L’epica e il popolo: la Chanson de Roland

Albrecht Dürer, Carlo Magno, 1511-13

Albrecht Dürer, Carlo Magno, 1511-13

Clangori di armi che cozzano su campi smaltati di verde, schiere di valorosi guerrieri che lottano all’ultimo sangue per i loro rispettivi signori in lande desolate, in spazi indicati con nomi storici eppure essenzialmente metafisici. Il tempo divino che rompe il ciclo degli eventi, crea un sussulto e un susseguirsi di azioni mirabolanti. Il Medioevo nordico, Franco, legato alla monarchia dei sovrani francesi, ai costumi feudali, racchiuso in poco più di quattromila versi: la Chanson de Roland.

Quanto siamo sicuri di conoscere Orlando? Quanto degli uomini che per primi hanno cantato le sue gesta eroiche?

Una volta citato il nome dell’eroe eponimo di questo ciclo medievale la nostra mente non può fare a meno di correre al Furioso Orlando dell’Ariosto, pazzo di dolore per il tradimento consumato a suo danno dalla fatale Angelica. Ancora prima che quegli alberi vengano abbattuti dalla forza del nostro eroe, Boiardo ne aveva cantato l’amore (sempre per Angelica) in un poema piuttosto ampio alla fine del Quattrocento: l’Orlando innamorato.

Già, ma i prodromi di queste due opere così belle e grandi vanno ricercate in un testo ben più antico e che poco ha a che fare con la nostra Italia. Il testo di un popolo (i francesi) e di un secolo: l’Undicesimo.

Miniatura raffigurante le gesta di Orlando in un manoscritto delle Grandi Cronache di Francia, XV secolo.

Miniatura raffigurante le gesta di Orlando in un manoscritto delle Grandi Cronache di Francia, XV secolo.

Abbandonate le cruente e simboliche descrizioni di Rodolfo il Glabro di un mondo che ha perduto il ligio senso del dovere e il pio rispetto di Dio (e dell’Ordine da lui impartito alla società), il secolo Undicesimo si presenta come un crogiolo di movimenti politici e piccole rinascenze culturali. Quanto vale per la poesia Lirica provenzale[1] conta per la poesia Epica prodotta nelle corti della Francia del nord: il nuovo ordine feudale, i signori dei monasteri, il commercio sempre più fiorente conducono a un maggiore circolo di informazioni, un interesse culturale ora finalmente legato alle nuove lingue romanze, prosecuzioni della morta lingua latina.

In realtà della figura storica di Orlando sappiamo ben poco per non dire nulla: i Fatti della Rotta di Roncisvalle nella letteratura storiografica medievale sono alquanto scarni: Carlo (detto poi Magno) re dei Franchi, probabilmente  entra in Spagna per aiutare un principe arabo (Sulemain ibn Al-Arabì) nella contesa che lo opponeva ad altre autorità nel nord del Regno spagnolo. Al rientro da tale spedizione l’esercito di re Carlo viene attaccato da un gruppo di montanari (forse Baschi) al valico di Roncisvalle. Una fonte (la Vita Karoli di Eginardo[2]) cita tra le vittime dell’esercito franco un certo Rolando signore feudale preposto alla marca di Bretagna.

Questi avvenimenti datano 778, giusto i primi anni del regno di Carlo (non ancora quarantenne). Secoli dopo, nella Chanson de Geste, la spedizione diviene guerra (che lorda la terra di sangue ormai da sette anni), Carlo un vecchio dalla candida barba (evidente richiamo al Dio cristiano), la Rotta di Roncisvalle il risultato di un tradimento (perpetrato dal malevolo Gano, zio del nostro eroe), la grande vittima (ovviamente causa del tradimento) proprio Orlando, uno dei dodici Paladini del regno (altro richiamo evangelico).

Chanson de RolandIn pochi decenni proliferano diverse versioni del mito, di alto e scarso valore artistico. Il testo che (ormai da quasi due secoli) riteniamo fonte originaria del poema data 1070 ed è racchiuso all’interno di un singolo manoscritto proveniente da Oxford. Possiamo solo ipotizzarne l’autore: l’explicit[3] a fine poema lo vorrebbe frutto dell’ingegno di Turoldo ma l’origine del mito resta comunque popolare, strettamente legato all’oralità. Turoldo (o chi per lui) è solo la mano ordinatrice, colui che sistema il materiale e conferisce ad esso una forma perfettamente cristallina, semplice eppure fitta di rispondenze.

La chanson è Epos, appartiene al popolo francese che si riconosce nella lotta combattuta contro i Saraceni di Marsilio (e poi di Baligante), uomini-demoni votati al male, malvagia stirpe che prolifera nel Peccato. Ancora si riconosce nell’esercito dei franchi, uniti tra loro e con i loro comandanti. La chanson è composta per il popolo, è uno dei primi testi in volgare, è cantata dai saltimbanchi e dai giullari nei luoghi dove si riunisce la povera gente: presso i chiostri dei monasteri, nelle piazze dei borghi, nei pressi del castello dei loro signori durante il mercato e le feste comandate.

In verità ancora oggi non è perfettamente chiara l’origine e la diffusione di questa come di molte altre chansons de geste: resta il dubbio di come un episodio storico marginale sia diventato materia mitica, come si sia diffuso così rapidamente in un territorio così ampio (in realtà il ruolo della diffusione orale resta comunque determinante).

Orlando è un martire, non un fondatore di città come Enea; la sua battaglia sottolinea pure lo spirito di sacrificio di un guerriero ma al servizio di un sovrano concreto e non per volere del Fato.

Sono passati più di mille anni dal poema di Virgilio: la rivoluzione cristiana ha portato i suoi frutti. Per quanto si tratti di Epica, la Chanson de Roland brilla di altra luce, brucia di un fuoco differente da quello che danza armonioso nell’Eneide. Non è un testo classico per come lo intendiamo noi ma un poema medievale e del Medioevo conserva tutto il fascino e l’atavico mistero di un epoca lontana e non ancora compresa appieno.

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