Aspettando gli oscar 2019

Stasera verranno consegnati gli Oscar. Roma di Alfonso Cuarón è l’esito che tutti si aspettano, ma non è affatto scontato. Quest’anno i film sono molto diversi tra loro, sia per i contenuti, sia per i linguaggi e i generi, e anche per i risultati. Vi raccontiamo le nostre impressioni: 

La favorita, di Yorgos Lanthimos

Incominciamo con un film di cui forse non si è parlato abbastanza: La favorita. Siamo in Inghilterra, alla corte della regina Anna. Lady Marlbogorough (Rachel Weisz) tiene in pugno la regina, interpretata da una sublime Olivia Colman, quando arriva al palazzo, sporca di fango ed escrementi, Abigail (Emma Stone). Da quel momento le due donne entrano in competizione per garantirsi il favore della regina e, attraverso quello, stringere le redini del potere abbandonandosi ad ogni sorta di eccessi. Non che nella lotta per la supremazia si siano risparmiate crudeltà e colpi bassi (bassissimi).

La forza di questo film, uno dei meno addomesticati tra quelli che concorrono per la statuetta, risiede sia nella sceneggiatura che, su un canovaccio classico riesce a tessere dialoghi superlativi, sia nella regia di Lanthimos che tra dissolvenze e primi piani vertiginosi ci immerge in un mondo grottesco e allucinato fatto di inganni e intrighi, nella lotta senza quartiere di due donne mosse da un enorme sete di potere.

Green Book, di Peter Farelly

Basato su una storia vera, la storia di una lunga amicizia cominciata all’inizio degli anni Sessanta, Green Book, di Peter Farelly ricorda moltissimo Quasi amici di Oliver Nakashe e Éric Toledano. I temi trattati sono molti, alcuni, come l’omosessualità, sono appena accennati. La forza della pellicola risiede nei toni con cui i diversi argomenti, alcuni di nuovo tremendamente attuali, sono trattati: Green book è un film leggero, divertente, un film che ci fa vedere il lato peggiore degli Stati Uniti, quello del profondo sud, delle enormi distese di grano che ancora dopo un secolo non ha dimenticato la guerra di secessione, attraverso gli occhi di due personaggi completamente diversi, entrambi prova della multietnicità di quello stato.

Forse il colpo di scena più grande della pellicola è riconoscere, dietro l’accento italiano di Tony Lip, quell’Aragorn che aveva salvato Gondor da Sauron, l’oscuro signore di Mordor, ovvero Viggo Montersen e solo in un secondo momento apprezzarlo, assieme a Mahershala Ali per la sua notevole interpretazione. La regia poi, classica e supportata da una fotografia che rende gli anni Sessanta patinati (anche se non troppo) ci prende a braccetto e ci guida, invisibile, per le strade d’America.

A star is born, di Bradley Cooper

Cambiamo completamente argomento con A star is born. È il classico film di Hollywood, quello che ha per protagonisti Bradley Cooper e Lady Gaga, il primo alla sua prima regia e la seconda al suo primo vero ruolo da protagonista al cinema. Lui è un cantante rock in balia degli eccessi, quasi sempre sbronzo; lei il brutto anatroccolo con una voce stupenda e poca autostima, pezzo forte di uno spettacolo di drag queen. Tra i due sboccia un amore, tra discepola e mentore che è un gioco a rincorrersi già visto decine di migliaia di volte al cinema e che non ha la forza di aggiungere nulla di nuovo alla storia dei musical holliwoodiani.

Il numero considerevole di nomination totalizzato dalla pellicola sembra più legato alla necessità, da parte della Accademy, di assicurarsi un red carpet ricco di star più che alla bellezza o al valore di un film che si guarda sbadigliando e che si regge tutto sull’innegabile alchimia che c’è tra i due protagonisti.

Bohemian Rhapsody, di Bryan Singer

La storia della produzione del film sui Queen è stata molto travagliata: nel 2010 Brian May annuncia un film sulla band con protagonista, nel ruolo di Freddy Mercury, Sacha Baron Cohen, divergenze creative con quest’ultimo portano a sostituirlo con Ben Whishaw, che sarebbe stato diretto da Dexter Fletcher.

Nel 2017, però, viene annunciato un altro attore nel ruolo di Mercury, Rami Malek, e un nuovo regista, Bryan Singer, il quale non completa il film perché licenziato quasi alla fine della produzione. Il risultato?

Un bel film da vedere al cinema solo perché si possono riascoltare a tutto volume le hit dei Queen. Rami Malek è stato certamente bravo ma non ha colto, almeno nel parere di chi scrive, il dramma vissuto da Mercury. Impresa del resto non affatto facile.

Per il resto il film, al di là di una produzione prestigiosa, dai grandi mezzi, si può equiparare all’ultima fiction della rai dedicata alla Martini. Non un brutto film ma un film dimenticabile, che celebra una delle più grandi band del secolo scorso consegnandoci una biografia patinata in cui sono stati espunti tutti (o quasi) gli eccessi. Peccato.

BlacKkKlansman, di Spike Lee

Come Green Book e Vice, anche BlacKkKlansman è basato su una storia vera: siamo nei primi anni settanta e Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, riesce ad infiltrarsi nel Ku Klux Klan, attraverso una controfigura bianca.

Sembra impossibile, ma è accaduto.

A questo si intreccia il contraddittorio rapporto – anche di natura sentimentale – di Stallworth con il Black Power e la comunità nera, di cui Lee mostra sia la forza, sia l’autoreferenzialità, i limiti, le scelte velleitarie. E forse l’unica nota stonata del film è proprio in questo insistere sugli “opposti estremismi” e nel fare della figura di Stallworth una sorta di terza via. Nello stesso tempo, però, il film non lesina critiche apertissime all’amministrazione Trump  e ai fatti di Charlosttesville nel 2017, il che non lo rende certo favorito nella competizione, ma in compenso ne aumenta il valore storico e critico: il rischio sarebbe stato farne un film-museo come Selma, o come molti altri film sulla lotta dei neri negli anni ’70. Eppure, al netto di tutto ciò, il pregio più grande del film è la capacità di rendere veri, tangibili i personaggi, come se li avessimo conosciuti, ed è così che il film rimane impresso nella mente anche dopo molto tempo. 

Vice – L’uomo nell’ombra, di Adam McKay

Dal trailer, sembrava il classico film americano. Invece si tratta di un film dalla regia liberissima e dal linguaggio spregiudicato, che riesce a portare sullo schermo quello che gli Stati Uniti per molti anni non si sono voluti sentir dire – e probabilmente nemmeno adesso. Si tratta della storia del vicepresidente americano dell’era Bush jr, Dick Cheaney, presentato, e molto probabilmente a ragione, come l’uomo che davvero governò gli Stati Uniti in quegli anni. L’altissima carica politica di questo film lo rende paragonabile a Tutti gli uomini del presidente, e l’aspra denuncia del potere è anche più graffiante, nonostante alla fine si configuri come un film biografico, il che ne ha limitato le possibilità, e insieme al taglio giornalistico predominante nella pellicola fa sì che non sia un film cardine della cinematografia statunitense, come invece avrebbe potuto essere.

Eppure il linguaggio innovativo e insieme classico è il pregio maggiore del film, che gioca con il documentario, con il cinema politico americano, con il surrealismo e persino con il filone del cinema giudiziario, in un certo senso. Ma ci si potrebbe vedere quasi ogni autore statunitense, da Orson Welles a Scorsese: e questa capacità di riassumere in sé il cinema americano e capovolgerlo, stravolgerlo con forza ironica è uno dei grandi punti di forza di McKay. Anticonvenzionale, fortemente autoriale e meno apertamente critico nei confronti dell’attuale governo rispetto a BlacKkKlansman, potrebbe essere il film su cui alla fine l’Academy può trovarsi d’accordo.

Black Panther, di Ryan Coogler

Costringersi a vedere un film firmato Marvel-Disney è una delle torture che ha comportato scrivere questo articolo. Molto meno brutto del previsto, ma comunque almeno a prima vista un film che sta all’arte come una motosega alla nouvelle cousine. Eppure… a quanto pare potrebbe essere il film rivelazione in grado di aggiudicarsi il premio come Miglior Film. Il grande successo che ha riscosso questa pellicola è dovuto al fatto che ha saputo riunire la comunità nera sotto un simbolo, come invece non è stato per BlacKkKlansman. Infatti il film è tratto dall’omonima serie a fumetti, che racconta la storia di T’Challa, carismatico capo della nazione di Wakanda, il primo supereroe nero della storia della Marvel. Da sempre lo spirito di comunità passa attraverso le favole, e le storie popolari: forse è un peccato, però, che a fronte di film come quello di Spike Lee si abbia invece sempre bisogno di un supereroe e di una storia in fondo infantile per sentirsi parte di qualcosa.

In compenso un gran pregio del film è la compenetrazione contraddittoria tra un ambiente fantascientifico, tecnologicamente iperavanzato, e un’idea arcaica, ancestrale, come di un mondo perduto; ed è così, che il film riesce a elevare il genere dal puro intrattenimento a qualcosa di più raffinato. La strada per Tipperary è ancora lunga, però. 

Roma, di  Alfonso Cuarón

Infine, arriviamo al grande favorito di quest’anno: Roma, un film messicano ambiziosissimo e carico di premi, dal Leone d’Oro al Golden Globe, in concorso in ben dieci categorie, e uno dei pochissimi nella storia degli oscar a concorrere sia per la categoria di miglior film che per quella di miglior film straniero. È una pellicola potentissima, impeccabile, tecnicamente ineccepibile, con una fotografia degna di Storaro, una regia senza sbavature, attentissima a non dare il minimo appiglio a un suo possibile detrattore. Il linguaggio del film, pur non essendo fortemente innovativo, e configurandosi anzi come un rappelle à l’ordre, come un ritorno ai tempi d’oro del cinema d’autore, è condotto con una gigantesca forza autoriale; una forza che vediamo sempre di più nel cinema contemporaneo, ma che qui appare con una raffinatezza inconsueta, una statuarietà che ci rende muti.

La sua perfezione a tratti ci sembra fin algida, come una scultura neoclassica, ma questo non impedisce a Cuarón di raccontare il Messico degli anni settanta, il quartiere Roma (da cui prende il titolo) di Città del Messico, l’alta borghesia come la semplice domestica protagonista della pellicola, riuscendo a bilanciare perfettamente la necessità di seguire un solo personaggio nel suo divenire e un afflato corale che permea l’opera. Nel film di Cuarón, molto più che negli altri, scorre la vita, con una tragicità che rende quasi di cattivo gusto parlarne e riassumerne la trama in poche righe. Nel suo unire così fortemente raffinatezza, sentimento, nella sua regia così asciutta, Forse il silenzio che induce, questa regia che non ci prende per mano, ma anzi gioca sulla distanza, rende il film inafferrabile, un enigma a cui si può solo accennare. 


Salvatore Ciaccio ha scritto i paragrafi riguardanti La favorita, Green Book, A star is born, Bohemian Rhapsody.

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