Riconoscere la moda come arte: un’intervista a Gaia Schiavetti

Gaia Schiavetti moda come arte

Chi non è mai stato abbagliato dal luccichio del mondo della moda? Questo però è spesso offuscato dalle problematiche del mercato, tant’è vero che si fa difficoltà a considerare la moda un’arte. Ed è proprio nell’intento di riscoprirla come arte, che analizzeremo i pregi e i difetti del campo attraverso la guida di una professionista, la Fashion Stylist Gaia Schiavetti. Laureata in Scienze della Moda e del Costume e diplomata in Fashion Styling, incomincia la sua carriera come reporter per blog e riviste online durante le Fashion Week. In seguito lavora per brand e piccole aziende, sino a qualificarsi in Fashion & Luxury Management.

Nel corso del tempo si specializza nelle consulenze, offrendo ad aziende e designer emergenti anche servizi di Trend Analysis, quindi di individuazione dei trend adatti a un determinato pubblico, e come Bridal Stylist, ossia colei che cura lo stile di un matrimonio. Inoltre fonda il brand ReStyled by G, un progetto di restyling e di riutilizzo dei capi second-hand con l’obiettivo di ridurre al minimo gli scarti dei materiali.

La seguente intervista vuole presentare il lato creativo ed eticamente impegnato della moda, attraverso i vari progetti che Gaia segue e cura. Gli stessi valori che la Fashion Stylist sostiene sul suo Soup.theblog, attraverso cui analizza in maniera critica e sociologica questo mondo, consigliando buone soluzioni e proponendo capi o figure della piccola imprenditoria. Oltre il blog, il suo lavoro spesso si svolge sui social network, che le permettono di pubblicizzare i suoi progetti e di entrare in contatto con persone che stanno sviluppando piani simili o che hanno gli stessi interessi, dando loro l’opportunità di costituire una rete creativa e di denuncia.

Vi dimostreremo che la moda è un’arte che può scardinare sistemi viziosi o corrotti.

Gaia Schiavetti
Gaia Schiavetti (credits: Stefano Millozzi)

Attraverso la lettura del tuo blog Soup, emerge la tua visione critica e analitica del mondo della moda, nonché l’importanza che dai ad alcune tematiche. Potresti illustrare l’idea di moda e i valori che vuoi trasmettere?

Devo ammettere che il mio amore per un settore controverso come quello della moda si è sempre scontrato con i miei valori personali. Mi affascina la moda e il suo continuo mutare, la sua forte connessione con la società e il suo legame profondo con il corpo umano, ma dall’altro lato ho sempre dovuto ammettere anche l’esistenza di una faccia meno affascinante di quest’arte.

Prima di approfondire voglio chiarire una questione per me fondamentale: la moda e l’abbigliamento sono due elementi ben distinti dello stesso mondo e confonderli non ci permette di leggerlo a fondo. Per moda si intende l’Haute Couture o anche il prêt-à-porter di lusso (se ben fatto) e io aggiungerei anche un artigianato autentico. Chi non conosce l’industria Fast Fashion? Ecco quello è abbigliamento. Quello a basso prezzo con incredibili impatti su persone e ambiente nonché sull’economia globale. Eppure è un fenomeno incontrastabile proprio grazie a tempistiche e dinamiche di mercato estremamente aggressive che rispondono ad una domanda di velocità e competitività. E conseguentemente, affinché queste due condizioni coesistessero, è stato innescato un sistema di lavoro intensivo privo di tutele, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. La produzione è continua e massiccia e gli effetti sull’ambiente sono disastrosi.

Quindi le mani sporche sono solo quelle del Fast Fashion, dell’abbigliamento? No, purtroppo alcuni dei brand meno sostenibili al mondo producono prêt-à-porter. La dislocazione ininterrotta della produzione, la diminuzione graduale della qualità dei materiali scelti e la crescente domanda hanno fatto sì che persino la moda più ambita finisse in un “libro nero” da cui nemmeno un marchio storico può più difenderla.

Soup the blog gaia schiavetti moda come arte

Vendere di più a meno è la costante, non solo per la moda. Alla luce di tutto questo in molti si chiederanno come possa io inserire la moda tra le arti. Eppure sono qui a ribadirlo. È sicuramente un’arte commerciale e lo è per nascita: la moda risponde all’esigenza di vestirsi ornando il corpo invece di coprirlo semplicemente. Se ad oggi non ci vestiamo di sacchi di iuta è perché abbiamo deciso che coprire il corpo è necessità, ma ribadire la nostra identità attraverso quello che indossiamo è appunto un’espressione artistica. Insomma se tutti gli stilisti del mondo producessero la loro versione di sacco di iuta, dandoci la possibilità di esprimere noi stessi attraverso lo stile, venderebbero tantissimo lo stesso.

Una mia amica dipinge e trasforma le sue tele in borse: questa trovata per me riassume l’essenza della moda. Un modo geniale di fare arte. Per me è straordinario pensare che si possa esprimere un pensiero attraverso l’indumento che avvolge il nostro corpo. Pensiamo alle fogge reali riservate solo ad uno strato della società o in opposizione alla slogan t-shirt, che ci permette di esprimere un orientamento, una tendenza, un messaggio qualsiasi. La moda è più di quello che vende ma spesso tutto questo fascino è soffocato e manipolato dai numeri. A questo si aggiunge una scarsità di informazioni importanti sull’argomento e quindi una diffusa disinformazione e diffidenza.

Con Soup cerco proprio di analizzare il fenomeno moda dal punto di vista critico e sociologico per rendere lettori e lettrici partecipi di un mondo che tutti nominano ma in pochissimi conoscono davvero. In questo ovviamente metto tutta la mia etica e la mia trasparenza, senza edulcorare dinamiche discutibili, anzi denunciandole affinché possano cambiare. Parlo di politiche aziendali, rispetto del lavoro, questioni ambientali e tanti altri aspetti di cui la moda deve tener conto.

Queste per me sono tutte tematiche centrali, infatti su Soup cerco di dare spazio anche a giovani imprenditori e imprenditrici che stanno costruendo realtà basate su valori simili, dimostrando che la moda può essere una potenza positiva. Una delle rubriche “Cosa la gente non ha capito della moda” mira invece proprio a sfatare miti sul settore o ad educare chi legge alle reali dinamiche che si celano dietro ogni aspetto di questo mondo. Uno degli aspetti che ho toccato è stato il body shaming nei confronti delle modelle dalle bellezze non canoniche. In estate invece cerco di proporre anche contenuti più leggeri sotto forma di “Tips” ma in realtà non sono altro che spunti per conoscere la moda ed educare chi legge: consiglio libri, corsi gratuiti o molto economici, film, documentari e contenuti interessanti.

Conoscere meglio anche il “dietro le quinte” aiuta anche a capire quanta fatica ci sia dietro la produzione di un singolo capo artigianale e di lusso ma anche quanto il Fast Fashion abbia creato un sistema lavorativo disumano. Dall’Haute Couture allo sfruttamento del lavoro: è tutto dentro lo stesso calderone ed è proprio per questo che la moda è un libro di difficilissima traduzione. Molte di queste visioni sono state influenzate direttamente dalla mia formazione ma devo ammettere che se non avessi approfondito non avrei mai potuto scoprire il sistema moda fino in fondo. Devo molto alle letture sul tema, prima di tutto a No Logo di Naomi Klein, il testo di critica al branding per eccellenza sul quale ho basato anche la mia tesi di laurea.

Moda come arte Gaia Schiavetti
Alcuni accessori di Restyled by G (credits: Stefano Millozzi)

Il tuo progetto “restyled by G” punta sulla qualità handmade e sul riciclo: potresti chiarire questi aspetti?

Spesso per me definire ReStyled by G è difficile. Mi trovo sempre di più a chiamarlo “progetto” perché in realtà è sempre un “work in progress” e rispecchia una buona parte della mia visione sull’abbigliamento. Volendolo spiegare brevemente ReStyled By G (da restyling by Gaia) è il nome sotto cui creo restyling di capi in denim vintage destinando poi gli avanzi di produzione alla realizzazione di accessori affinché la quantità di materiale gettato si avvicini il più possibile allo zero. La tecnica è quella dell’upcycling, che prevede la trasformazione di capi già esistenti per dargli nuova vita.

Prima di partire con il progetto ho fatto tantissima ricerca sul tema ed ho potuto conoscere tantissime realtà basate sullo stesso principio. Un’azienda che ancora oggi mi stupisce è Marine Serre, un giovane brand francese che sta sviluppando tantissimi progetti intorno all’upcycling realizzando intere collezioni con tessuti ricavati da capi usati. Quello che cerco di fare è dare nuova vita a giacche vintage in denim dei brand più conosciuti nell’intento di limitare il più possibile la richiesta di produzione di uno dei tessuti più impattanti. Io odio i numeri e li trovo molto meno empatici delle parole, ma per dare un’idea posso dire che per la produzione di un paio di jeans sono necessari 3.800 litri d’acqua con un’emissione di CO2 di 33,4 kg[1]. Io indosso tantissimo denim e informandomi negli anni ho capito che io stessa, che stavo sviluppando una sensibilità ambientale, stavo inevitabilmente e inconsapevolmente contribuendo ad inquinare.

Ho deciso di produrre solo pezzi unici per tornare ad un’essenza dell’abbigliamento come espressione del singolo, come valore aggiunto alla personalità di un individuo ma anche per distinguermi ancora di più da una produzione di massa. È però subito sorto un problema: producendo solo pezzi unici avrei generato scarti. Cosi sono nati gli accessori: dagli scrunchies, alle pochette da giacca, ai foulard multiuso. La prima ad aiutarmi è stata mia mamma che si occupa degli scrunchies e di altri piccoli accessori, mentre una bravissima sarta realizza i jacket e le sketchbook (le borse), quindi tutta la produzione è artigianale e sul modello dello Slow Fashion. Ho deciso di eliminare la plastica dal packaging e nei pochi casi in cui fosse presente si tratta di oggetti riutilizzabili. Tutti i tessuti vengono da fine serie, scampoli o avanzi.

Gaia Schiavetti con alcuni capi di Restyled by G (credits: Stefano Millozzi)
Gaia Schiavetti con alcuni capi di Restyled by G (credits: Stefano Millozzi)

Ove possibile ho scelto di omettere o nascondere il logo: è una scelta poco commerciale e totalmente intenzionale. Voglio allontanare prodotti mainstream dal loro contesto il più possibile attraverso scelte stilistiche e commerciali ispirate da una moda e da un marketing più etico. Sicuramente in questo devo riconoscere l’influenza di Martin Margiela con le sue etichette senza marchio.

Ci tengo ad aggiungere che, utilizzando qualsiasi tessuto di alta qualità reperito, ReStyled by G non può essere definito un progetto sostenibile perché utilizziamo spesso anche la seta e non abbiamo il controllo sulla composizione dei tessuti. Ho voluto però dare priorità proprio alla trasformazione di prodotti esistenti: in questo modo qualsiasi nuovo prodotto non sarà mai davvero nuovo.

Nel reperire i capi ci rivolgiamo a mercatini vintage ma anche collezioni private, per i tessuti invece ci rivolgiamo solo a mercerie locali e di stock o ad avanzi di sartoria che verrebbero altrimenti gettati. Per concludere, nella mia missione finale c’è anche poter proporre questi capi a prezzi accessibili (non certo quelli del fast fashion) affinché una moda diversa possa essere diritto di tutti.

Gaia Schiavetti restyled by G
Alcuni capi di Restyled by G (credits: Stefano Millozzi)

Sto seguendo sui social la tua collaborazione con AltaClasseRent, un’azienda che permette il noleggio e lo scambio di indumenti. Solitamente quali progetti sostieni e perché?

Tutti questi valori invadono anche altri aspetti del mio lavoro. Nella scrittura e nel mio business sono sicuramente più visibili, ma anche in altri ambiti cerco di far valere le stesse “regole”. Ho sempre lavorato anche sui social per diffondere informazioni sulla moda e per poter dire la mia ma durante il primo lockdown la questione si è fatta seria ed ho avuto davvero modo di iniziare a lavorare con queste piattaforme. Mi rendo conto che si tratta di lavori denigrati e ne capisco anche le ragioni: spesso l’utilizzo che si fa di questi mezzi è davvero pessimo.

Ecco, io ho cercato di non cadere in questo sistema e di offrire qualcosa di diverso ma mi sono trovata davanti la responsabilità di parlare di aziende e prodotti ad un pubblico che si fida di me. Proprio per questo motivo sto cercando il più possibile di trasmettere i valori di cui ho parlato sopra scegliendo di creare relazioni sincere e concrete con persone e realtà che potessero rispecchiarli.

Tra queste ci sono tantissime aziende che realizzano prodotti sostenibili, sia nella nicchia beauty che in quella fashion, ma anche tante idee innovative che mirano alla creazione di un futuro migliore. Ho avuto modo di entrare nella community di GRLS, una start-up fondata da Benedetta Tornesi che si occupa di creare una safe space per le donne fornendo loro un network e una serie di strumenti per renderle le leader di domani.

Gaia Schiavetti
Gaia Schiavetti (credits: Valentina Di Palma)

Grazie a GRLS ho potuto conoscere tantissime donne con storie diversissime, facendo rete e creando connessioni lavorative e personali di valore. Recentemente durante un evento di GRLS a Roma ci siamo esercitate sull’elevator pitch, imparando a presentare il nostro lavoro e i nostri progetti in pochissimi minuti con l’aiuto di una giovane imprenditrice nel settore della sostenibilità tessile. Sto lavorando come ambassador anche per Daye, azienda che produce assorbenti e prodotti per la cura femminile completamente sostenibili e biodegradabili. La mission è anche quella di sanare le lacune di un sistema sanitario globale che non riesce a soddisfare le esigenze del corpo femminile.

Un altro esempio degli incredibili incontri fatti sui social è AltaClasseRent, azienda fondata da Vanessa Corsaro che si occupa di noleggio abiti per fornire infinite possibilità con benefici ambientali ed economici. La stessa azienda sta per lanciare anche il servizio di scambio che permetterà agli utenti di scambiare abiti gratuitamente liberando l’armadio e sostituendo continuamente vestiti senza doverne acquistare di nuovi. Questo è un aspetto davvero importante, ridurre la domanda e gli acquisti non consapevoli è secondo me il primo modo per cambiare davvero rotta.

Devo ammettere che mi sento fortunata ma anche di aver lavorato sodo per filtrate tantissimo la nicchia di realtà con le quali stringere relazioni. È sicuramente meno conveniente dal punto di vista economico e del curriculum ridurre all’osso le mie possibilità, ma questo mi permette di sentirmi sempre coerente con valori che sento davvero miei. È il mio modo di contribuire a quello che spero sarà il futuro.

 


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Rebecca Restante

Sono nata a Roma nel 1999. Diplomata al liceo linguistico e studentessa dell'università La Sapienza. Sono in cerca della mia manifestazione tramite la letteratura