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All’inizio del settimo giorno: un perfetto ibrido letterario

Ho letto All’inizio del settimo giorno in viaggio, durante due lunghe soste in aeroporto e due voli, e forse è anche per questo che lo associo ossimoricamente sia all’attesa che al movimento. In ogni caso è probabile che queste casuali circostanze mi abbiano aiutato ad apprezzare ancora di più questo romanzo “fluido”.

Il libro racconta la storia di Thomas, marito, padre di famiglia e ingegnere informatico, la cui vita sembra prendere una tragica piega a causa dell’incidente dell’amata Camille, avvenuto in circostanze misteriose e su una strada che non avrebbe dovuto percorrere. Questo è però solo l’inizio di un romanzo che sceglie di indagare diversi temi, diverse storie, diversi problemi e diverse soluzioni. Le prime pagine lasciano spiazzati perché lo stile di Lang non è immediatamente digeribile: le parole si susseguono rapidamente una dietro all’altra, spalmandosi sulla pagina in costrutti a metà tra il discorso indiretto libero e il flusso di coscienza, mescolando vorticosamente esclamazioni, domande, punti, virgole e maiuscole. La velocità della scrittura si fonde però con la velocità della storia e con i pensieri e le azioni del protagonista, rendendo lo spaesamento roba di pochi minuti.

Un particolare plauso va alla caratterizzazione dei personaggi, vivi e materici, resi concreti dalla loro storia e dai loro pensieri, così umani da sembrare reali. Ma questo non è l’unico punto di forza dell’ultimo prodotto narrativo di Luc Lang.

Il romanzo è diviso in tre libri, senza ulteriore suddivisione in capitoli, e ogni parte si propone di restituire al lettore una sfaccettatura diversa della vita di Thomas e della sua famiglia, cambiando con il tema anche il ritmo e il tono.

All'inizio del settimo giorno, Luc Lang, copertina

Il primo libro tratta appunto dell’incidente della moglie e delle indagini che Thomas sceglie di portare avanti per conto suo una volta resosi conto della stranezza dell’accaduto: Camille guidava velocissima su una strada che non sarebbe dovuta rientrare nel suo percorso, senza nessun apparente segno di collisione con altri veicoli o con barriere artificiali e naturali. Perché? Dove stava andando così di fretta a quell’ora della notte? Come aveva fatto a cappottarsi? La sensazione che ci sia molto di non detto perseguita Thomas che tenta nel frattempo di evitare che il resto della famiglia cada a pezzi, facendo del suo meglio per sorreggere i figli, i piccoli Anton ed Elsa, aiutato dalla premurosa balia e dalla mamma di Camille, la nonna Claire.

Lo scenario cambia nel secondo libro, quando il paesaggio descritto non ha più nulla a che fare con la caotica e piovosa Parigi. Sono le montagne dei Pirenei a fare da cornice al confronto tra Thomas e il fratello maggiore, Jean, un uomo tenebroso che il protagonista sente di non aver mai davvero compreso fino in fondo. Thomas si è sempre sentito protetto con lui, eppure percepisce chiaramente tutto il peso della barriera che si frappone tra ogni loro sguardo, ogni loro conversazione. Thomas chiede, vuole sapere molte cose sulla loro famiglia, chiede del padre Aurèle, della madre Valence, della loro infanzia, ma Jean è ermetico e ogni parola al riguardo restituita al fratello sembra causargli una ferita interiore.

Le domande continuano però ad essere troppe e schiacciano il cuore di Thomas che si sente sopraffatto da tutti i rumorosi silenzi che compongono una relazione tanto unica quanto complicata.

La maggior parte delle risposte di cui ha bisogno gli vengono finalmente date nel terzo libro, quando decide di andare a trovare in Camerun la sorella Pauline, trasferitasi molti anni prima in circostanze misteriose, dopo aver lasciato un ottimo posto da primario in Europa. Per Thomas non è facile, non sente la sorella da anni, ma il loro incontro avviene con la naturale tenerezza dei ricongiungimenti fraterni, e dopo lo stupore e le difficoltà iniziali si rivela l’occasione perfetta per un confronto che mancava da troppo tempo e che sembra essere la naturale conclusione di un viaggio, al tempo stesso vero e figurato.

Quando si arriva alla fine del libro, si ha la sensazione di aver compiuto un intimo itinerario nella vita di un uomo sopraffatto dagli eventi, buono e forse un po’ troppo ingenuo e distratto, che tenta disperatamente di concludere un puzzle con troppi buchi. Gli spunti di riflessione sono tanti, come i momenti carichi di emotività, tutti elementi che a mio parere allontano il prodotto dal genere “thriller”, per lo meno nella sua accezione più pura: la suspense, la drammaticità, la tenerezza e il gusto per l’elemento descrittivo fanno di questo romanzo un perfetto ibrido letterario di difficilissima collocazione, se si esclude quella obbligata della propria libreria.

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Elisa Enrile

Elisa Enrile

Sono nata a Savona sotto il segno dei gemelli e forse è proprio a questo che devo la mia creatività e la propensione per le materie umanistiche. Amo leggere e scrivere, la danza e la musica. Dopo la laurea in Lettere moderne ho scelto di proseguire il mio percorso di studi seguendo la mia passione per la storia dell’arte e specializzandomi in ambito contemporaneo.