Da re a giullare: l’orso nella letteratura medievale

Storie di animali nel medioevo – V

Un giorno, un contadino di nome Liétard, mentre è intento a lavorare nei campi, si arrabbia con uno dei suoi otto buoi, augurandogli che vanga divorato da un orso. Brun, l’orso fedele del re Noble, che vagabondava nei dintorni, ode le parole del contadino e le prende alla lettera decidendo di divorare seduta stante il bue. Liétard, terrorizzato, lo scongiura di non farlo e per liberarsene gli offre la possibilità di recuperare il bue il giorno dopo. Brun accetta l’offerta e se ne va.

Il contadino piange, è disperato, non ha idea di come scongiurare il nefasto evento quando giunge Renart, la volpe, che gli offre il suo aiuto in cambio del gallo del contadino, Blanchard. La volpe, infatti, ha osservato la scena da un cespuglio dietro il quale, spiega, si sarebbe nascosta anche il giorno dopo quando sarebbe arrivato Brun. Renart avrebbe spaventato l’orso facendo baccano e imitando i suoni dei cacciatori. Approfittando di ciò Liétard avrebbe dovuto intrappolare e uccidere Brun.

Il giorno seguente il piano prosegue come previsto: Brun, terrorizzato, ascolta il consiglio di Liétard e si nasconde dentro un solco del terreno dove il contadino prima lo uccide con l’accetta e poi, non sazio, gli taglia la gola con un enorme coltello da macellaio. Giunta la notte l’uomo si fa aiutare da moglie e figlio a trasportare il cadavere dell’orso in casa dove lo fa a pezzi e poi lo mette sotto sale. Quando poi Renart compare il giorno dopo a chiedere il suo compenso, il contadino, furbo e fellone, finge di non ricordarsi niente. Ottiene il miglior risultato senza perdere niente, nemmeno il suo gallo!

La storia di Liétard è una delle più violente raccolte all’interno dei diversi filoni che compongono il Roman de Renart, una delle fonti più preziose, assieme ai bestiari, per indagare l’immaginario dell’uomo medievale legato agli animali.  un’opera molto varia, di matrice colta, di cui spesso non si conoscono gli autori (come in questo caso).

Il protagonista dei diversi episodi che lo compongono è Renart, la volpe, figura ambigua di cui di volta in volta vengono esaltate la furbizia e la capacità di districarsi con successo dalle situazioni più pericolose. Ad accompagnare la volpe nelle sue avventure, spesso vittime inconsapevoli, sono un coro di animali accuratamente scelti dal bestiario medievale, dei tipi più che dei veri e propri personaggi, simboli di vizi e virtù. Il re è un leone magnanimo e coraggioso, ad esempio, il lupo una figura meschina così come era percepita nella tradizione popolare. L’orso, una delle figure che compare più spesso, è una figura pigra e golosa, spesso irascibile e violenta. Ed è l’unica che muore mentre le altre, il lupo ad esempio, vengono solo mutilate.

Fra il XII e il XIII secolo la morte renatiana dell’orso è qualcosa di più che un semplice aneddoto: si tratta della morte simbolica di un re, una morte per altro caricaturale, nella quale si sottolineano tutti gli aspetti che caratterizzano il personaggio dell’orso (alcuni dei quali permangono ancora oggi): goffaggine, ingenuità e golosità.

Nel Duecento la bestia non era solo umiliata nei racconti della tradizione colta ma anche dal popolo. Ormai era possibile vedere l’orso sulle piazze delle fiere e dei mercati, al seguito di giullari e ammaestratori cui obbediva come un pagliaccio triste e rassegnato. Ognuno poteva toccarlo, anche i bambini, senza timore.

La presenza di domatori di orsi nel corso del XIII secolo è un dato molto interessante perché risulta essere un’eccezione. La Chiesa, infatti, aveva lottato sin dal IV secolo contro gli spettacoli da circo, sino ad ottenerne la soppressione. L’orso, invece, riceve un trattamento speciale proprio perché deve essere demolito, il suo culto estirpato.

E’ lecito chiedersi, a questo punto, quanto fosse profondo e radicato il culto a lui dedicato e come questo si manifestasse nei vari ambiti della vita quotidiana e della cultura.

L’orso era stato il re della foresta, lo abbiamo ripetuto diverse volte. I popoli del nord Europa lo veneravano da millenni, esaltandone la forza, l’audacia, il coraggio: uccidere un orso faceva di un uomo un eroe, un re.

Nello specifico gli antichi Celti attribuivano all’orso una posizione simbolica di prim’ordine, così come avveniva per i Germani o gli slavi. A differenza che in queste due ultime popolazioni, dove l’orso era riconosciuto come il guerriero per eccellenza, armato di artigli e forza prodigiosa, l’orso dei celti era più un signore che un guerriero. Spesso era un re, qualche volta un dio.

Per i celti il nome dell’orso era art, e simili erano i nomi con cui si indicava in irlandese (art), gallico (artos), in gallese (arth) e in bretone (arzh). Questa parola ricorda da vicino il nome di uno dei due più grandi re medievali, Artù, le cui origini sono indubbiamente celtiche.

Nella mitologia gallese e irlandese sembra che Artù fosse in origine un re orso o, forse, una divinità ursina trasformata in sovrano leggendario solo in un secondo momento. Nei testi latini che raccontano le gesta di Artù questa natura ferina si perde così come nei romanzi cortesi del ciclo bretone scritti in volgare fra XII e XIII secolo. Questo legame con l’orso si conserva solo a livello linguistico: in epoca feudale solo qualche chierico era in grado di avvertire questo legame che rimaneva oscuro per la maggior parte dei lettori. Pochissimi, inoltre, sono gli episodi che hanno per protagonista un orso all’interno del ciclo arturiano e questi episodi non riguardano mai il re direttamente ma piuttosto le donne che lo circondano o i suoi cavalieri.

Eppure, qua e là, i testi del ciclo lasciano trasparire questo rapporto, spesso in maniera implicita; tra questi l’episodio più esplicito si trova in uno dei testi più belli del ciclo, la Mort le roi Artu, scritto da un autore per noi anonimo intorno al 1220.

L’episodio si trova verso la fine: Artù giace gravemente ferito e uno dei suoi fedeli compagni, il coppiere Lucano, si avvicina piangendo per dargli l’estremo addio. Artù, allora, si rialza e lo abbraccia tanto forte da schiacciargli il petto e spezzargli il cuore. Un evento strano e drammatico, inatteso e del tutto inutile allo sviluppo del racconto ma che ci ricorda come in origine Artù fosse dotato di una forza sovrumana, la forza di un orso. Come veniva accolta la morte del coppiere dal pubblico di allora? Erano in grado di intuire la natura ursina del re?

Probabilmente no, perché il ricordo delle origini del re erano ormai state dimenticate così come era stato dimenticato (o quasi) il culto tributato al re della foresta in diverse regioni del vecchio continente. Un culto con un proprio calendario millenario che la Chiesa cercò di sostituire, riuscendoci infine, con il calendario dei Santi.


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Fonti:
M. Pastoureau, L’orso. Storia di un re decaduto, Einaudi, Torino 2008, pp. 55 – 59, 204 – 206.
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