Luce nell’oscurità: Atene e Lefkandì

Lasciati dietro le spalle i resti di Micene, è per noi giunto il momento di inoltrarci nel mare di ipotesi che si insinua tra i colli e le aride costiere dell’Argolide e dell’Attica, un mondo dai contorni sempre più definiti grazie ai reperti archeologici scoperti negli ultimi decenni. Davanti ai nostri occhi si stende un paesaggio aspro dai tipici colori mediterranei, con alberi di ulivo che sbucano rigogliosi ogni volta girato l’angolo. Un’immagine idillica alla quale si aggiungono i resti di innumerevoli piccoli centri sparsi nel Peloponneso, macerie di un popolo scomparso inspiegabilmente: i Micenei.

Non incontriamo solo rovine nella nostra stanca peregrinazione: la calda luce del sole ci rivela anche realtà densamente vive, rumorose e squillanti suoni e rumori. Per le vie di una città diversi volti ci osservano curiosi, anime pronte a condurre una serena esistenza tra i pascoli. O magari no. Magari si tratta di guerrieri pronti per una battaglia o di impazienti sentinelle a guardia dei propri averi. Contadini e soldati, forse cittadini (inconsapevoli?), signori appartenenti a un élite molto ricca o grandi re ai piedi dei quali si prostrano uomini e donne di ogni condizione. Insomma, una realtà consapevole e piuttosto stratificata, frutto di innumerevoli ipotesi, molte delle quali abbastanza recenti.

Lo spazio che divide la scomparsa dei micenei dalla nascita della Poleis (canonicamente collocata a metà dell’VIII secolo a.C.) è stato considerato per molto tempo un periodo debole della storia greca e così, per distinguerli dai periodi forti, a fine Ottocento si coniò la definizione di Dark Ages, età oscure. Nasce così, storiograficamente parlando, il cosiddetto Medioevo Ellenico.

Tale definizione al giorno d’oggi non ha più senso: questo arco di secoli rappresenta invece una forte cesura rispetto al periodo precedente, un cambiamento che ci porta verso l’Antica Grecia del periodo classico. Le fonti archeologiche cui accennavo prima ci testimoniano infatti una situazione molto variegata nella quale è ragionevole collocare esperienze originali e nuove rispetto ai modelli precedenti: mi riferisco ad Atene e a Lefkandì.

Hubert Robert, Rovine di un tempio dorico
Hubert Robert, Rovine di un tempio dorico (particolare)

La prima, che conosciamo benissimo nel suo aspetto classico, fulgido astro per l’esperienza democratica periclea, è in realtà un centro davvero molto antico già brulicante di vita in pieno Neolitico. L’area abitata, nei secoli che qui ci interessano, è stretta intorno all’Acropoli che ci mostra, insieme alla vicina necropoli del Ceramico, l’ascesa della città in un contesto regionale a partire dall’XI secolo a.C.

Possiamo desumere un’articolata esistenza cittadina dall’altrettanto complessa organizzazione funeraria: si passa infatti da tombe comuni a strutture dedicate a singoli individui (prevalentemente di sesso maschile) e ricche di corredi funerari di notevole valore. Dunque una società nella quale emergono poche famiglie benestanti, probabilmente legate alla produzione ceramica di Atene che nel X secolo acquista sempre maggiore importanza (prima con lo stile definito Protogeometrico e dal IX secolo con il nuovo stile Geometrico).

Lefkandì sorge, invece, al centro della prospiciente isola di Eubea, al margine della fertile piana lelantina, già dall’inizio dell’XI secolo. Questo centro, scoperto durante il secolo scorso, consta di piccoli agglomerati sparsi su un’area piuttosto ampia. Nei pressi della collina di Toumba sono stati individuati i resti di un edificio davvero molto grande, una costruzione che non ha pari in questi luoghi a tale altezza cronologica.

Si tratta di una grande tomba lunga ben 40 metri e larga 10 (per intenderci la Cappella Sistina è altrettanto lunga e poco più larga) al centro della quale si trovano due tombe: in una i resti di un uomo di circa 35 anni e di una donna poco più giovane vestita di un ricchissimo corredo. Nella tomba vicina sono stati scoperti gli scheletri di quattro cavalli.

Ivan Aivazovsky, L'acropoli di Atene, 1883
Ivan Aivazovsky, L’acropoli di Atene, 1883

Indubbiamente l’assetto sociale di Lefkandì era molto diverso rispetto a quello della vicina Atene: gli storici parlano di un tipo di società barbarica, l’esempio di un popolo guidato da un Big man tanto forte e distinto da potersi permettere una sepoltura del tutto singolare e monumentale.

Si tratta infine di un edificio incompiuto: non si sa se venne costruito durante la vita del grande signore o subito dopo la sua morte; certamente la fortuna di Lefkandì tramontò subito dopo la nascita di altri centri importanti nelle zone limitrofe che ne decretarono la subitanea scomparsa già all’inizio dell’VIII secolo a.C.

Questi e molti altri centri sparsi in Beozia e in Attica ci testimoniano una realtà viva e in pieno fermento: l’unità della lingua e la presenza della scrittura che possiamo immaginare molto estesa ai tempi dei Micenei viene meno ma certo resta e si sviluppa un nuovo tipo di società che col tempo darà vita alla poleis dell’epoca Arcaica e poi classica. In questi secoli si inizia ad impiegare il ferro nella produzione delle armi, abbandonando il bronzo; si acccentuano i localismi che caratterizzeranno il mosaico dei popoli greci (e le loro diversità) in epoca classica; nascono i primi santuari (Kalapodi) che avranno invece un forte azione aggregante per le molte poleis. Infine, sono proprio gli aedi di questo periodo a regalarci i due grandi poemi dell’antichità: l’Iliade e l’Odissea.

Non ci resta dunque che prendere atto dell’importanza di ogni periodo storico nel suo divenire nella piena consapevolezza che la lunga catena che costituisce le fila del tempo non può sussistere senza la presenza di ogni singolo anello.

 


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Salvatore Ciaccio
Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.

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