Va tutto bene, Signor Field: un raro connubio tra letteratura e architettura

Nei romanzi, che siano più o meno celebri, letture da spiaggia o grandi pilastri della letteratura, capita spesso di imbattersi in accurate descrizioni architettoniche di abitazioni, cattedrali o ville da sogno. Alcuni luoghi rimangono così impressi nella memoria, diventando vere e proprie icone o entrando nell’immaginario collettivo. Accade di rado, invece, che l’architettura sia il perno attorno cui ruota l’intera storia, come nel caso di Va tutto bene, Signor Field. Il protagonista, il signor Field per l’appunto, si trasferisce in una delle abitazioni sosia della Ville Savoye di Le Corbusier.

Oltre alla Ville Savoye originale, che si trova nei pressi di Parigi, infatti, ci sono altre tre ville ad essa ispirate, una a Canberra, la versione “Ombra”, dipinta di nero, una a Boston, soprannominata la “mini” per via delle dimensioni ridotte del 10% per rientrare nel budget del cliente, e infine la villa del Signor Field, la Casa per lo Studio dell’Acqua di Città del Capo. Mim, sua moglie, si dedicava proprio all’attività suggerita dal nome stesso della casa: studiava l’acqua, analizzava le increspature dell’oceano cercando di comprenderne i misteri e annotandoli su un quaderno. Quando Mim se ne va, Field rimane solo in quella casa dalle finestre a nastro, cercando di tenere insieme i pezzi dello sfacelo che è la sua vita.

Ville Savoye Le corbousier interno
Interno di Villa Savoye (credits: Fernando Leia)

Come si vede nell’immagine in copertina, la Ville Savoye è «un cubo di bianco vivido sollevato dal terreno su dei pilastri», ovvero l’esemplificazione dei 5 pilastri dell’architettura che lo stesso Le Corbusier teorizzò nel 1923 e che rivoluzionarono l’architettura moderna. In particolare, secondo i 5 pilastri, gli edifici devono essere sopraelevati rispetto al terreno; tale obiettivo è raggiunto mediante i pilotis, pilastri in calcestruzzo che sopraelevano la struttura conferendole leggerezza. Devono inoltre includere un tetto-terrazza per permettere all’uomo di godere della natura e finestre a nastro lungo tutto l’edificio, in modo tale da illuminare l’interno e da connetterlo con l’esterno.

Infine, Le Corbusier teorizza la facciata libera, ossia non costruita di muratura con funzione strutturale, e la pianta libera, dove le pareti possano essere posizionate a piacimento. Tutti questi elementi, seppur non esplicitamente enunciati, appaiono nelle descrizioni, strizzando l’occhio al lettore e spingendolo a rivangare nei propri ricordi riguardanti la Storia dell’arte.

In questo suo romanzo d’esordio, Katharine Kilalea riesce a raggiungere la perfetta compenetrazione tra prosa e architettura. Tra le righe, vengono presentate varie idee sull’abitare e sul modo in cui una casa ideale dovrebbe essere: un luogo raccolto, che avvicini le persone che ci vivono, dal momento che la casa può essere intesa come macchina per vivere insieme? Un edificio in cui trionfino le linee nitide e che trasmetta un aspetto aggraziato? Un posto che assorba aspetti di chi la abita? E così via.

Katharine Kilalea va tutto bene, signor fieldLa storia del Signor Field, pianista fallito, che ha utilizzato i soldi del risarcimento per un incidente subito per trasferirsi dall’Inghilterra alla Casa per lo Studio dell’Acqua, è indissolubilmente legata a quella della casa in cui vive, alle finestre a nastro da cui può scrutare l’oceano, alle pareti ormai scrostate e le perdite d’acqua che gocciolano ritmicamente e conciliano il suo sonno. La sua vita è vuota, riempita soltanto in un primo momento dal vuoto lasciato da Mim, e in seguito dai rumori di un nuovo cantiere vicino a casa e dall’ossessione per Hannah Kallenbach, la moglie dell’architetto defunto che aveva progettato casa sua.

Il carattere ipersensibile del protagonista, a cui non sfugge alcun dettaglio anche grazie ad un udito portentoso, da pianista, e lo stato di tormento e perenne sconforto in cui versa, rendono il racconto decisamente introspettivo, e, di conseguenza, a tratti inevitabilmente lento. Tuttavia, grazie alla particolarità della storia e all’originalità delle descrizioni, il romanzo d’esordio di Katharine Kilalea è una lettura assai piacevole. Insomma, specialmente se siete amanti dell’architettura, non perdetevelo, perchè è decisamente unico nel suo genere.

 


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Vittoria Pauri

Alla domanda “Qual è il tuo motto?" non avrei esitazione a citare una frase di Gandhi: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.