Qin Shi Huandi Li Si Han Fei

Cina, intorno al 260 avanti Cristo. Un giovane impiegatucolo di provincia nel regno meridionale di Chu solleva gli occhi dalla pila di scartoffie che nel corso dell’ultima settimana gli si è accumulata sul tavolo. L’inizio perfetto per un racconto di Kafka, se l’ambientazione fosse meno esotica. Lo sguardo dell’uomo cade su un topolino intento a sbocconcellare qualche briciola di pane in un angolo della stanza. All’improvviso la bestiola alza le orecchie annusando l’aria; abbandona frettolosamente il misero pasto e corre a nascondersi nella sua tana, evitando per un pelo la zampata di un cane che passava di lì per caso.

Mentre torna a casa dopo il lavoro, l’impiegato passa davanti a un magazzino pieno di grano. Anche lì un gruppo di topi sta lavorando al proprio sostentamento. Il magazzino è molto più grande di una stanza d’ufficio, e nessuno presta loro attenzione: si riempiono la pancia indisturbati, accompagnando il pasto con un coro di squittii che sembrano risate.

Cala la notte, ma l’impiegato non riesce a prendere sonno. Se ne sta a letto a pancia in su, gli occhi fissi sul soffitto. Le labbra gli si muovono in un sussurro: «Gli uomini sono come i topi. Il loro successo dipende dal luogo in cui si trovano».

L’impiegato si licenzia.

* * *

Ai tempi del nostro impiegato, la Cina non esiste. Quella che noi oggi chiameremmo Cina orientale è occupata da sette stati minacciosamente disposti intorno a un fazzoletto di terra contenente la città di Luoyang, che ospita la corte reale della dinastia Zhou. In teoria, in un mondo ipotetico popolato da unicorni e arcobaleni, i sette stati dovrebbero inchinarsi come vassalli al re di Zhou. Nel brutto mondo reale, ovviamente, le cose non vanno così. I signori degli stati sono impegnati in una continua guerra volta a ottenere il controllo dell’intero territorio; alcuni di essi, abbandonata ogni vergogna, assumono direttamente il titolo di re che spetterebbe al solo sovrano Zhou. La corte di Luoyang viene guardata con indifferenza, quando non con un aperto disprezzo nato dal fatto che, nell’opinione comune, il suo diritto al governo è ormai scaduto. In un angolino, il re di Zhou fischietta giocando alla playstation[1].

Mappa regni combattenti
Mappa del periodo dei regni combattenti (475-221 a.C.)

Li Si – questo è il nome dell’impiegato – ha una visione del mondo che si ferma ai confini del suo stato, quello di Chu. Capisce che l’istruzione ricevuta in vista della sua modesta carriera burocratica non è sufficiente a una più grande ambizione, così decide di integrarla con uno studio approfondito della filosofia che, in quei tempi d’instabilità politica, ha la sua essenza nelle discussioni sull’arte di governo. Li Si trova subito l’insegnante ideale in un grande uomo di nome Xun Kuang, un maestro confuciano che, per sua fortuna, in quegli anni si è trasferito proprio a Chu. È un uomo famoso, e non dovrebbe sorprendere che tra i suoi allievi vi siano persone di ogni ceto sociale; eppure uno di questi studenti non può non suscitare la curiosità del giovane Li Si.

Han Fei ha la sua stessa età, ma le loro posizioni sociali non potrebbero essere più diverse. La famiglia di Fei è imparentata con i regnanti dello stato di Han, il più piccino dei sette, schiacciato su due lati dai bellicosi colossi di Qin e di Chu. Dal tipo di educazione ricevuta in seno all’aristocrazia il principino eredita superbia, ambizione e l’abitudine di bere il tè col mignolo in alto, ma anche un profondo senso dello Stato che in lui si traduce in una marcata simpatia per l’ordine costituito e un’esagerata diffidenza verso il confucianesimo: lo storico Sima Qian ci dice che “[Han Fei] riteneva che i confuciani pervertissero le leggi tramite i loro scritti[2]”. Il cercare nel passato soluzioni ai problemi del presente – cosa normalissima per i confuciani – è per Han Fei qualcosa di molto stupido, come ama spiegare con una storiella:

C’era una volta nel paese di Song un contadino che possedeva alcuni acri di terra. In mezzo al suo piccolo appezzamento si ergeva un albero. Un giorno, l’uomo raccolse da terra una lepre che si era rotta l’osso del collo sul tronco dell’albero mentre correva. Subito allora abbandonò l’aratro e si mise accanto all’albero, nella speranza di catturare un’altra lepre, ma attese invano e non riuscì a raccogliere altro che le risate di tutti i suoi compaesani. Le persone che vorrebbero servirsi delle istituzioni degli antichi re per governare gli uomini dei tempi moderni mi fanno pensare a questo sciocco uomo accucciato di fianco al suo albero[3].

Se dal suo insegnante ricevette qualche stimolo culturale, Han Fei scelse di non darlo a vedere: nei cinquantacinque saggi che gli vengono attribuiti non c’è una sola idea che possa essergli stata suggerita dalla frequentazione del maestro Xun[4]. Tuttavia, quali che fossero le sue convinzioni, il suo collega di Chu non mancò di subirne il fascino: secondo Sima Qian, in futuro Li Si avrebbe sempre ammesso la propria inferiorità rispetto ad Han Fei.

Terminati gli studi, Li Si comincia a progettare la propria trasformazione da topo d’ufficio a topo di magazzino. Per quanto grande sia il suo stato di Chu, il giovane filosofo capisce che da qualche tempo il vento ha cominciato a soffiare in un’altra direzione e, nel salutare il vecchio maestro, gli rivolge queste parole:

Mi è stato insegnato che quando il momento favorevole si presenta non bisogna lasciarselo sfuggire. Di questi tempi, mentre i grandi signori che possiedono diecimila carri da guerra sono occupati a darsi battaglia, sono i loro consiglieri a mandare avanti il governo. Ora, il re dello stato di Qin vorrebbe impadronirsi di tutti e sette gli stati e proclamarsi imperatore: questo è il momento in cui i consiglieri di più umile origine devono darsi una mossa. […] Ecco perché voglio andarmene a ovest e offrire il mio consiglio al sovrano di Qin[5].

Quando Li Si arriva a Qin, forse nel 246 a.C., il re del paese è appena calato nella tomba. Gli succede un ragazzino di tredici anni di nome Zheng, bruscamente strappato al suo pettinare bambole e piazzato sul glorioso trono del padre. Sembrerebbe una situazione precaria, ma per Li Si è un biglietto per il paese dei balocchi: il vecchio sovrano di Qin avrebbe potuto mostrarsi restio ad affidare le sorti del proprio stato a uno straniero venuto dal nulla, ma con un adolescente imberbe le cose si prospettano molto più interessanti. Nessuno dei protagonisti di questa storia se ne rende conto, ma nel momento in cui il filosofo entra nelle grazie del nuovo re la Cina compie il suo primo passo verso l’impero.

Ammaliato dall’arte retorica di Li Si, che gli promette di mostrargli la via per “annientare i feudatari [ribelli] con la stessa facilità con cui si spazza via la cenere da un braciere[6]”, re Zheng lo mette a capo del suo segretariato – e, probabilmente, gli chiede di tenergli pulito il camino. Il filosofo non si fa illusioni: la coesistenza dei sette regni si è fatta tanto insopportabile che i metodi tracciati a suo tempo da Confucio e predicati dal suo maestro Xun Kuang, tutti improntati alla rettitudine e al rispetto delle antiche norme dei sovrani Zhou, non potrebbero mai consentirne la risoluzione. Il re paga i suoi ministri perché rendano potente lo stato di Qin indebolendo allo stesso tempo i suoi sei rivali, e Li Si prende questo compito terribilmente sul serio.

Il primo ordine emanato dal sovrano di Qin dietro consiglio del suo nuovo segretario avrebbe fatto accapponare la pelle di ogni confuciano come il maestro Xun: dopo aver consegnato a un gruppo di ambasciatori oro e giada preziosa in quantità industriali, li incarica di recarsi negli stati vicini a rendere omaggio a intellettuali, filosofi, ingegneri, strateghi e scienziati. Coloro che accetteranno di assistere il re di Qin nella sua corsa all’impero saranno riveriti con tutti gli onori, ma la risposta all’eventuale rifiuto degli altri dovrà essere una pugnalata in gola.

Tutto fila liscio tranne che nel piccolo stato di Han, che le aggressive manovre di Qin mettono a dura prova. Accade così che, un giorno dell’anno 233 a.C., un astuto e combattivo filosofo di Han venga a chiedere udienza per cercare di salvare il salvabile: un filosofo di nome Han Fei.

Al contrario dell’ex compagno di studi, Han Fei non aveva dovuto cercare il proprio successo sgomitando in giro. La sua nascita illustre gli aveva automaticamente spalancato le porte del palazzo reale, ma il re di Han, irresoluto e fiacco, non si era mostrato incline ad apprezzare i metodi forti che secondo il filosofo sarebbero stati alla base di un governo efficace. A questo tipo di frustrazione se n’era aggiunta un’altra di tipo più personale: sembra infatti che Han Fei soffrisse di una balbuzie che gli impediva di arringare la corte senza che i ministri cominciassero in breve a scambiarsi commenti imbarazzati sulle mezze stagioni. Per ovviare a questo inconveniente, il filosofo aveva lavorato per anni ad affinare uno stile di scrittura che ancora oggi viene considerato uno dei più incisivi della storia cinese.

Sima Qian
Sima Qian (145– 86 a.C.), lo storico che ci ha tramandato questa storia.

Quando Han Fei si informa sulle teorie di cui Li Si si sta servendo per guidare il re di Qin verso l’impero, non stenta a riconoscerle: sono le sue. Le azioni energiche e poco attente alla morale comune proposte dal segretario sono le stesse che Han Fei aveva cercato, invano, di vendere al proprio sovrano. Ora che il re di Han si è reso conto troppo tardi di aver perso il treno, tutto quel che il suo consigliere può fare è cercare di salvare il più piccolo degli stati dalla rovina che gli attacchi di Qin stanno facendo piovere sui suoi abitanti. Han Fei parte in realtà da una posizione di vantaggio: il re di Qin conosce praticamente a memoria tutti i suoi scritti (non meno dell’ex collega Li Si) e ha sempre desiderato incontrarlo.

Forte di questa sicurezza si presenta alla corte e, senza perdere tempo, consegna a re Zheng una lettera in cui cerca di dimostrargli l’assoluta inutilità dei suoi attacchi contro Han. I suoi ragionamenti sono stretti e precisi, oltre che conditi di qualche frase a effetto come:

Mio re, se seguirete il piano dei vostri ministri [conquistando Han], presto sarete l’obiettivo dell’assalto di tutti gli altri stati dell’impero: se anche aveste la longevità della pietra o del rame non giungereste mai a vedere il giorno in cui i principi vi saranno sottomessi[7].

La proposta del filosofo è ben argomentata, inoltre sembra davvero costruita per salvaguardare gli interessi di Qin; Li Si dovrebbe essere contento di aver tirato dalla propria parte un intellettuale di quel calibro. Eppure, mentre Han Fei fa colare il suo miele nell’orecchio del sovrano, il segretario capisce di aver paura. Se Zheng acconsentisse a non sottomettere Han, il piano di Li Si per l’annientamento dei sei stati andrebbe in fumo. La politica di Qin imboccherebbe forse un’altra strada, una indicata da Han Fei che, vista la stima di cui gode, diventerebbe certo il nuovo consigliere del sovrano. La posta in gioco è altissima perciò, a suo rischio e pericolo, Li Si decide di muovere al contrattacco.

Come prima mossa il segretario spedisce al re un memoriale in cui, facendo leva sulla sua naturale diffidenza, getta una fosca ombra di dubbio sull’imparzialità di Han Fei. Li Si risponde alle argomentazioni dell’ex collega in modo artificiosamente drammatico, paragonando il piccolo paese di Han a un “soffio al cuore” che, trascurabile in apparenza, potrebbe un giorno degenerare in una malattia assai più grave per la terra di Qin. Il fatto che Han Fei provenga proprio da Han, dice il segretario, è poi in pratica una garanzia della sua doppiezza:

Han Fei si trova in questa corte soltanto per ingraziarsi il sovrano di Han aiutandolo a difendere il proprio territorio. I fiori della sua retorica e l’artificiosità delle sue mirifiche costruzioni verbali sono volti a ottenere vantaggi per lo stato di Han. Sono gli interessi di una potenza straniera che parlano attraverso la sua bocca, e poiché un’alleanza tra i due paesi avrebbe come risultato l’innalzamento dello stesso Han Fei, questo piano non è fatto che per favorire il suo autore[8].

Ora, re Zheng è un tipetto paranoico. La venerazione che nutre nei confronti di Han Fei è sconfinata, ma non riesce a fargli mettere del tutto da parte il timore che, se Li Si avesse ragione, quel fiorito oratore potrebbe anche effettivamente star cercando di pisciare fuori dal vaso. Indeciso sul da farsi, il re dà ordine di imprigionare Han Fei nell’attesa che la sua posizione possa essere chiarita.

***


Il primo punto della partita va a Li Si, ma Han Fei conosce il suo nemico e non si perde d’animo. Sa anche, tuttavia, quanto la sua posizione si sia fatta spinosa: in un dibattito faccia a faccia con Li Si alla presenza del sovrano avrebbe anche potuto spuntarla facilmente, ma ora gli incantesimi della sua eloquenza sono chiusi in prigione con lui. Il tempo stringe, così Han Fei decide di abbandonare ogni cautela: si fa portare l’occorrente per scrivere, e in poco tempo butta giù un saggio magistrale dall’incipit memorabile:

Chi parla senza conoscere le cose è un idiota, chi pur conoscendo le cose si astiene dal parlare è un traditore. L’idiozia merita la morte, così come il tradimento. Tuttavia, nonostante il castigo in cui potrei incorrere per ordine della maestà vostra, non oserei mai nascondervi ciò che sono venuto a sapere. Lascerò che poi siate voi, mio sovrano, a stabilire quale tipo di trattamento sia da riservare alle mie parole.

Con un trasformismo sfacciato, che ancora oggi fa dubitare gli studiosi dell’autenticità di questo scritto, Han Fei ribalta le sue precedenti posizioni e si dichiara pronto a tradire il proprio paese. Il suo primo obiettivo, ora, è ottenere la fiducia del re di Qin, perciò non esita a promettergli ciò che gli preme più di ogni altra cosa al mondo:

Se dopo aver ascoltato i miei consigli voi non riuscirete in un colpo solo a distruggere l’alleanza [degli altri stati contro Qin], a impadronirvi del regno di Zhao, a distruggere Han, ad asservire gli stati di Zhou e di Wei, ad attirare nella vostra orbita gli stati di Qi e di Yen, se insomma non riuscirete ad ottenere il glorioso nome di egemone e i principi feudatari dei quattro punti cardinali non verranno a giurarvi fedeltà, ebbene voi potrete mettermi a morte come esempio per gli altri, poiché avrò ingannato il mio signore nel presentargli questo piano[9].

Quando Li Si vede la lettera, inorridisce. Inorridisce ancora di più quando viene a sapere che il re, intrigato dalla proposta del suo idolo, si mostra incline a concedergli un’altra udienza. Capisce che non c’è più tempo per giocare di sponda, così fa recapitare al prigioniero un falso messaggio. In esso gli viene riferito che il re si è mostrato sordo alle sue proposte, ma gli viene anche prospettata una via d’uscita onorevole all’incresciosa situazione. Insieme al messaggio, il segretario si assicura che Han Fei riceva una fiala di veleno.

Dodici anni dopo, re Zheng dà inizio alla prima dinastia imperiale della storia cinese dopo aver sottomesso gli altri sei stati e aver rovesciato i re Zhou, grazie ai consigli di Li Si. Il nome che sceglie di assumere per l’occasione è quello ormai associato al meraviglioso esercito di terracotta con cui da morto si farà seppellire, e quello con cui oggi lo conosciamo: Qin Shi Huangdi – il primo imperatore di Qin.


Nota: I documenti relativi all’affaire Han Fei – le due lettere indirizzate al re di Qin, oltre alla calunniosa lettera di Li Si – si possono leggere tradotti in francese nella collezione delle opere complete del filosofo curata da Jean Levi, Han-Fei-tse ou le Tao du Prince – Editions du Seuil, Paris, 1999. Benché io li abbia trattati come originali, esistono tra gli studiosi seri dubbi sulla loro autenticità. Tutte le traduzioni dal francese sono mie.

Federico Franchin
Federico Franchin

È nato a Monza nel 1991 e da allora vive a Senago, nel Milanese. Cresciuto in mezzo ai libri, ha una spiccata tendenza ad interessarsi a scrittori e musicisti giudicati minori o semisconosciuti, convinto com'è che anche a loro faccia piacere sentir pronunciare il proprio nome, ogni tanto.

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