare come candele accese.
E sappiamo anche amarci con passione,
Ma rispettando sempre anche gli altri.
Noi non ci consideriamo superiori a nessuno-
Ma conosciamo noi stessi,
siamo chiamati armeni!
E perché non dobbiamo esserne orgogliosi…
Ci siamo! Ci saremo! E ci moltiplicheremo!

Tetyana Yablonska, Villaggio armeno

Tetyana Yablonska, Villaggio armeno

Ora lascio la parola alla mia amica Roosanna Harutyunyan, una donna armena, che proviene da Yerevan, capitale d’Armenia, che ci racconterà del suo arrivo in Italia e alla quale chiedo fin d’ora di essermi da guida nel percorso di conoscenza della vasta e ricca cultura armena, di cui lei è divulgatrice.

Vorrei salutarvi con le parole del grande poeta:

“ Salve, –
Io dico solo questa parola,
Come mostrare il passaporto timbrato,
Come esibire il curriculum,
Come compilare un questionario.

…..

– Salve,-
A te
E
A voi
Cari miei conosciuti e sconosciuti.

Lasciate che l’impossibile diventi possibile
Per tutti nel mondo,
Diventi possibile domani e proprio adesso,
Diventi possibile con la parola sola
– Salve…. “

* * *

Roosanna Harutyunyan

Partivo nel 2013 per l’Italia. Non c’era un volo diretto Yerevan – Roma, ho comprato il biglietto con lo scalo a Mosca, e il volo prevedeva un limite del peso del bagaglio ( max. 20 kili). Ho riempito il bagaglio con i libri, e per il resto ho preso solo il necessario per i primi 2 giorni.

All’aeroporto Zvartnoits di Yerevan mi hanno chiesto a cosa servivano tutti questi libri in Italia. Ho risposto, che in Italia si può comprare tutto, …quasi tutto, … ma questi libri non credo che li avrei mai trovati.

Il guardiano di frontiera dell’aeroporto di Sheremetyevo invece ha confessato, che era la prima volta che vedeva un visto Shentgen d’affari, nell’ordinario passaporto, di così lunga-durata e ha chiamato anche i colleghi, e ho dovuto presentare anche il contratto di lavoro scritto in lingua inglese.

Cosi una donna molto strana, con il visto d’affari di un anno e il bagaglio pieno di libri arriva a Roma, portando una particella della sua cultura e il progetto internazionale scientifico da gestire nel territorio italiano.

Già dall’aeroporto di Fiumicino ho visto la gente che sorrideva, la guardia che ti fa i complimenti, scherza e ride.

Dentro di me avevo il ricordo cocente delle sofferenze del mio popolo, le ferite sanguinanti, non cicatrizzate definitivamente a tutt’oggi, che mi fanno sentire ancora male. Il mio popolo non dimentica la sua storia, il genocidio del 1915 е il pesante fardello della guerra, che direi, stiamo vivendo da quasi 30 anni. Gli artisti аrmeni, le sagge figure letterarie a mio parere mostravano un mondo triste, che rappresentava il dolore della mia terra.

Vivendo in Italia, ho iniziato a valutare diversamente i colori della vita, ad imparare ad apprezzare i suoni e la musica terrestre. Ho visto altre forme della bellezza della parola. Ho cominciato a notare altre sfumature delle poesie che mi stanno a cuore.

Ultimamente ho riletto “La preghiera del nuovo giorno” di Sevak, e ho sentito un’eco che veniva dalla mia anima, che mi esortava a non avere la paura degli infiniti, ottusi credenti, dei multiformi falsi credenti” , come li chiamava il poeta, ma di ritrovare dentro me stessa il coraggio di difendere la verità, la giustizia, la fede, spogliata della vanità e della falsità esteriore e terrena.

Vorrei attirare la vostra attenzione sul capolavoro del grande poeta Paruyr Sevak – il poema “Il campanile non tace (del 1959)”, dove il tema principale è la vita e la morte del religioso, compositore e musicologo Komitas, vittima del genocidio.

E alla fine – desidero chiamare tutti gli umani per sentire questo urlo delle campane in tutto il mondo per ricordarci che viviamo in un unico pianeta.

Grazie!

Grazie a te, Roosanna, per aver condiviso con noi la tua esperienza, così strettamente connessa ai versi poetici, confermando quello che io affermo da sempre, che la poesia fa parte integrante della vita di ognuno di noi, le parole sono le assi dell’imbarcazione mitologica, che traghetta sul fiume dell’esistenza, chi di questa se ne ciba con forza e sofferenza.

Torneremo a incontrare Roosanna per parlare con lei di altri poeti, facendoci raccontare la tragica e splendida storia del popolo armeno.

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