L’epica e il popolo: la Chanson de Roland

Carlo Magno Durer

Clangori di armi che cozzano su campi smaltati di verde, schiere di valorosi guerrieri che lottano per i loro rispettivi signori in lande desolate, in spazi indicati con nomi storici eppure essenzialmente metafisici. Il tempo divino che rompe il ciclo degli eventi, crea un sussulto e un susseguirsi di azioni mirabolanti. Il Medioevo nordico, franco, legato alla monarchia dei sovrani francesi, ai costumi feudali, racchiuso in poco più di quattromila versi: la Chanson de Roland.

Quanto siamo sicuri di conoscere Orlando?

Una volta citato il nome dell’eroe, la nostra mente non può fare a meno di correre all’Orlando dell’Ariosto, pazzo di dolore per il tradimento consumato dalla fatale Angelica. Ancora prima, alla fine del Quattrocento, Boiardo ne aveva cantato l’amore, sempre per Angelica, ne L’Orlando innamorato.

Già, ma i prodromi di queste due opere così belle e grandi vanno ricercate in un testo ben più antico e che poco ha a che fare con la nostra Italia. Il testo di un popolo (i francesi) e dell’undicesimo secolo.

A differenza delle epoche precedenti che vengono viste dai contemporanei (per esempio dal cronista Rodolfo il Glabro) come un mondo che ha perduto il senso del dovere e il rispetto nei confronti di Dio e dell’ordine da Lui impartito, il secolo XI si presenta come un crogiolo di movimenti politici e piccole rinascenze culturali. Il nuovo ordine feudale, i signori dei monasteri, il commercio sempre più fiorente conducono a un maggiore circolo di informazioni, un interesse culturale ora finalmente legato alle nuove lingue romanze.

Miniatura raffigurante le gesta di Orlando in un manoscritto delle Grandi Cronache di Francia, XV secolo.

Sono questi gli anni in cui prendono forma le storie degli eroi che verranno cantate nei poemi epici e nei romanzi medievali anche nei secoli successivi: storie con protagonisti Lancillotto, Artù e per l’appunto anche Orlando. In realtà però della figura storica di Orlando sappiamo ben poco per non dire nulla: i fatti della rotta di Roncisvalle nella letteratura storiografica medievale sono alquanto scarni: Carlo (detto poi Magno) re dei Franchi, probabilmente  entra in Spagna per aiutare un principe arabo (Sulemain ibn Al-Arabì) nella contesa che lo opponeva ad altre autorità nel nord del Regno spagnolo. Al rientro da tale spedizione l’esercito di re Carlo viene attaccato da un gruppo di montanari (forse Baschi) al valico di Roncisvalle. Una fonte (la Vita Karoli di Eginardo[2]) cita tra le vittime dell’esercito franco un certo Rolando signore feudale preposto alla marca di Bretagna.

Questi avvenimenti datano al 778, giusto i primi anni del regno di Carlo, non ancora quarantenne. Secoli dopo, nei poemi orali che venivano cantati dai giullari e dai cantastorie, le Chansons de Geste, la spedizione diviene guerra, che si carica di numerosi elementi simbolici: Carlo è un vecchio dalla barba candida (evidente richiamo al Dio cristiano); la rotta di Roncisvalle da evento accidentale diviene il risultato di un tradimento; infine abbiamo la grande vittima, Orlando (altro evidente richiamo evangelico).

In pochi decenni il mito si diffonde in tutta l’Europa cristiana. Il testo che (ormai da quasi due secoli) riteniamo fonte originaria del poema data 1070 ed è racchiuso all’interno di un singolo manoscritto proveniente da Oxford. Possiamo solo ipotizzarne l’autore: l’explicit[3] a fine poema lo vorrebbe frutto dell’ingegno di un certo Turoldo, ma l’origine del mito resta comunque popolare, strettamente legata all’oralità. Turoldo, o chi per lui, è solo la mano ordinatrice, colui che sistema il materiale e vi conferisce una forma perfettamente cristallina, semplice eppure fitta di rispondenze.

Miniatura medievale

La chanson è epos, la narrazione di un’impresa eroica in cui tutto il popolo francese si riconosce, ed è così bella perché si nutre sì di propaganda, di quella propaganda che a noi moderni farebbe storcere il naso, ma la trasforma in qualcosa di più alto e profondo, in una storia che ancora a distanza di secoli non può non emozionarci. Gli antichi francesi infatti non solo empatizzavano con Orlando, ma si sentivano i suoi compagni d’arme nella lotta combattuta contro i saraceni, uomini a cui occasionalmente viene riconosciuta dignità e che vengono combattuti solo perché non credono nel Dio cristiano. Chi ascoltava la chanson presso i chiostri dei monasteri, nelle piazze dei borghi, nei pressi del castello del proprio signore durante il mercato e le feste comandate si sentiva certamente parte di un gruppo, di un popolo pronto a battersi contro il nemico invasore.

Orlando è un martire, non un fondatore di città come Enea; la sua battaglia sottolinea pure lo spirito di sacrificio di un guerriero ma al servizio di un sovrano concreto e non per volere del Fato. Meno concreti sono gli spazi dove si muove Orlando, dove muore: quella valle tra i Pirenei perde consistenza, diviene quasi uno scenario favoloso che perde quasi tutti i suoi particolari fisici, in cui spicca il verde dei campi macchiato di rosso o l’albero a cui si appoggia l’eroe prima di spirare.

Sono passati più di mille anni dal poema di Virgilio: la rivoluzione cristiana ha portato i suoi frutti. Per quanto si tratti di un poema epico, la Chanson de Roland brilla di altra luce, brucia di un fuoco differente da quello che danza armonioso nell’Eneide. Non è un testo classico per come lo intendiamo noi ma un poema medievale e del Medioevo conserva tutto il fascino e l’atavico mistero di un’epoca lontana e non ancora compresa appieno.

 

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In copertina: Albrecht Dürer, Carlo Magno, 1511-13

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Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.