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Il bisogno della tolleranza: Il Sognatore di Laini Taylor

Durante il secondo Sabba della Dodicesima Luna, nella città di Pianto, dal cielo cadde una ragazza. La sua pelle era blu e il suo sangue era rosso. Si schiantò sopra un cancello di ferro, che per l’impatto si deformò, e lì rimase appesa, terribilmente inarcata, aggraziata come una danzatrice che si abbandona riversa sul braccio del suo innamorato. Una guglia viscida la teneva inchiodata al suo posto. La punta, che le sporgeva dal petto, scintillava come una spilla. La ragazza ebbe un breve sussulto mentre il suo fantasma si liberava e dai suoi lunghi capelli piovevano boccioli di un rosso fiammante.

(L. Taylor, Il Sognatore, p. 1)

L’incipit di un romanzo è spesso fondamentale per capire quale sarà lo sviluppo della storia, lo stile utilizzato e il messaggio che vuole comunicarci l’autore. Se non sempre, il più delle volte almeno è così.

Scorrendo le prime righe de Il Sognatore, adult fantasy di Laini Taylor edito da Fazi a inizio luglio e già in ristampa, si può subito incorrere nella descrizione di un mondo fantastico dominato dal colore, da un conflitto che passa attraverso quelli che sono due tra i colori più amati nella nostra cultura la quale, spesso, li pone in contrasto: il blu, un colore che noi classifichiamo come freddo e il rosso fiammante, il caldo colore della violenza e della passione.

Assistiamo, inoltre, alla morte di un personaggio di cui il nostro autore ha pietà e di cui si sottolinea la fine violenta: il Destino è crudele e non fa alcuna distinzione tra carnefici e vittime, tra anime bianche e anime nere, tra chi poggia i propri piedi saldamente a terra e che si libra nel cielo.

Insomma, nulla di particolarmente originale.

E questa sensazione, di già letto, di non pienamente sviluppato permane durante tutta la lettura del romanzo anche se, arrivati ad un certo punto (più o meno dopo le prime 150 pagine), il lettore può accettare i personaggi stereotipati (per quanto ben costruiti) e l’intreccio parco di colpi di scena per lasciarsi rapire dalle vicende che ne costituiscono l’azione.

Laini Taylor

Laini Taylor

E lo può fare per ben due ragioni:

1) Certamente non per il sognatore che dà il titolo alla storia, un orfano ritrovato dai frati di un monastero di una cittadina arroccata nel Nord di un magico mondo dai contorni piuttosto indefiniti e sfocati. Il suo nome è Lazlo Strange, novello Harry Potter, sfigato come il maghetto occhialuto e, come il lontano parente inglese, di animo buono e dal cuore (anzi cuori) coraggioso.

No, i suoi sogni, nutriti di fiabe e leggende, non suscitano particolare empatia nel lettore, forse perché ogni mondo, il nostro come l’infinità di quelli creati dalla nostra immaginazione e dalla fantasia di migliaia di scrittori, sono stati sempre pieni di questa razza di uomini. Possiamo capire cosa prova ma non immedesimarci pienamente nei suoi sogni!

E ancora non da tutte le tradizioni narrative da cui la Taylor pesca per costruire il suo mondo fantastico – si possono contare nell’ordine: Avatar, Le Mille e una Notte, la Bibbia, gran parte dei fantasy degli ultimi decenni (ecc.)

No, la nostra attenzione può essere sollecitata dalla realtà, crudele, in cui il sognatore si ritrova alla fine del suo viaggio (che nell’economia del testo risulta in fondo appena accennato), in quella Pianto che, da città-miraggio incastonata in mezzo al deserto, crocevia di delizie e miracoli, focolaio di fiabe e leggende, centro del mistero che anima l’intera vicenda e pure sogno più grande del protagonista, si ritrova ad essere lo scenario di un conflitto etnico, violento solo come lo possono essere le guerre civili.

Lazlo, personaggio dalle origini oscure, diviene uno dei protagonisti dell’estenuante lotta che anima i due schieramenti che si contendono la città e il cui odio è così profondo e viscerale da non prospettare alcuna soluzione che non possa innescare un ulteriore serie di violenze.

È quando la realtà di Pianto sembra trasudare tutta l’intolleranza e l’insofferenza verso il diverso, verso l’altro che la storia di Lazlo si eleva e ci rapisce, quando affronta temi come lo stupro attraverso metafore rigorose che non possiamo alzare lo sguardo dalle pagine in cui essa si dipana.

Laini Taylor il sognatore

È il disperato appello alla tolleranza che arriva dritto al cuore del lettore che permette di considerare tutta l’avventura di Lazlo qualcosa di più che una semplice – per quanto riuscita- trasferta in un luogo fantastico, il viaggio in un sogno che risulta il più delle volte ambiguo e crudele.

2) Non sono, sicuramente, le fiabe le favole e le leggende alle quali Lazlo cita diverse volte a rendere lussureggiante e ricca di sfumature e riflessi, quasi come uno scrigno fatato colmo di pietre preziose, la lettura delle vicende della città incantata.

No, purtroppo uno dei più grandi limiti del romanzo di Laini Taylor sono proprio le storie a cui Lazlo pensa di continuo – perché ne ha lette migliaia, in quanto bibliotecario della Biblioteca nella città in cui è stato ritrovato – perché mai abbastanza sviluppate.

La Taylor non dedica mai parte della narrazione alle favole di cui declama l’importanza: la sua fantasia – per carità, notevole – si arresta ben prima. Queste storie sono solo funzionali alla costruzione del personaggio dell’orfanello, non hanno alcuna ragion d’essere al di fuori della descrizione del suo profilo.

No, ciò che può stupire il lettore è lo stile dell’autrice che, per quanto scorrevole, non risulta mai sterile, freddo o staccato da ciò che racconta. Sono le sue parole che riescono a stupirci, lo sbocciare di descrizioni tinte di stupore e meraviglia ad immergerci nelle vicende del timido sognatore.

Sì, le prime righe del romanzo ci dicono molto di quello che sarà lo sviluppo dell’avventura che ci apprestiamo a leggere – la quale è solo la prima parte di una storia più vasta che deve essere ancora raccontata.

Non si può certo scrivere che non sia una buona lettura (estiva o invernale, poco importa) o che non riesca a rapirci e a farci vivere le gioie e i drammi (più i secondi) della città di Pianto.

Resta però in fondo l’amara costatazione che gran parte di ciò che leggiamo è destinato a scivolare via dalla nostra memoria e che, pur lasciando sbocciare nella mente del lettore una serie cospicua di riflessioni su temi di grande attualità, l’avventura di Lazlo si perderà tra le centinaia di migliaia di milioni già raccontate da quando il mondo ha avuto inizio, da quando l’uomo ha iniziato a sognare.

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Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.