Dylan Dog

Tempo di mostri. Fiume di dolore.
Noi siamo gli uomini vuoti e impagliati.
Le nostre voci sono secche quanto noi e, assieme, mormoriamo preghiere quiete e senza senso, rivolte a un dio demente che balla al suono di un flauto muto.
Siamo figure senza forma. Ombre senza colore. Pensiero a cui non segue azione. Gesto privo di moto.
Siamo niente, senza mai essere stati tutto.
Nella tempesta, traghettiamo nell’altro regno della morte.
Non come anima, ma come uomini vuoti.

(Dylan Dog 400 E ora, l’apocalisse!, pag. 71)

E ora, l’apocalisse!, il quattrocentesimo albo di Dylan Dog, sancisce il termine della vecchia epoca per introdurci ad una nuova era. Scenari spaventosi e crudi in cui presenzia un’altra versione di Dylan (per saperne di più leggere l’articolo precedente).

Cosa ha causato, però, questo mutamento?

La necessità.

Sono un immemoreL’eredità di Tiziano Sclavi era divenuta “una specie di fardello” per gli autori che avevano lavorato per Dylan Dog. Dunque la rinascita è indispensabile affinché Dylan non risulti un personaggio vuoto: bisogna far ardere la sua anima per venderla al lettore.

La difficoltà degli autori viene esplicitata attraverso il malessere del personaggio-illustratore, il quale trova banali alcune formule da tempo utilizzate e viene afflitto da noia per ciò che lo attanaglia ai paradigmi dylaniani.

«…ma perché non posso mai disegnare quello che mi piace davvero?»

(Dylan Dog 400 E ora, l’apocalisse!, pag. 35)

Tuttavia, per creare una nuova situazione, bisogna recidere le radici del passato, che bloccano l’evoluzione. Prima fra tutte, Groucho, assistente e fedele amico del protagonista.

Il ruolo per cui lo si conosce non è adattabile al nuovo cambiamento: in isole di angoscia e terrore, in un mondo angustiato dal dolore, “nel regno della morte” non c’è spazio per l’ironia di un comico. La separazione tra Dylan e Groucho è quindi inevitabile: Dylan Dog non potrebbe divenire altro, accogliendo i servigi e l’affetto dell’assistente; l’indagatore dell’incubo non potrebbe presentarsi profondamente addolorato, se accanto a sé persistesse un comico dalle mille freddure.

Groucho stempera gli animi e dà sicurezza, ciò è inammissibile nel nuovo universo dylaniano. Dunque Groucho non può più ricoprire quel ruolo: deve essere decapitato della sua vera essenza. Trasformato. Ucciso.

Dylan Dog uccisione grouchoInoltre bisogna distanziarsi da metodologie passate, liberando Dylan Dog dai dettami-catene applicati dal suo creatore.

«Sentivo che lui era in attesa che io lo liberassi dal dolore. Che lo liberassi da quelle storie che lo tenevano imprigionato… da tutte le storie… a cominciare dalla sua»

(Dylan Dog 400 E ora, l’apocalisse!, pag. 83-85)

Ergo l’eredità di Tiziano Sclavi deve a poco a poco bruciare.

Al termine dell’albo, Mater dolorosa traghetta il protagonista nel tempio del creatore, nel quale avviene un colloquio inquisitore. In queste tavole, Tiziano Sclavi regala ai suoi lettori l’ultimo colpo di scena: taglia i legami con il suo frutto (nell’atto di tagliare la corda) e offre gli strumenti per creare una nuova atmosfera.
Più di quattrocento storie in simbiosi, avevano reso i paradigmi narrativi un’ossessione, facendo divenire Dylan Dog un nemico dell’autore. È necessario snaturarlo.

Tagliando il cordone ombelicale, infine, restituisce nuova vita alla sua creatura.

Il primo passo del Dylan appena nato lo porta lontano da Tiziano Sclavi, anche se soltanto di un passo.

«Non c’è salvezza né sorpresa. Questa è la Fine»

(Dylan Dog 400 E ora, l’apocalisse!, pag. 93)

Dylan dog uccide sclavi

Dylan è costretto a uccidere il suo creatore per liberarsi. Gli autori sono indotti al cambiamento per divincolarsi da un’eredità soffocante: «Lo dobbiamo a Dylan. Lo dobbiamo al Tiz. Lo dobbiamo a voi. Ma lo dobbiamo, soprattutto a noi stessi[1]».

Tuttavia il passo non sarà molto lungo, in quanto è impossibile recidere un legame paterno. Così la testa decapitata sghignazza nel momento in cui Dylan proclama “l’inizio”.

È noto, difatti, che i nuovi albi sono reboot: sembra come se gli autori non solo stessero riutilizzando vecchio materiale, bensì seguendo anche il consiglio del personaggio Sclavi:

«Un bravo artista copia. Un grande artista ruba. Un genio ricicla»

(Dylan Dog 400 E ora, l’apocalisse!, pag. 88)

L’apparato metaletterario dell’opera, però, introduce un’altra apocalisse: l’apocalisse letteraria.

“L’ultimo fumettista sulla terra” presenta tratti di un mondo precario e sul punto di estinguersi, in cui non esistono più i lettori: «sono tutti morti![2]»

Dylan Dog

Tale morte sembra includere anche generi letterari aulici, quali la poesia, in seguito ad una decadenza morale o ad un declino stilistico… certo è che l’apocalisse va di pari passo con l’opinione pubblica, non permettendo di stabilire quale sia la causa e quale l’effetto.

Un’opinione pubblica critica verso il presente e nostalgica del passato, che pensa gli autori come «un gruppo di scimmie che battono a caso sulla tastiera di un computer[3]». Un’opinione pubblica che si è avvalsa del diritto di non essere più lettore, di sacrificare un ruolo critico al fine di distruggere un’opera: creare l’apocalisse per abolire qualsiasi possibilità di un “dopo”.

Dunque l’unica possibilità rimasta agli autori è quella di rompere la quarta parete e di dialogare direttamente con i critici, mostrando loro l’ultima fiammella, auspicando che il lettore soffi sino ad attizzarla.

L’ultima speranza si chiama Dylan Dog omega. È al comando del Galeone Senza Nome. Orfano e in cerca di una missione, mentre l’ultimo fumettista sulla terra prega per la risurrezione di «un dio demente che balla al suono di un flauto muto»: la letteratura.

Narrami, o musa, dell’eroe multiforme, che tanto vagò!

(Dylan Dog 400 E ora, l’apocalisse!, pag. 50)

Narrami o musa

 

Rebecca Restante
Rebecca Restante

Sono nata a Roma nel 1999. Diplomata al liceo linguistico e studentessa dell'università La Sapienza. Sono in cerca della mia manifestazione tramite la letteratura