cara la mia vita ostentata e vana,
questa è la realtà
e come avrai capito
non i discorsi, non le menate,
non le promesse d’amore eterno
che mai ci scambiammo
all’ombra di cipressi malriposti,
mentre in automobile
non facevamo l’amore
ma scopavamo, come si confà
tra il sedile e il cambio, mentre tu
m’avresti voluto romantico
e mi chiamavi bastardo

non so se sia vero o falso
che di me avresti avuto bisogno,
se poi ti son mancato
nell’alba del mattino

del resto, ora, m’appare lontano
il ricordo, sfocato

              – mentire?
ho dovuto.

per me, soprattutto.

per te anche, un po’

aspettando il gran carnevale
che spazzerà via la nostra morale
e ci renderà consci dell’assurdità
delle nostre pretese
– nella costante umiliazione
del corpo, il piacere –
solo allora, in un postribolo
di bocche e di gambe protese
potremo abbandonar le promesse
delle canzoni dentro le chiese
e – finalmente – godere

ma io non voglio crescere
– nemmeno tu, lo so –
aspetta un altro po’
qui con me, adesso
e non sentirai mai
il dolce peso della notte
che già cede il passo al giorno
violento, inesorabile

 

C’è in Davide Galipò un discorso serpentino che non termina, non comincia, si dipana svirgolando lungo i tratti di un rapporto amoroso; la vita, ostentata e vana, diviene persona amata, scopata, carnalmente esperita. Materia sonora minima ma presente, appena cadenzata, ironica — non ha paura del colloquiale, lo usa quasi citando — e poi incisi, tentennamenti — e poi una realtà disvelata, disossata, in cui rimane soltanto la velleità del gesto, della posa, aspettando il gran carnevale, che apparirà a spazzare via, come un temporale di festa, pensieri e morali.

E allora, deleuzianamente rimarrà solo il piacere, godimento fisico, animale, e vi sarà soltanto quello, forse riscattando la consuetudine, lo squallido, l’incrocio statuario dei corpi avvinghiati, come se quella fosse l’unica realtà (o perché quella è l’unica realtà); c’è tutto questo in Davide Galipò, e vi si accede tangenzialmente, leggendo di sottecchi e prendendo tempo: c’è la notte e il suo dolce peso, quando l’umiliazione dei corpi diviene piacere. Ma subito la notte si stinge, l’ombra vibra, si ritira all’incedere del giorno e dei suoi impietosi lumi.

 


Davide Galipò è nato il 18 novembre 1991 a Torino. Nel 2015 ha conseguito la laurea triennale al DAMS di Bologna, con una tesi sulla poesia dadaista nella neoavanguardia italiana. È autore di “ViCoL0 – Giornale in scatola inesistente”, raccolta di poesie visive. Fa parte del gruppo di azione poetica SALINIKA ed è partecipante assiduo di numerosi poetry slam, classificandosi ai primi posti in diverse finali del campionato nazionale indetto dalla LIPS. Attualmente risiede e lavora a Torino, dove frequenta il corso di storytelling e performing arts alla Scuola Holden. La poesia qui pubblicata è tratta da Istruzioni alla rivolta, libretto di prossima pubblicazione che al momento circola clandestinamente tra amici e appassionati; inoltre, è parte di un trittico di componimenti in forma di lettera, assieme a Istruzioni alla rivolta (dedicata a Camus) e a Majakovskij nel bagno, che conclude la raccolta.

Gabriele Stilli
Gabriele Stilli

27 anni, abita a Milano. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e gli effetti si vedono ancora. Si è rassegnato a includere l'arte tra le discipline umanistiche e non nel rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.

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