Ishiguro, Never Let Me Go – Metafora di un’umanità ai tempi del Coronavirus

«Questo romanzo straordinario e, alla fine, spaventosamente intelligente non riguarda affatto la clonazione o l’essere un clone. Riguarda il motivo per cui non esplodiamo, perché non ci svegliamo un giorno e andiamo singhiozzando e piangendo per la strada, buttando tutto a pezzi a causa del senso crudo, esasperante e completamente personale della nostra vita, non essendo mai stata fino in fondo ciò che avremmo voluto.»

The Guardian

Egli sa, ed è ovunque. Ogni aspetto della vita umana, dalla ciclicità dell’esistenza alle accezioni più basse, e logore, dell’animo, viene percepito ed analizzato con estrema lucidità dall’autore. Ishiguro Kazuo, com’è solito firmarsi, è uno scrittore prolifico e possiede una dote innaturale: quella di conoscere chi ruota le viti del mondo.

Dedito già da tempo a romanzi di genere distopico, di ispirazione orwelliana, il novellist Ishiguro nel 2005 porta stupore e sconvolgimento nella critica letteraria. Vede le stampe durante l’anno, infatti, Never Let Me Go, reso in italiano con il titolo di Non lasciarmi, tra i primi romanzi dell’autore, di questo genere, a raggiungere una vasta cerchia di pubblico.

Lo scritto, il cui titolo richiama il noto brano, omonimo, di Judy Bridgewater, precede di quasi 12 anni la premiazione dell’autore durante i Nobel, ed è un romanzo dal retrogusto amaro, ma potente nel trasmettere al lettore un senso di infinita claustrofobia. Scorrendo le pagine si evidenzia, infatti, la condizione esistenziale in cui versano i personaggi, i quali vedranno svanire, nel dipanarsi delle vicende, i propri sogni e le speranze future. Attraverso i temi della memoria, dell’importanza dell’esistere Kazuo Ishiguro ci conduce in un lungo viaggio, tra le terre di un’ Inghilterra futuristica, alla ricerca di un senso, di uno scopo che, nella propria fantasmatica presenza, soltanto tramite l’amore, e gli affetti, si può concretizzare.

Le tematiche del romanzo sono molto attuali inoltre, non solo per il tema, caro al nuovo millennio, del transumanesimo, ma soprattutto perché, attraverso la freddezza delle proprie vicende, fa luce sui sentimenti più reconditi dell’uomo. L’autore ci induce con la forza delle parole, a riflettere sul significato degli affetti, e dell’amore, in un contesto opprimente e limitante. Ed è, quanto mai, di attualità riflettere sull’importanza dei rapporti umani, nonché sulla loro privazione. Si può rintracciare tra i suoi intrecci quindi, un profondo parallelismo con la crisi sanitaria, economica e umana attualmente in atto. Nel suo fatalistico avvento, la pandemia è riuscita a scuotere le nostre coscienze, ponendoci di fronte ad una domanda necessaria: cosa significa, davvero, essere umani?

Cenni sulla trama

Never Let me go ishiguroIl romanzo ci immerge ad Hailsham, un collegio fittizio immerso nelle campagne inglesi, e isolato da resto del mondo. Sotto lo sguardo vigile dei loro tutori, nonché insegnanti, i ragazzi della comunità vivono una giovinezza serena, seppure in apparenza. La consapevolezza della vera natura di quel luogo sarà graduale, così come lo sarà la forza del legame tra la protagonista, Kathy, e i due personaggi a lei comprimari, Tommy e Ruth.

I tre ragazzi si approcciano al collegio, e alle sue peculiarità, in maniera differente: se Kathy e Ruth riescono a saturare le aspettative dei loro tutori, per Tommy non è così. In particolare il ragazzo non sembra possedere, inizialmente, un alto grado di creatività, qualità imprescindibile in quel luogo. Gli studenti vengono istruiti, con costanza, nelle arti, nella letteratura e nella storia, con l’obiettivo di valutarne il potenziale. La valutazione, ad opera di “Madame”, contribuirà ad arricchire la sua galleria con le migliori opere artistiche dei ragazzi.

Un onore che viene riservato a pochi studenti, tra i quali vi è anche Kathy. Nonostante però, il valore artistico viene considerato una “conditio sine qua non” per la buona formazione dell’individuo, ad Hailsham altrettanta importanza viene data alla salute e al benessere fisico. Questo interesse nel preservare la salute degli studenti li porta ad erigere solide regole di comportamento, che, nel contempo, violano la libertà personale del singolo, in favore della sua stabilità fisica.

A discapito degli standard, molto alti, il collegio permette agli studenti di coltivare amicizie, amori e dissapori. Inizialmente ostili infatti, Ruth e Tommy intraprendono una relazione, riuscendo a portarla avanti, nel tempo, seppure tra alti e bassi. La stessa instabilità, inoltre, caratterizza il rapporto dei due con la giovane protagonista e, in entrambi i casi, possiede la medesima origine: Il carattere di Ruth. Egocentrica e prevaricayrice, la ragazza è motivo di continui litigi nel gruppo, incrinando, progressivamente, i loro rapporti. A ciò si somma, come naturale conseguenza, l’ostilità di Kathy data da un amore acerbo nei confronti di Tommy. L’accettazione del sentimento, reciproco, tra i due non è però repentina, essendo parte di un percorso di maturazione personale che procede fin oltre il loro soggiorno ad Hailsham.

Parte del loro percorso di vita, che si rivela pagina dopo pagina, è infatti l’abbandono di quel luogo per raggiungere i cottages. Qui, in questa fattoria, si incontrano ragazzi provenienti da vari collegi, in attesa delle “donazioni”. Da tale frangente in avanti, l’amalgama di informazioni, servite al lettore a sprazzi durante il romanzo, iniziano a prendere una forma precisa, e dei contorni surreali.

Gli studenti, infatti, altro non sono che cloni, cresciuti con l’unico scopo di sopperire alle esigenze biologiche degli esseri umani, loro creatori, mediante il processo delle donazioni. Lontani da Hailsham, i rapporti tra i tre personaggi iniziano a sfumare, piegandosi di fronte alle austerità di un mondo freddo che non riserva loro né una lunga vita, né una felicità. In questo contesto Kathy, a causa di litigi insostenibili con gli altri, sceglie, alla fine, una via alternativa alle donazioni. Decide quindi di abbandonare i Cottages per divenire “assistente”, occupandosi delle necessità dei donatori, prima di diventarlo lei stessa.

Riflessioni sul romanzo

Il mondo ostile in cui la protagonista, Kathy, dovrà vivere è nel contempo dotato di una bellezza che tende a sfuggire alla piega “inumana” degli eventi. La perfezione estetica, ricercata con costanza da Ishiguro, si evidenzia, infatti, nella presentazione dei paesaggi. Vengono così alla luce dei veri e propri Loci Amoeni, inviolati, in cui la mano dell’uomo rappresenta un’increspatura sottile, in un quadro altrimenti perfetto. Nel loro idillio, tali luoghi si accostano più alla narrativa bucolica del primo Thomas Hardy (Far from the madding crowd), che ad autori la cui ispirazione, all’interno del romanzo, è comprovata (Orwell, Huxley).

Tale meccanismo di ricerca del “perfetto”, apparentemente, è voluto per sottolineare la netta separazione ideologica tra le vicende vissute dai personaggi, e il loro mondo. Essi, così facendo, appaiono al lettore nella loro vera forma, e fin da principio. Una forma innaturale, all’interno di un mondo a cui non appartengono, infondo, e a cui non apparterranno mai.

Il romanzo si pone inoltre l’obiettivo, non troppo celato, di essere un compendio di memorie, emozioni, risalenti ad un periodo cupo della storia umana. “Qualcuno ascolta?” ci si domanda scorrendo le dita tra le vicende di Kathy. Una domanda che, forse, trova risposta nella presenza ostinata di analessi e prolessi. Tali tecniche, la cui finalità apparente sta nel sospendere la voce dell’io narrante in un etere indefinito, ci introducono ad un genere narrativo diverso, che per ideologia di fondo si può accostare alla forma espositiva del Diario.

A questo punto, l’analogia con le ben note memorie di Anna Frank verrebbe quasi spontanea, eppure, Ishiguro non si ferma lì. Andando oltre, egli non esaurisce le sue parole nell’esposizione dei fatti, né presenta una critica diretta al sistema distopico in questione. O così almeno può sembrare. Ponendo il giudizio finale nelle mani del lettore, egli lascia ai fatti l’arduo compito di difendere l’importanza della vita umana.

Tra i temi più forti, inoltre, affrontati dallo scrittore, si può citare quello della speranza. La speranza di Ruth di trovare un suo “possibile”, nelle cui origini troverebbe risposta il quesito circa il loro scopo su questa terra. La speranza di Kathy, e di Tommy, di riuscire a sfuggire al sistema mortale delle donazioni tramite l’amore. La speranza, sempre dello stesso Tommy, che imbrigliata nella sua forma carnale risieda un’anima, espettorata dai sentimenti e da l’arte. In tutti questi casi, ad essa viene attribuito il ruolo di Deus Ex Machina. Persino nel momento in cui si rivela nella sua infondatezza, riporta i personaggi all’interno di un perimetro prestabilito.

Costretti a vivere in eterno nella loro, personale, caverna di Platone, Kathy e compagine vengono riportati in una realtà da cui vogliono fuggire a tutti costi. Una realtà che nasce, e si esaurisce, in se stessa, e al cui interno risiedono tutti i desideri auspicabili. In questo modo, i personaggi trovano nelle emozioni, nei sentimenti, e nel tempo, limitato, delle loro esistenze una ragione di vita. La salvezza, tra le righe di Ishiguro, risiede nell’immutabilità di essere umani, nel tepore degli affetti e, in un’ultima istanza, nella speranza di trovare un senso alla vita tramite la vita stessa. Kathy pensa, prova emozioni, quindi, fugacemente esiste.

Coronavirus, l’insegnamento di Ishiguro

Never Let Me GoAll’inizio del terzo decennio degli anni duemila, si abbatte lungo le vie della città di Wuhan, in Cina, una terribile epidemia. Il virus, parente stretto di ceppi, come la SARS (2002-04), già debellati in precedenza, non si presta nel contempo ad un contenimento immediato. Al contrario, il nuovo Coronavirus ( o Covid- 19) riesce, grazie ad un alto grado di virulenza senza precedenti, o quasi, a piegare col tempo tutte le nazioni del globo.

Tra i primi, al fuori del territorio cinese, a sperimentare gli effetti nefasti del virus si possono annoverare Iran, Corea e Italia. La risposta a tale emergenza, soprattutto per via della natura singolare, imprevedibile, del virus, tarda ad arrivare per molti luoghi, senza escludere come concausa, però, delle saltuarie valutazioni errate, o sottostime. A livello nazionale, i paesi colpiti tentano alla fine di disporre delle norme di contenimento, con un occhio puntato al modello reazionario cinese. Grazie ad esse, ci si pone l’obiettivo di arrestare l’inesorabile catena di morti. Una scelta obbligata, ferrea, che limita la libertà del singolo a favore di un bene superiore.

Ciononostante, l’uomo, nella sua individualità, percepisce su di se il peso di tale provvedimento. Costretti ad una salvifica quarantena, i cittadini sono stati sottoposti a un’inedita, e prima di adesso incredibile, perdita della propria indipendenza. Lavoro, affetti, relazioni, tutto viene spinto in una spirale di caos, e soffocato dalla permanenza all’interno delle mura domestiche, nonché, dalla presenza asfissiante di un nemico, il virus, che marcia senza sosta nell’ombra.

A discapito della situazione tragica del mondo esterno, però, è doveroso sottolineare quanto il singolo, nella sua intimità domestica, è stato indotto a delle attente riflessioni sulla propria vita. Nonostante ciò cambi, in realtà, a seconda delle situazioni, e si accentua soprattutto in chi è stato scosso da eventi personali drammatici, nessuno si è mostrato esente dal riflettere su stesso, e sugli altri, alla luce della pandemia.

Nella paura, nell’odio profondo verso un nemico inesorabile, l’uomo è riuscito a ritrovare una parte di se stesso, nascosta nel dipanarsi di una quotidianità accecante. Qualcosa che, tra le righe di Ishiguro, si mostra con lentezza agli occhi dei personaggi. Lo scopo, forse, di un esistenza intera: il sentimento. La mancanza, La morte, sono per l’autore delle costanti intrinseche nella natura umana, e come tali ineluttabili. Non è possibile trovarne un senso, né una via d’uscita. Eppure lo stato dell’essere umano, impotente di fronte ad una forza che gli è superiore, preserva in sé l’essenza stessa del vivere. La sua fragilità lo induce a comprendere quanto siano preziosi gli attimi della vita che, proprio alla luce della loro caducità, acquistano un valore di primaria importanza.

Attraverso le vicende del romanzo, ishiguro ci mostra una realtà diversa, oscillante in eterno tra l’oscurità di un baratro, quello del futuro, e la potente forza delle emozioni e del sentimento, unica via di fuga concessa da un mondo che ha smarrito, oramai, la sua umanità in una corsa incessante verso il progresso. Eppure, sia nel nostro tempo, che nella distopia dell’autore, il finale si mostra aperto. La nostra esperienza, così come la storia di Kathy, Tommy e Ruth, può essere un monito a non smarrire, nel dipanarsi della nostra vita, la strada più importante: la nostra umanità.

 


Le immagini sono tratte dal film Never Let Me Go, di Mark Romanek, diretto nel 2010 e basato sul romanzo di Ishiguro. 

Matteo Di Maio
Matteo Di Maio

Scrittore occasionale e studente di lettere a tempo pieno. Amo il cinema, la buona musica, l'arte e ovviamente la lettura in ogni sua manifestazione. Nel tempo libero e quando i miei impegni me lo permettono, cerco di portare avanti l'altra mia grande passione: la fotografia.