To Be Free: Nina Simone in 10 canzoni

Nina Simone

Qui il link alla playlist con tutte le canzoni

 

È la sera del 12 aprile 1963, una donna si sistema il trucco nel suo camerino prima di salire sul palco: il suo sguardo è duro mentre si dipinge delle gocce color perla sulla pelle nera, a sottolineare la linea severa del sopracciglio. Eunice Waymon ha finalmente realizzato il suo sogno: sta per suonare al Carnegie Hall, il tempio della musica classica americana.

Eunice però non sorride: non sarà lei a salire sul palco, ma Nina Simone.

1. Theme from Sanson and Delilah

Yes, I am in Carnegie Hall, finally. But I’m not playing Bach.

È tutto pronto: i soldi di Andrew Strout, marito e manager, sono bastati. Eunice sale sul palco e abbassa gli occhi sui tasti del pianoforte: poche ore prima ha scritto una lettera ai suoi genitori in cui diceva «Sì, sono al Carnegie Hall, finalmente. Ma non suonerò Bach».

Non può suonare Bach, è vero, il pubblico è venuto per sentire la Nina Simone cantante, la donna capace di scuotere gli animi con la sua voce profonda e spessa. Ed è quello che Eunice darà loro, ma non prima di concedersi un piccolo piacere: il secondo brano che esegue lo farà in silenzio, lascerà che a parlare sia il pianoforte.

Poggia il piede sul pedale e i tasti si piegano al tocco delle sue mani mentre prende forma il suo personalissimo arrangiamento di Mon cœur s’ouvre à ta voix, un’aria dell’opera Samson et Dalida di Saint-Saëns. Il pubblico resta con il fiato sospeso dalla prima nota all’ultima: Eunice Waymon finalmente sorride.

2. Children go where I send you:

Have you ever been to a Revival meeting? I bet you don’t even know what I’m talking about… well you’re in one right now.

Eunice Waymon nasce il 21 febbraio del 1933 in un paesino del North Carolina in piena Grande Depressione: sesta di otto figli, tocca i suoi primi tasti all’età di 3 anni nella St Luke Church. Senza l’aiuto di nessuno, si arrampica sull’organo e inizia a replicare le melodie più semplici fino a diventare organista durante le celebrazioni tenute dalla madre nella chiesa: all’età di quattro anni accompagna già le cerimonie, i Revival Meeting tenuti dalla comunità battista nera. Il gospel, l’improvvisazione e il trasporto tipico di queste celebrazioni gioiose e quasi catartiche la accompagneranno per tutta la carriera, fino a valerle il titolo di Gran Sacerdotessa del Soul – titolo che però lei stessa disprezzava cordialmente.

3. Love me or leave me

Once I understood Bach’s music I never wanted to be anything other than a concert pianist; Bach made me dedicate my life to music and it was Mrs Massinovitch who introduced me to this world. I had set out on a journey which became more wonderful and thrilling each week.

La madre di Eunice però capisce ben presto che sua figlia ha troppo talento per limitarsi a suonare in chiesa: trova il modo di farla casualmente ascoltare a una signora bianca per cui fa le pulizie, che decide di finanziare alla piccola le lezioni di piano con Miss Mazzanovich, una donna inglese che abita giusto dall’altra parte della ferrovia.

Così Eunice scopre Bach e passa la sua infanzia a studiare sugli spartiti dei grandi compositori europei: Beethoven, Chopin e Liszt sono il suo pane quotidiano dall’età di sette anni; i progressi della piccola Eunice sono incredibili, ma pagherà care le conseguenze di quella solitudine speciale che spesso si riserva ai bambini prodigio

Miss Mazzanovich però è una donna di mondo e sa che lei da sola non basta: costituisce il Fondo Eunice Waymon per pagarle un anno e mezzo di studi alla prestigiosa Juillard di New York, dopo i quali Eunice decide di tentare una borsa di studio presso Curtis Institute di Philadelphia. Al concorso suona divinamente, ma non passa: è nera, è donna, non può essere una pianista classica. I soldi però a quel punto sono finiti, quindi Eunice si dedica alla sola cosa concessa alle donne nere: il jazz. Inizia a suonare nei piano-bar, ma si vergogna così tanto che decide di cambiare nome: sarà Nina Simone. Nina come niña, il nomignolo con cui la chiamava il fidanzato dell’epoca; Simone come l’attrice Simone Seignoret, che le era piaciuta particolarmente in un film visto da poco al cinema.

Nina suona il jazz quindi – ed è anche obbligata a cantare – , ma non dimentica gli studi classici: lo dimostra questa registrazione dove improvvisa una fuga in pieno stile Bach nel bel mezzo di uno standard jazz, una prova di bravura talmente fluida da lasciare a bocca aperta ancora oggi.

4. I loves you Porgy

Andy protected me against everybody but himself.

Ben presto però la fama della “fantastica Nina Simone” si sparge tutta la città finché nel 1958 l’etichetta jazz Bethlehem Records non le offre un contratto: l’accordo sta quasi per saltare, perché Nina vuole avere assoluto controllo sulla scelta delle tracce e degli arrangiamenti, ma alla fine nasce Little Girl Blue, il suo primissimo album. È I Loves You Porgy il primo singolo ad essere mandato in radio, per scelta della stessa Nina, che deve lottare a lungo per convincere il suo produttore: il povero Sid Nathan non è certo una cima, perché il singolo riscuote immediatamente un successo strepitoso, che lancia a tutta velocità la sua nuova carriera.

La storia sembra farsi migliore da qui in poi, ma la nota dolente che accompagnerà tutta la sua carriera riguarda i soldi: 3.000 dollari è tutto quello che ci guadagna. Sembra che un intero milione di dollari di diritti d’autore le sia stato sottratto solo per quest’album: sottratto a una donna che, ricordiamolo, l’aveva registrato per pagarsi le lezioni private di piano. Una donna che sognava ancora di diventare la prima concertista afroamericana della storia.

Un’altra ragione per cui questa canzone è così significativa, è la tragica ironia che la accompagna: tratta da Porgy and Bess, l’opera di Gershwin, la canzone racconta del contrasto tra l’affetto di un brav’uomo e gli abusi di un amante violento. Nina in quel periodo ha trovato l’amore: Andrew Stroud sembra essere il manager perfetto e l’amante protettivo e appassionato che ha sempre cercato. Il sogno durerà poco: Andrew si rivelerà un manager spietato e un marito possessivo, geloso e violento. Nina è sempre stanca e inizia a precipitare in una spirale discendente di lavoro senza sosta e violenze domestiche; sui suoi diari una sera appunta: «Andrew mi ha picchiato ieri sera: me lo meritavo ovviamente, dopo tutti questi giorni di depressione. È convinto che in realtà io voglia essere picchiata, me l’ha detto lui stesso».

5. Suzanne

If I had to be called something, it should have been a folk singer, because there was more folk and blues than jazz in my playing.

Prendiamoci una pausa dalla vita di Nina Simone, per concentrarci sulla sua musica. Nina Simone ora si può trovare in molte collezioni jazz, persino in quelle in sconto spacciate dai più malfamati autogrill della Bassa, ma lei stessa è sempre stata contraria a questa classificazione. «Dicono che faccio jazz solo perché sono nera: mi paragonano a Billie Holiday quando dovrebbero paragonarmi a Maria Callas. Sono una diva, non una cantante jazz».

Sembra un’affermazione piuttosto immodesta e probabilmente lo è, ma quello che Nina voleva sottolineare e che ha cercato di fare per tutta la sua vita è che l’essere nera ed estremamente combattiva l’ha sempre tenuta lontana dai riflettori e dai salotti riservati ad altre artiste. Sarà per questo che ha sempre rigettato le etichette tradizionalmente legate esclusivamente alla musica nera, ma probabilmente anche per una rivendicazione del tutto personale di libertà interpretativa ed esecutiva. Non ha però mai negato la forte influenza della musica tradizionale nella sua formazione di artista: la musica folk, la musica blues hanno avuto l’impatto più forte sulla sua produzione, forse perché libere dalla logica di una sola interpretazione, forse perché capaci di rappresentare la comunità più che il singolo.

Non lo sappiamo. Quello che sappiamo però è che Nina non si limitava a interpretare una canzone, la trasformava in qualcosa di completamente diverso: la ribaltava, la riduceva all’osso e poi se la cuciva addosso come un abito di sartoria, facendola sembrare un’opera di suo pugno. Bob Dylan, ballate scozzesi e brani d’opera ne uscivano profondamente mutati e adattati non tanto alla sua persona, ma alla sua persona in quel determinato momento. Un esempio su tutti è Suzanne, il capolavoro di Leonard Cohen, che Nina amava molto e che ha cantato spesso per qualche anno: cercate su internet e non troverete una performance uguale all’altra.

6. Mississippi Goddam

I could let myself be heard about what I’d been feeling all the time.

Andrew Strout vuole una star, ma Nina Simone vuole essere un’artista: «e come si può essere un’artista e non riflettere i tempi in cui si vive?»

Nina aveva vissuto il razzismo sulla sua pelle fin da piccola: al suo primo recital i suoi genitori, sedutisi in prima fila, erano stati fatti spostare in fondo alla chiesa insieme agli altri neri; la piccola Eunice si era rifiutata di suonare finché non li avevano fatti tornare al posto. La Nina adulta mantiene lo stesso spirito combattivo: sopporta a lungo l’immagine tranquilla e curata che le consiglia il marito, ma il mondo intorno a lei ribolle e un giorno è talmente arrabbiata e rattristata che scrive di getto Mississippi Goddam.

Nella canzone esce una Nina nuova, furiosa e lucida, che denuncia con parole crude le morti e le stragi più recenti subite dalla comunità nera americana. Da quel momento la sua carriera non sarà più la stessa: Nina diventa un punto di riferimento politico per tutti, marcia a Selma accanto a Martin Luther King Jr. e dà una svolta decisa alla sua carriera, perdendo una larga fetta di pubblico, ma cantando le parole che milioni di cittadini afroamericani avrebbero voluto scrivere.

Voglio scuotere le persone così tanto che quando lasciano un locale dove ho suonato devono sentirsi a pezzi.

7. Four Women

I want to provoke this feeling: where am I? Where do I come from? Do I really like me?

Nina Simone è ormai un’attivista a tutti gli effetti, ma la sua non è solo rabbia. Pian piano inizia a circondarsi di intellettuali di spicco dell’epoca, diventa molto amica di Malcom X e della sua famiglia, tanto da andare ad abitare vicino a loro, entra in contatto con Stokely Carmichael e Langston Hughes – che le scrive il testo di Backlash Blues – ma anche con altre artiste donne e nere come lei: Miriam Makeba, con cui ha da subito un legame speciale, e Lorraine Hansberry, che sarà la madrina di sua figlia Lisa. Sarà quest’ultima l’ispirazione per Young, gifted and black, uno dei suoi brani più celebri, grazie anche all’interpretazione di Aretha Franklin – e per altre riflessioni sull’essere donna e nera negli Stati Uniti dell’epoca.

È questo clima fertile che nasce Four Women, una delle canzoni forse più toccanti della sua carriera: una riflessione lucida e risentita sugli stereotipi sociali assegnati alle donne afroamericane. Ascoltatela con il testo davanti e capirete l’importanza che ha avuto sia per la battaglia per i diritti civili che per il movimento femminista dell’epoca.

8. Don’t Let Me Be Misunderstood

I think that the artists who don’t get involved in preaching messages probably are happier – but you see, I have to live with Nina, and that is very difficult.

«I’m not nonviolent» – così Nina dice a Martin Luther King Jr. e così fa: in alcune sue performance ormai incita alla violenza, alla rivolta contro gli oppressori, persino all’omicidio; da attivista sta diventando estremista. Poi arriva il giorno della morte di Martin Luther King Jr: Nina è sconvolta, compone una canzone che è anche una domanda, desolata e senza speranza: Why? (The king of love is dead). La suonerà dal vivo il giorno dopo e da quel momento non sarà più la stessa. I demoni che l’hanno tormentata per anni si fanno sentire più forti, la vita negli Stati Uniti si è fatta intollerabile: un giorno lascia la sua fede nuziale sul tavolo e scappa con la figlia Lisa. Vuole andare lontano, lontano da quella società intollerante, lontano dalla pressione dell’essere artista attivista, moglie e madre: prende al volo il consiglio dell’amica Miriam Makeba e parte alla volta della Liberia.

I due anni a Monrovia scorrono rapidi, la vita africana è perfetta per riprendersi, dimenticare completamente il pianoforte e recuperare stabilità e serenità: ma per Nina non è abbastanza. Sua figlia Lisa ha poi raccontato che sua mamma era passata dall’essere il suo rifugio ad essere il suo mostro: a volte era affettuosa, ma a volte la controllava e la picchiava, tanto da spingerla prima a pensare al suicidio e poi a scappare dal padre a New York.

Dopo due anni però i soldi finiscono e Nina è costretta a tornare in scena: dopo il fortunato concerto a Montreux però, la sua carriera fatica a riprendere piede; decide di spostarsi a Parigi dove finisce per suonare in un caffè modesto per 300 dollari a sera. I suoi amici musicisti la trovano sepolta in un piccolo appartamento, sopraffatta dalle crisi che l’hanno accompagnata per tutta la sua vita: prendono in mano la situazione la convincono a farsi vedere. Finalmente uno specialista dà un nome ai demoni che l’hanno accompagnata per tutta la vita, ai suoi sbalzi radicali d’umore e ai suoi cambiamenti improvvisi: sindrome maniaco-depressiva e disturbo bipolare. Se non vuole peggiorare ancora deve cominciare a curarsi: lo farà, ma a caro prezzo.

9. My Baby Just Cares For Me

You didn’t forget me, eh? That’s so wild, you didn’t forget me. I didn’t expect you too. But I’m tired.

Così comincia una nuova fase della vita di Nina Simone: si trasferisce in Olanda con i suoi amici e inizia ad assumere il Trilafon, un nuovo farmaco capace di sottrarla alle sue crisi e darle tregua. Il medico però la mette in guardia: il farmaco alla lunga potrebbe rallentarle le capacità motorie e verbali, in poche parole le sue abilità di musicista. Nina accetta, è troppo stanca. La sua carriera riparte e pian piano ricomincia a suonare per tutta Europa; i suoi amici dicono che è ben lontana dall’essere serena, ma che quando sale sul palco sorride: riesce a connettere con il pubblico in un modo speciale, profondo, unico.

Ora Nina suona, ma sarà solo qualche anno dopo che il suo nome tornerà in classifica: il trampolino di lancio le viene dato da Chanel, che nel 1987 decide di usare una canzone registrata nel suo primissimo album per la nuova pubblicità di Chanel N°5. Il successo è immediato e Nina ne approfitta per partire per una tournée mondiale: chiude ogni serata con My Baby Just Cares For Me, la canzone che l’ha aiutata a tornare in pista, anticipandola con un «Lo so che stavate tutti aspettando questa» un po’ sornione, ma suonandola con un’energia nuova ogni sera.

10. I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free

I’ve had a couple times on stage when I really felt free and that’s something else. That’s really something else! I’ll tell you what freedom is to me: No fear! I mean really, no fear.

If I could have that half of my life. No fear!

Da questo momento in poi, non si può dire più molto della vita di Nina Simone: la sua carriera continuò sotto un basso profilo, sempre più a rilento man mano che gli effetti dei farmaci si facevano sentire, tra periodi di serenità e momenti di crisi anche violente, fino al 21 aprile del 2003, il giorno in cui morì nella sua casa di Carry-le-Rouet. Ma anche quando la sua parlata ormai era lenta, la sua mente rimaneva acuta e lucida; un giorno in un’intervista trattenne a stento le lacrime, mentre diceva: «Mi dispiace non essere diventata la prima pianista classica nera al mondo, penso che sarei stata più felice. Non sono felice ora».

Due giorni prima della morte di Eunice Waymon, il Curtis Institute di Philadelphia, lo stesso che non l’aveva ammessa all’età di diciannove anni, le consegno il diploma ad honorem in pianoforte.

Troppo è stato detto sulla vita di Eunice Waymon, andandola a scandagliare per trovare i suoi numerosi picchi e le sue altrettanto numerose cadute: quello che ci resta però è Nina Simone, un’artista di eccezionale talento, che nella sua musica sapeva essere profondamente onesta, diretta e sincera.

Io credo sia per questo che proprio ora sta tornando in voga, soprattutto tra i più giovani.

 


P.S. Lo so che ho promesso Nina Simone in dieci canzoni, ma se siete arrivati fin qui, fatevi un favore e ascoltate anche questa. In questi dieci minuti c’è tutto quello che ho scritto sopra e molto altro:

Andrea Poletto
Andrea Poletto

Sono nato una mattina del 1992: qualche ora dopo è morta Marlene Dietrich. Sono sicuro che il destino voglia dirmi qualcosa con questo, ma cosa di preciso non l’ho ancora capito. Milanese per stirpe e per scelta, insegno ai nani dell’hinterland di giorno e studio letterature moderne di notte.

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