Alessandro Magno e Bucefalo, Mosaico della Battaglia di Isso, Museo Archeologico Nazionale Napoli
Eremos Kora

L’eredità di Alessandro Magno

10 giugno del 323 a.C.

Era morto Alessandro, un uomo «di cui generalmente si riconosceva la capacità sovrumana», […] e i macedoni presenti, per quanto fosse loro risparmiata la marcia in Arabia, erano rimasti sconvolti e terrorizzati in una terra lontanissima dalla loro.

(ROBIN LANE FOX, Alessandro Magno, 1981, Giulio Einaudi Editore, Torino. P. 494)

L’impresa bellica di Alessandro Magno, che significò il crollo dell’Impero Persiano retto da Dario III Achemenide, è stata raccontata ai contemporanei e ai posteri da diverse opere storiografiche, dai cortigiani e storici al seguito del grande re macedone e poi, nei secoli, da diversi autori romani e ancora medievali.

Alla ricchezza di fonti (spesso fantasiose) corrisponde un dedalo di aneddoti e varianti, anche di gusto antiquario, che rendono saturi gli anni di Alessandro, poco limpidi come le acque palustri, scrigni di miti e leggende che allontanano l’occhio scientifico dello storico dall’aletheia[1], dalla piena comprensione degli eventi.

Il periodo successivo, subito dopo la morte del sovrano avvenuta a Babilonia (cioè in pieno oriente), è uno dei momenti più confusi e tormentati della storia greca, una serie continua di avventate scelte politiche, di colpi di mano cruenti che non hanno nulla da invidiare alla moderna fiction seriale.

Ma procediamo con ordine: «Alessandro lascia dietro di sé i materiali di un edificio che non ha fatto in tempo a costruire, un cantiere abbandonato»[2]; l’immenso regno conquistato è fragile, racchiude al suo interno una pluralità piuttosto vasta di popoli e culture. I macedoni sono da molti anni lontani dalle loro terre, stanchi e con l’insopprimibile voglia di ritornare in patria.

Inoltre il gran sovrano non ha lasciato alcun erede: Rossane, la moglie sogdiana del re, è incinta (ma si tratta di un bimbo di sangue misto che non sarebbe stato accettato docilmente dal popolo macedone). Si sceglie dunque una soluzione di compromesso: attendere l’arrivo del nascituro e investire (per il momento) del potere regale un fratellastro di Alessandro, Filippo III Arrideo (uomo psicologicamente insano).

Fregio palaziale achemenide
Fregio palaziale achemenide

A guidare realmente le fila del potere però sono solo tre uomini: Antipatro, vecchio condottiero di Filippo II, Perdicca e Cratero (già al seguito i Alessandro). Il regno sarebbe stato poi diviso in satrapie (porzioni di territorio relativamente piccole guidate da un satrapo sul modello persiano) e affidate ad alcuni generali del defunto re: Antigono Monoftalmo ottenne l’Anatolia occidentale, Lisimaco la Tracia, Tolemeo l’Egitto e Eumene (unico uomo di origine non macedone) la Cappadocia e la Paflagonia.

Questi, in estrema sintesi, gli Accordi di Babilonia ai quali seguiranno, solo un paio di anni più tardi gli Accordi di Triparadiso (321 a.C.). L’instabilità delle satrapie diviene specchio degli intenti dei vari condottieri tesi solo a conseguire il proprio successo politico e militare, attenti alla conservazione dei territori affidati e al loro ampliamento.

Ed è proprio la forza militare dei Diadochi (letteralmente i successori di Alessandro) a decretare la sorte delle poleis greche, di nuovo soggetto attivo pronte a sostenere ora l’uno ora l’altro contendente. Questi si proclameranno re (basileus) negli ultimi anni del IV secolo a seguito di intricate vicende belliche.

In questa sede non importa sottolineare il primato di queste proclamazioni (Antigono sarà il primo basileus, dal 306 a.C.) ma il significato profondo di un gesto totalmente nuovo all’interno della memoria greca: un atto che pone il popolo come suddito, servo. Una realtà che non poteva essere accettata dagli stremati cittadini delle poleis, un ulteriore tassello che incrementò la distanza tra i Diadochi e i greci.

Nonostante tutto però è proprio questo il periodo in cui i greci, o meglio la cultura greca mista ad altre tradizioni, si diffonde ben oltre il bacino del Mediterraneo, è proprio questo il tempo in cui vengono fondate diverse nuove comunità. In effetti non si può più parlare di poleis ma di città, unite in leghe (celebre, tra le altre, la Lega ellenica fondata da Antigono Monoftalmo e dal figlio Demetrio per ragioni militari).

Fregio palaziale a Persepoli
Fregio palaziale a Persepoli

Il modello del cittadino greco, dell’uomo che partecipa alle assemblee, che coltiva i campi e che si pone al servizio della patria per difenderla, è difatti scomparso. Le strutture amministrative persistono ma svuotate dei loro ideali, nelle guerre il lavoro sporco è ormai affidato a truppe mercenarie leali solo finché profumatamente pagate.

Dei diversi regni dei Diadochi la storia ci ha restituito relativamente poco: molti reperti archeologici (alcuni contenenti testi di carattere propagandistico), frammenti di opere storiografiche, oggetti di uso quotidiano in quantità maggiore rispetto alle epoche passate. Il regno più solido, da un punto di vista amministrativo, fu l’Egitto di Tolomeo mentre gli altri soffrirono sempre l’azione di un apparato amministrativo debole e poco centralizzato, in modo particolare la Tracia di Lisimaco.

La loro eredità è il mondo cosmopolita delle corti, il crollo dell’ideologia politica a fronte di uno spiccato e freddo individualismo; una civiltà volta al commercio e all’espansione nonostante le innumerevoli guerre, costanti sino al pieno assorbimento dell’ultimo regno all’interno dell’Impero romano (nel 31 a.C. a seguito della sconfitta di Cleopatra e Antonio alla battaglia di Azio).

Un’epoca posta da parte dagli storici dell’Ottocento e riscoperta massicciamente solo da una cinquantina di anni, cioè dal momento in cui si sono fatte sempre più evidenti le analogie tra la società dei consumi globalizzata e la realtà ricca di scambi dell’Ellenismo, un momento in cui il centro pulsante dell’economia era il Medio Oriente.

 

In copertina: Alessandro Magno e Bucefalo, Mosaico della Battaglia di Isso, Museo Archeologico Nazionale Napoli

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.