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Jeanne d’Arc in Portogallo

de oliveiraA volte la vita è strana. Mi ero ripromesso di scrivere su Giovanna d’Arco. Poi è andata diversamente, e il proposito è finito nel cassetto, diciamo per qualche anno. Poi devi decidere su cosa scrivere. Non hai molto tempo, quindi scarti di nuovo la pulzella, c’è ancora da documentarsi. Uhm. Scorri la mensola. C’è un film che non hai ancora visto. Il principio dell’incertezza, di Manoel de Oliveira. Comprato appena tornato dal Portogallo e mai visto. Bene, speriamo sia quello giusto.

Prima inquadratura. Macchina fissa su una chiesina di campagna, tre minuti e quarantacinque di ripresa, violini sbarazzini in sottofondo. Forse ho sbagliato film. Stacco. Altra inquadratura fissa, voci fuori campo… sembra un film di Godard. Anzi, di tutta la Nouvelle Vague messa insieme. Il quadro è curatissimo, i colori anche. Persino la recitazione è la stessa. È un film del 2002, congelato in quello stile. E però non ti dispiace mica. Anzi, di inquadratura in inquadratura, scena dopo scena, ti rendi conto che quello è l’unico modo possibile di raccontare quella storia.

Dintorni di Porto, epoca indefinita, anni settanta o ottanta. Il centro del film è Camilla, affascinante ragazza in età da marito, di famiglia molto povera e sommersa di debiti da gioco. Non ha nulla all’infuori della sua bellezza e del suo fascino, e i pretendenti sono molti. Il più papabile è sicuramente Antonio, ragazzo del tutto anonimo, ma oltremodo facoltoso. Le famiglie sono già d’accordo. Gli unici da convincere sono proprio loro due, i futuri sposi. Dato, oltretutto, che la prima è fortemente desiderata da tale Toro Azzurro, giovane aitante, e il secondo dalla bella e ricca Vanessa. La commedia sembra servita. E invece le cose vanno in maniera un po’ diversa.

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«Se io te lo chiedessi, mi sposeresti?»
«Io? Noi siamo così poveri, hai visto, non abbiamo niente»
«Allora ti sposi per i soldi»
«Ma hai visto casa nostra, com’è ridotta. Cade a pezzi. Nel lavello della cucina si è fatto un solco a forza di sfregare. Il Portogallo è diventato una specie di lotteria. Tutti che vogliono il loro premio, qualcosa che li consoli della povertà. Io ho avuto il mio superpremio, e voglio approfittarne»
«Ma ad Antonio non ci pensi? Non so come rimarrebbe, a sentirti parlare così»

«Il matrimonio è uno stato mentale, è lui a sposarsi»

Le famiglie si riuniscono, si fa una bella cena, il matrimonio è deciso. Camilla è il principale argomento di conversazione, in una maniera fin imbarazzante: ne parlano come se non fosse presente, e lei è lì, ascolta, e non proferisce parola, se non quando espressamente interrogata. Le sue motivazioni sembrano nascere o dal capriccio o da una misteriosa e mistica realtà insondabile. Nessuno capisce che la realtà è molto più prosaica.

Chiaramente il matrimonio si rivela un disastro. Ma il personaggio è pronto – ricca moglie trascurata da un marito assente e per nulla innamorato – e Camilla lo deve solo indossare. Potrebbe divorziare, e non lo fa. Il marito la maltratta, e lei non reagisce. Sopporta. «La capacità che abbiamo noi donne di scavalcare la cima della sofferenza è straordinaria», dice. Nessuno la comprende.

«Camilla mi ricorda Giovanna d’Arco. Guerriera e martire»
«Più una guerriera o più una martire?»
«Intendevo entrambe le cose»
«La domanda era per Camilla»

«Né una cosa né l’altra, signora Vanessa»

de oliveiraÈ così che Giovanna d’Arco, uscita dalla porta, rientra dalla finestra. Camilla, in realtà, ricorda molto più da vicino altre eroine, come i personaggi della letteratura inglese del settecento e dell’ottocento, come Pamela di Samuel Richardson, giustamente parodiata da Fielding in Shamela, proprio per il suo essere un’arrampicatrice sociale; oppure la ben più celebre Elizabeth Bennet di Orgoglio e Pregiudizio. Apparentemente non ha nulla di simile, se non un’enorme ostinazione, una grande capacità di sopportazione, a Giovanna d’Arco. I motivi veri delle azioni di Camilla sono ben altri; non c’entra né la religione, né l’afflato mistico, nulla di tutto ciò. Eppure, appena Camilla si sente paragonata a Giovanna d’Arco, inizia un lungo processo di autoidentificazione. Quando può, si reca in una piccola chiesa abbandonata (quella della prima inquadratura) e lì prega la santa. Anche sua ia sentiva le voci, e lei vorrebbe sentirla. Parla a lungo con l’artstocratico Daniel Roper, amico di famiglia, proprio di Giovanna d’Arco. 

È il suo modo di elaborare una giustificazione morale al suo gesto di puro interesse economico, è il suo modo di sopravvivere a un mondo cui vorrebbe appartenere e che però le riserva nella migliore delle ipotesi uno stucchevole paternalismo; e nella peggiore è considerata alla stregua di una fattucchiera. Attraverso la figura di Giovanna d’Arco Camilla si costruisce una corazza, una maschera di imperturbabilità, un volto incomprensibile e arcano, proprio come l’eroina di Domrémy. Sembra doppia, strana, folle, e invece è assolutamente razionale, fin troppo razionale, fin spietata. Forse il fatto che ancora una volta un personaggio così sia una donna, è indice del nostro maschilismo inconsapevole. O forse questo personaggio esiste, è credibile proprio perché gli uomini, in fondo, ne sono attratti. Rimangono affascinati quando una donna può essere razionale e impietosa quanto loro. E chissà se non sia proprio questo, alla fine, il fascino della ragazza di Orléans.

Il tempo passa e Camilla matura il suo progetto, mentre la ricca borghesia che la circonda è del tutto ignara, e la tratta come un oggettino curioso, come una scimmietta o qualcosa di esotico che non si riesce a comprendere. Sullo sfondo, un mondo sul ciglio della decadenza, che si atteggia ad aristocratico e danza quando in realtà tutto è perduto. Può essere un investimento sbagliato, può essere un debito troppo grosso da pagare – non è importante l’espediente narrativo, la precarietà è palpabile – e ancora questi personaggi indugiano, si attardano in una cena famigliare, nel lume delle candele, nelle porcellane e negli intarsi di qualche mobile antico – si avverte qualcosa di urgente, qualcosa di tremendamente grave e pressante, ma è un rumore lontano, impercettibile. Come se sugli occhi di ogni personaggio vi fosse una spessa coltre di nebbia.

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.