Parliamo de La Sete, l’ultimo libro di Giovanni Lucchese

Giovanni Lucchese la sete copertina

pubblicato da D Editore

 

Un cuore rosso incatenato su uno sfondo fatto di sabbia del deserto.

Nel deserto il sole è feroce, il corpo si disidrata e la sete è implacabile. Si presenta con una copertina che è un prologo al romanzo La Sete di Giovanni Lucchese, classe 1970.

Un libro forte, che afferra il lettore per il bavero e gli incolla la faccia sulle pagine a volte così terribili eppure così vere, nel suo paradosso simbolico.

Quando parliamo dell’attualità di Dante, del suo crudo, per l’epoca sicuramente, e scabroso lessico con il quale ci descrive l’Inferno, è perché quello stile si è perpetuato nel tempo anche per mano degli artisti, che si sono succeduti, che hanno scavato nel proprio inferno contemporaneo.

Lucchese è uno di questi e lo fa non facendo sconti all’orrore, dal quale non fugge, costringendo i suoi lettori a interrogarsi, a guardare il lato brutto dei propri pensieri.

Ambientato a Roma, «una città che ingurgita tempo e caga nevrosi» come dice il protagonista maschile, il Lui, oppure «Questa città aveva un odore. Aghi di pino, pane appena sfornato e terra bagnata. Un aroma riconoscibile in ogni momento. Oggi puzza di immondizia lasciata al sole e carcasse di piccione…» come la descrive la protagonista femminile, la nostra Lei.

È una città surreale e al tempo stesso realissima per chi ci vive o ci lavora. Spersonalizzata della sua anima vitale, con passanti distratti e incuria, sembra vivere solo nei ricordi di un passato illustre, per sempre distrutto.

Distruzione che esprimono i nostri due protagonisti, che scendono i gradini più infimi dell’inferno, spinti da una bramosia e da una rabbia che li divora e li ossessiona. Un Lui e una Lei senza volto, solo dei cenni di corpi stilizzati, quello che si conosce non è la loro maschera, che mostrano, ma le viscere maleodoranti delle loro perversioni, fatte di dolore e vuoto interiore.

Non indossare nessuna maschera è la maschera più difficile da indossare.

Giovanni Lucchese
Giovanni Lucchese

È la nudità di questi esseri a tratti bruttissimi che ci ripugna, perché è in quell’oscuro che non vogliamo mettere mano, che per comodità ci neghiamo e che Lucchese ci sbatte in faccia senza pietà, come probabilmente ha fatto con se stesso.

La sete affonda i suoi artigli nella mia carne, risvegliandosi, è un tormento atroce ma, in qualche modo, è anche la mia salvezza.

Cos’è questa sete che va oltre l’arsura di una bocca impastata? È quel desiderio irrazionale, svuotato di ogni morale e vestito di bramosia. È il demone che ha agguantato le menti nevrotizzate da un vivere fuori di ogni regola naturale. È il corpo che si degrada dietro a un cervello che non è più in grado di tenere sotto controllo gli impulsi, che si scompongono in un caleidoscopio di vetri pungenti.

Questa sono io, una falena impazzita in cerca di un raggio di luce che non le sarà concesso.

… bastano pochi attimi per ricordarmi che io, come tutti gli esseri umani che vivono su questa terra, non siamo altro che marionette in mano all’istinto, all’abitudine, al desiderio di sopravvivere a noi stessi …

Sono tante le chicche filosofiche e poetiche, che sbucano qua e là, partorite da questi mostri informi dei protagonisti.

Con la velocità di un razzo, Lucchese ci catapulta nel controverso rapporto di un figlio con sua madre e seguendo i pensieri del nostro Lui davanti alla madre morente, non possiamo non pensare alla lirica di Pasolini, Supplica a mia madre, quando dice:

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia

La purezza che viene spazzata via dalla sete del nostro tempo convulso, dalle nostre angosce e dalle maschere che costruiamo anche per noi stessi.

È nei momenti d’emergenza che riconosciamo i nostri limiti, l’ansia è una luce che si accende sui nostri difetti permettendoci di guardarli meglio, individuarli, studiare un piano d’azione per smussare gli angoli.

Questo libro lascia un segno indelebile in chi lo legge, è un viaggio ai limiti dell’impossibile che insegna, scava e sorprende.

È nella natura di tutti noi, credo, la capacità di deludere le nostre stesse aspettative.

Incontriamo Giovanni Lucchese, al suo terzo libro e al suo secondo romanzo.

La Sete Giovanni Lucchese

Ho letto qualche tua intervista, trovata sul web, anche per conoscerti meglio. Grazie, per aver accettato di parlare del tuo libro: La Sete, con i lettori del blog La Sepoltura della Letteratura.

Per prima cosa, abbiamo un amico in comune, l’editore di quest’originale libro: Emmanuele Pilia. Raccontaci come vi siete conosciuti e com’è nata l’idea di pubblicare un libro insieme.

Ho incontrato Emmanuele per la prima volta al Salone del Libro di Torino tre anni fa. Avevo sentito parlare della sua casa editrice e sono andato a curiosare al suo stand, lui mi ha riconosciuto e ci siamo capiti subito. Ho amato fin dal primo momento la sua libertà di espressione, la mancanza di impostazione e di rigidità che, purtroppo, spesso riscontro in editori nuovi e indipendenti. Col tempo abbiamo coltivato la nostra amicizia incontrandoci in giro per presentazioni e fiere, e alla fine mi è venuto naturale, quando ho finito la stesura de La Sete, proporlo a lui prima di ogni altro. Lo ha accolto con un tale entusiasmo da ripagare in un attimo la fatica fatta per scrivere un romanzo così denso.

Questo romanzo è molto scorrevole e ha una prosa accattivante. Ti dico sinceramente che avrei avuto tutta un’altra impressione, se non avessi approfondito alcuni concetti per capire Pasolini. Certe crudezze e dettagli, che potrebbero apparire superflui e pesanti da digerire, sono invece necessari a suscitare nel lettore quelle emozioni sconvolgenti, che scavano e detergono.

Racconta ai nostri lettori la genesi de La Sete e il tuo rapporto con i protagonisti, che parlano in prima persona, cosa che ti ha fatto entrare in loro, cosa non sempre facile.

Non è stato facile immedesimarsi in due personaggi con i quali è difficile entrare in empatia. Il lato oscuro delle persone mi ha sempre attratto, di solito uso l’ironia per esprimermi e mi piace trasmettere un messaggio facendo divertire al tempo stesso il lettore. Per scrivere La Sete ho dovuto sforzarmi di spegnere ogni luce dentro di me, concentrarmi su due vite alla deriva senza alcuna speranza di redenzione. Per farlo ho scelto di usare un linguaggio consono alla situazione, un linguaggio privo di abbellimenti, libero da ogni censura, duro e crudo fino all’ultima parola.

Ogni volta che l’istinto, il buonsenso, il perbenismo innato in ognuno di noi cercava di farmi allentare la presa, dovevo concentrarmi per far sì che non accadesse. Alla fine, è stato un lavoro molto duro, a tratti difficile da sopportare, ma interessante. Un affascinante viaggio di riscoperta, che sono contento di aver fatto, ma che non credo sarei disposto a ripetere.

Ho voluto, per una volta, rendere omaggio a quelle anime perse la cui sofferenza interiore non è visibile, quelle persone spente e un po’ stralunate che vediamo passare per strada senza badarci troppo.

Giovanni Lucchese
Giovanni Lucchese

Per scrivere un testo come La Sete, quali esperienze e conoscenze hai fatto direttamente e quali sei riuscito a elaborare con la fantasia da racconti, articoli di cronaca e vari?

Sono un cinquantenne tranquillo e accasato, ma nel mio passato da gay single ho visto fare molte cose che sono finite in questo romanzo. Il personaggio di “lui” è costruito attorno al mondo notturno e imboscato dei sex club, dei locali per incontri, dei luoghi di cruising. Ho avuto modo di frequentare questo ambiente e sono stato fortunato a non venire risucchiato dal vortice che crea attorno alle persone, un vortice dal quale spesso è difficilissimo liberarsi. Sono ambienti dove il sesso la fa da padrone, dominando qualsiasi altro istinto e cancellando ogni forma di sentimentalismo.

A lungo andare corrodono l’anima, rendono il corpo un misero strumento atto a soddisfare i bisogni primordiali, cancellano ogni forma di interazione sociale e di rispetto verso se stessi e verso il prossimo. Per dare vita a “lei” mi sono ispirato a queste donne dell’alta borghesia romana il cui scopo nella vita è quello di far passare il tempo nel modo più creativo possibile. Con lei ho lavorato più di fantasia, immaginando cosa possa passare nella mente di una donna che dalla vita ha avuto tutto, tranne ciò di cui avrebbe davvero avuto bisogno.

Prima di lasciarci, raccontaci di te; io volutamente non ho detto nulla, perché volevo che ti presentassi ai nostri lettori, che per lo più sono molto giovani, come tutta la nostra redazione, del resto.

Non è facile dare un’idea di sé in poche parole, ma proviamoci.

Mi ritengo una persona solare, ottimista, uso l’ironia e la comicità come arma di difesa, amo le persone schiette e trasparenti, detesto gli opportunisti e quelli che non sono mai sinceri. Non sopporto gli snob, i circoletti esclusivi, gli ambienti stagnanti, le persone troppo sicure di sé, quelli che per farsi belli hanno bisogno di buttare giù qualcun altro.
Credo che le persone davvero interessanti e sincere siano anche belle da guardare.

Ho un background pop al 100%, sono cresciuto ascoltando la brit wave degli anni ’80, venerando i deliri onirici di Kate Bush, amando alla follia Madonna. Vado ai concerti di Lady Gaga e vorrei pranzare, almeno una volta, insieme a Taylor Swift.

Amo le serie tv americane, i film da Oscar, le commedie all’italiana, conosco a memoria ogni dialogo di ogni puntata di Sex & the City.

Mi piace far ridere e dare un’idea sbagliata di me, tanto per provare il gusto di sorprendere le persone sul più bello. Di solito mi danno del superficiale, finché non dico qualcosa che lascia tutti interdetti.

Amo le storie di rivalsa, sia immaginarie che reali. I momenti in cui una persona riscatta la propria vita uscendo dalla sua zona comfort e diventa migliore di come era un attimo prima sono quelli per cui vale la pena soffrire ogni giorno.

Dickens è stato il mio primo amore letterario, seguito da Stephen King e Chuck Palahniuk. Stefano Benni e Rossana Campo mi hanno aiutato ad affilare le armi dell’ironia, sono due autori che leggo di continuo, nelle pause tra un libro e l’altro.

Mi piace concedere interviste, anche se alla fine non sono mai sicuro di aver detto cose sensate.

Ringraziamo Giovanni Lucchese per la simpatia e la disponibilità ed Emmanuele Pilia, istrionico editore, di cui torneremo presto a parlare.

 


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Silvia Leuzzi

Ho un diploma magistrale e lavoro come impiegata nella scuola pubblica da oltre vent’anni. Sono sposata con due figli, di cui uno disabile psichico. Sono impegnata per i diritti delle persone disabili, delle donne e sindacali. Scrivo per diletto ed ho al mio attivo due libri e numerosi premi di poesia e narrativa.