Achille Lauro musica di merda

Sanremo 2020 è ormai un ricordo sbiadito, di cui ci rimangono solo i meme sul body di paillettes di Achille Lauro, sul desaparecido Bugo e sul guaito cavernoso di Ornella Vanoni (“Uuhaaahhaa”), mentre gli amanti del generesono già proiettati verso il prossimo Eurovision Song Contest. Del “genere”, già, perché i punti in comune tra queste due manifestazioni sono abbastanza da darci l’impressione di una continuità, non solo storica (l’Eurovisione nacque negli anni Cinquanta per essere il Sanremo europeo), ma anche caratteriale.

Entrambi i festival, a lungo snobbati, registrano oggi ascolti da record nonostante i tempi dilatati all’infinito, la conduzione di un piattume ai limiti della noia scandita da siparietti estremamente cringe, una buona dose di quella materia sberluccicante e plasticosa chiamata trash e, soprattutto, una grande quantità di brutte canzoni. La domanda che vogliamo porci oggi è: questi spettacoli hanno successo nonostante questi fattori o proprio grazie a essi? Perché sembriamo così visceralmente attratti dalle cose brutte? Perché un personaggio come Elettra Lamborghini, che per prima fa dell’ironia sul suo scarso talento musicale, ha potuto partecipare alla gara canora più importante del Paese del Bel Canto, riuscendo addirittura a non finire ultima?

Come sempre cominciamo dalle definizioni: cosa vuol dire brutta musica?

Solitamente quando definiamo una canzone “brutta” intendiamo che non rispecchia i nostri personali gusti musicali. Nel suo saggio dall’iconico titolo Musica di merda – Perché odiamo la musica degli altri, l’autore Carl Wilson si interroga sul perché tendiamo ad elevare agli standard di massima bellezza la musica che ci piace e non solo difendiamo a spada tratta le nostre posizioni, ma attacchiamo con veemenza tutto ciò che è lontano dai nostri gusti personali. La sua indagine parte dall’album Let’s Talk About Love di Céline Dion, che contiene al suo interno la celeberrima My Heart Will Go On, soundtrack del film Titanic: potrà suonare strano ai lettori italiani, ma Céline Dion è probabilmente una delle cantanti più detestate del pianeta.

Navigando per il web potrete imbattervi in centinaia di commenti a Let’s Talk About Love nei quali l’album viene definito una piaga per il genere umano e si augura una morte lenta e atroce alla sua creatrice. Il motivo di tanto odio è lo stesso che ha consentito alla cantante di raggiungere la fama internazionale e di tenere concerti pirotecnici in tutto il mondo: le tracce del disco sono talmente grandiose da risultare pompose, parlano di amore con trasporto, le melodie sono un crescendo di musiche strumentali ed emozioni e la voce di Céline Dion è potente, struggente, perfettamente intonata bellissima. Se leggendo queste parole avete avuto l’impressione che si stesse parlando della classica canzone sanremese, be’, avete proprio ragione. Céline Dion è praticamente la Tosca canadese.

Carl Wilson definisce “schmaltz” il genere musicale di Céline Dion, una parola yiddish che significa letteralmente “grasso di pollo” e che qui vuole identificare una precisa tradizione musicale che prende vita nell’Ottocento con la musica operistica italiana e che si trasforma poi nelle power ballad americane degli anni Settanta e Ottanta. Oggi lo Schmalz si manifesta con le grandi canzoni d’amore che mettono in scena sentimenti struggenti, cantate da interpreti di grande tecnica e potenza vocale, che tendono a volte verso la musica lirica. Ebbene sì, anche la canzone vincitrice di Sanremo 2020
Fai Rumore di Diodato ha tutte le carte in regola per rientrare in questa definizione.

In questo senso, quindi, la categoria “brutta musica” è estremamente relativa. Un fan di Céline Dion non solo considererà bellissima My Heart Will Go On della sua beniamina e tornerà a piangere ogni volta che la sentirà passare per caso in radio all’interno di uno spot pubblicitario, ma probabilmente definirà tremendamente brutta la musica che piace a chi non la pensa come lui/lei. Allo stesso modo, un amante della musica punk definirà bella la musica del suo gruppo preferito, tutta batteria e voce sguaiata, mentre si strapperà le orecchie sentendo Laura Pausini, come se la sua voce fosse il rumore di un trapano elettrico.

Una spiegazione di questo tipo può dare ragione del fatto che in un evento come Sanremo ci siano tante canzoni che non ci piacciono. Un merito che va sicuramente dato ai direttori artistici delle ultime edizioni del festival è quello di avere ampliato il bacino dei generi rappresentati dai cantanti in gara: assieme ai pezzi da museo come Rita Pavone e ai nuovi e vecchi esponenti del bel canto (Diodato, Tosca), troviamo oggi rapper (Anastasio), trapper (Achille Lauro) e cantanti indie (Levante, I Pinguini Tattici Nucleari). Se sono un fan di Anastasio potrei trovare “bella” la canzone del rapper Junior Cally, ma difficilmente penserò lo stesso della canzone d’amore di Tosca, e lo stesso meccanismo vale ovviamente per ogni altro partecipante.

De gustibus, insomma. Semplice, no? Non proprio.

Questa dinamica non basta a spiegare il successo di alcuni artisti che sembrano trascendere la categoria del bello/brutto e del mi piace/non mi piace, e di cui anche l’ultimo Sanremo ci ha dato un assaggio. Per questi autori l’espressione “brutta musica” assume un significato completamente diverso, tanto da diventare addirittura un vanto in alcuni casi.

Una delle performance che più ha fatto discutere a Sanremo è stata certamente quella di Achille Lauro, e dico performance perché parlare solo di canzone sarebbe riduttivo. All’interno delle quattro esibizioni di Achille Lauro nel corso della gara la “bruttezza” veniva volutamente portata sul palco ed esibita con orgoglio. Si tratta di un brutto non relativo, questa volta, non brutto “perché non mi piace”, ma brutto perché opposto ai canoni di bellezza tradizionali, ciò che la nostra cultura ci insegna essere un bello universale. Con i suoi look stravaganti studiati a tavolino da Gucci, un corpo mascolino (per di più poco statuario) tappezzato di tatuaggi e avvolto in un body di paillettes color carne, occhiaie di trucco nero attorno agli occhi per farli sembrare pesti, incrostazioni di perle sul viso come luccicanti bubboni, Achille Lauro ci ricorda che il nostro concetto di bellezza non è assoluto.

Il “bello” è solo una delle possibili categorie estetiche culturalmente definite, al pari del grottesco, dell’orrorifico, del gotico… Ogni epoca ha definito la propria idea di arte: se l’artista classico inseguiva la bellezza attraverso la tecnica come perfetto equilibrio delle forme e delle proporzioni, se l’artista romantico era costantemente alla ricerca di qualcosa di originale e sorprendente da portare dal suo mondo interiore a quello esteriore, l’artista contemporaneo sembra chiamato a fondare ogni volta una nuova estetica, ridefinendo il significato stesso di arte.

Il brutto diventa provocazione e la provocazione uno strumento scardinare lo status quo. Il senso di questa operazione è sintetizzato nel titolo della canzone di Achille Lauro, Me ne frego, una canzone molto brutta in senso tradizionale, l’anti-canzone sanremese di un cantante che ha partecipato alla gara con lo scopo preciso di arrivare ultimo (e che non ce l’ha fatta).

Altra esibizione memorabile di questo ultimo Sanremo è quella di Elettra Lamborghini e Myss Keta. La canzone di Elettra Lamborghini Musica (e il resto scompare) è già di per sé “brutta” sotto tanti punti di vista, è un pezzo banale, che sembra generato da un’intelligenza artificiale nutrita con centinaia di tormentoni estivi sudamericani. Eppure tutto il peggio (o il meglio) di sé Elettra l’ha mostrato durante il duetto con Myss Keta sulle note di Non succederà più di Claudia Mori, quando entrambe le cantanti hanno mostrato la loro totale inabilità… a cantare. Qui bruttezza ha un altro significato: la cattiva realizzazione a causa della mancanza di tecnica e talento. Tutto nella performance delle due artiste, dalle voci afone e stonate alla coreografia dilettantesca e in buona parte improvvisata, era brutto. Pensate che questa figuraccia in Mondovisione non fosse prevista e che rovinerà per sempre la carriera di Elettra Lamborghini? Ovviamente no, e il motivo è semplice: nel 2020 un cantante non ha bisogno di saper cantare.

Se in passato un cantante era essenzialmente un musicista, oggi è prima di tutto un brand, e il talento musicale è solo uno dei possibili posizionamenti nello spazio del mercato discografico. Come accade per molti brand, la qualità intrinseca dei prodotti, cioè le canzoni, diventa meno importante di altri fattori, come l’immagine del brand stesso, il suo tone of voice, i valori che esso comunica. Elettra Lamborghini rappresenta, evidentemente, il personaggio pubblico che l’Italia non voleva ma di cui non sapeva di avere bisogno: una ragazza giovane, spigliata e autoironica, che non si fa problemi a parlare di sesso, anche se con qualche chilo di troppo, e che mostra con fierezza i simboli del suo potere economico.

Insomma, una qualunque negli Stati Uniti, ma una figura inedita nel panorama italiano, in cui una parte di pubblico si rispecchia o vorrebbe rispecchiarsi. Che dire poi di Myss Keta, frutto di un terroir milanese che ribolliva già da parecchio tempo e che aspettava solo una maschera (e un paio di occhiali da sole) attraverso cui prendere vita? La Myss è un fenomeno senza volto in cui una fetta di popolazione spesso sotto-rappresentata dai media tradizionali può identificarsi, quelle che vengono definite “le ragazze di Porta Venezia” nell’omonima canzone-manifesto, le donne sgamate e indipendenti, la comunità LGBTQ+, in generale tutti i freak che “in gabbia non ci vanno”. Oggi che la musica si fa in laboratorio e l’auto-tune camuffa le stonature, ognuno di noi è un cantante in potenza, ma solo se riesce a crearsi un pubblico disposto ad ascoltarlo.

C’è poi un ultimo tipo di brutta musica di cui Sanremo rappresenta la massima espressione in Italia: non la bruttezza relativa di qualcosa lontano dai gusti personali, non la bruttezza come ribaltamento studiato della bellezza e nemmeno la bruttezza come sinonimo di infima qualità tecnica. Sto parlando della bruttezza per il gusto della bruttezza.

Nel corso degli ultimi anni programmi che si ritenevano ormai morti e sepolti come Domenica In con Mara Venier, Pomeriggio 5 con Barbara D’Urso o tutto il palinsesto Mediaset firmato Maria De Filippi hanno riacquistato un’audience enorme, composto in buona parte da giovani, e questo non perché questi show abbiano saputo reinventarsi e migliorare la propria qualità, anzi, al contrario, proprio per la loro bruttezza. Su Instagram, Twitter e Facebook le puntate sono commentate in diretta da decine di migliaia di giovani spettatori che ri-postano entusiasti i momenti più trash, cioè quelli più inverosimili, ridicoli o semplicemente i più bassi. Gli autori di questi programmi si sono accorti della tendenza e fanno a gara per portare in studio i personaggi e le storie più assurde del momento. Nuovi programmi vengono creati esattamente con lo scopo di diventare macchine-sforna-meme da ri-condividere sui social, tra cui vari reality-show come Il Collegio.

Una parte di pubblico guarda questi spettacoli come si sono sempre guardati i programmi in televisione: alla ricerca di intrattenimento a basso costo per spegnere il cervello. Ma una nuova fetta di pubblico applica oggi la cosiddetta visione-ironica. La visione-ironica, o ascolto-ironico per quanto riguarda il mondo della musica, è l’ultima perversione borghese e suona più o meno così “Lo so che è spazzatura, per questo lo guardo! Mi fa ridere”. In questo modo se la proverbiale casalinga di Voghera spreca cinque serate della sua vita a guardare Sanremo con la noiosissima conduzione di Amadeus, allora è una poveretta (ma Sanremo sarebbe comunque considerato un programma più elevato rispetto ad altri citati in questo articolo).

Se però a guardare la stessa trasmissione è una persona acculturata, che sa chi sono i Pink Floyd e i Led Zeppelin e ascolta solo synth rock, allora la sua è una visione-ironica. L’idea è che, al contrario della casalinga di Voghera, egli ha gli strumenti culturali per guardare il programma con distacco, per ridere della sua miserevolezza senza rimanerne in qualche modo infettato. Anzi, questo suo piacere perverso gli dà quasi un’allure interessante e alternativo, un po’ edgy, come direbbero gli inglesi.

Il problema con l’ascolto-ironico è che spesso si tratta in realtà di un ascolto post-ironico. Guardare un certo programma o ascoltare un certo artista fa aumentare i dati di ascolto, indipendentemente dal modo in cui lo facciamo. Che io abbia guardato Sanremo per farmi quattro risate con gli amici o perché estremamente coinvolto dalla gara e dai vestiti delle vallette di Amadeus, l’unico dato è che il programma ha raggiunto il 60% di share, generando l’audience più alto dagli anni Novanta e un sacco di introiti pubblicitari. E poi c’è sempre il rischio di scivolare dall’altra parte della barricata, di svegliarsi un bel giorno e rendersi conto che però, cavolo, quella canzone grondante “Schmalz” degli Heart che canto sempre al karaoke con gli amici è proprio bella e quando la sento non riesco a fare a meno di aprire le braccia e cantare a squarciagola.

La canzone Valori Aggiunti di Tutti Fenomeni recita “Voglio incidere solo dischi brutti / Così sarò sicuro, di piacere a tutti / Voglio infliggerti pene senza senso / Per metterti in guardia da questo mondo orrendo”: non so se sia per metterci in guardia da un mondo orrendo, ma tanta musica contemporanea sembra alla ricerca di un’esplicita estetica del brutto nelle sue diverse declinazioni, del mostruoso, del malfatto, del pacchiano, dell’incomprensibile. Lo vediamo nell’ampio spettro della trap, dalle sue varianti più commerciali a quelle più dark, ma anche nelle melodie naïve con testi senza senso dell’indie (o IT-pop). E quante volte ci è capitato di essere attirati da una canzone proprio per la sua intrinseca bruttezza, di ascoltarla e riascoltarla increduli di un tale livello di bassezza, per poi ritrovarci a canticchiarla portando a spasso il cane? Oppure no, volete farmi credere che succeda solo a me?

Lo so che anche voi pensate che Myss Keta sia bellissima.

Giovanni Luca Molinari
Giovanni Luca Molinari

Nato a Milano, ha studiato Lettere Moderne e Comunicazione tra Italia e Germania. Appassionato di cinema e letteratura, ma anche di arti visive, anime, meme, giochi da tavolo... In questo momento è particolarmente affascinato da quei punti di contatto tra vecchie forme espressive e nuove tecnologie.