Joker: un ribelle

Joker di Todd Phillips

Cosa ottieni se metti insieme un malato di mente solitario con una società che lo abbandona e poi lo tratta come immondizia? Te lo dico io che cosa ottieni: ottieni quel cazzo che ti meriti!

Joker

Viviamo in un’epoca contraddittoria. Un’epoca nella quale aspetto della realtà è sussunto, piegato, prostituito alla logica del profitto. Un’epoca in cui madame la merce (e suo marito: monsieur il denaro) media tutte le relazioni sociali, anche quelle che, apparentemente, meno vi si dovrebbero lasciar sottomettere: i sentimenti, le emozioni, l’arte…

Così (ecco la contraddittorietà!) finisce che invece di essere apprezzato il sentimento, l’emozione, l’opera d’arte… viene banalizzato, involgarito. Diventando una semplice merce tra le merci, volteggiando frenetica nell’interminabile ballo mascherato della compravendita, perde ciò che più la caratterizza (il suo “valore d’uso), si traveste da numero, da prezzo e viene scambiata con tutti le altre merci.

Una volta entrati in questo meccanismo, sentimenti, emozioni, opere d’arte sono soggetti alle implacabili leggi dell’economia. Lo si vede molto bene soprattutto nel caso dei prodotti artistici. Il loro successo o fallimento non dipende dalle qualità intrinseche del prodotto, ma dall’investimento pubblicitario dei produttori, dalla loro capacità di sponsorizzazione, dall’idea che quella merce avrà “un mercato”, ossia permetterà di fare profitto. Tutte cose che con la qualità dell’opera non c’entrano nulla o quasi.

In fondo non stiamo dicendo nulla di originale: usare il successo commerciale come pietra di paragone della bontà di un libro, di un brano musicale o di un film è addirittura pericoloso. Se lo facessimo rischieremmo di esser costretti a considerare, per dirne una, Andiamo a comandare di Rovazzi alla stessa stregua della Nona di Beethoven… Oggettivamente sarebbe assai squallido!

Fotogramma del film JokerE tuttavia ci sono delle eccezioni. Joker, il nuovo film di Todd Phillips, è una di queste. Al di là del successo commerciale, Joker è un’opera d’arte: nasce sul terreno dei rapporti sociali oggi esistenti, li narra, e al tempo stesso li trascende, proiettandosi come opera für ewig[1].

Una domanda si impone spontanea: perché un giudizio tanto positivo?

Per farla semplice, a nostro parere Joker è un’opera d’arte perché non è un film meramente descrittivo. Coglierne la descrittività significa cogliere solo un aspetto, quello fenomenico. Certo, Phillips descrive il percorso psicologico del Joker, tra salti e rotture, ripensamenti e – infine – il crollo. Descrive anche la Gotham del 1981, in piena era Reagan, quella della privatizzazione selvaggia, dei tagli allo stato sociale, della frenesia neoliberista che in nome della libertà[2] ha approfondito la divisione in classi, l’emarginazione sociale e lo sfruttamento.

Ma non c’è solo questo. Anzi, si può dire che non è questo il punto. Il punto è il nesso causale che Philips è in grado di istituire. Meglio. Il nesso esplicativo tra lo sfruttamento e l’alienazione, tra l’emarginazione e il Joker. Ossia la comprensione del processo che mette in discussione i rapporti sociali esistenti.

Certo, il Joker non è un film rivoluzionario. Gli manca il progetto che anima ogni rivoluzione, la prefigurazione di una società alternativa. Ma il primo passo è fatto, il tabù è rotto. Se non possiamo ancora dire che il capitalismo non è l’unica società pensabile, almeno possiamo affermare con certezza che non è più pensabile che il capitalismo sia una società accettabile.

È per questo che l’FBI e il Department of Homeland Security lo considerano un film pericoloso. Perché, con tutti i suoi limiti politici, è in grado di insegnare il diritto alla ribellione.

Joaquim Phoenix, alias Arthur FleckNelle recensioni del film spesso è stata menzionata l’alienazione. La pagina italiana di Wikipedia inizia la sinossi puntualizzando questo aspetto della personalità di Arthur Fleck.

È vero: Arthur Fleck è un alienato. Bisogna però intendersi. Arthur Fleck non è un alienato tanto nel senso di “matto”, di “malato di mente” (lo è e a un certo punto del film lo rivendica anche). Arthur Fleck, però, è un alienato soprattutto nel senso che è oggettivato, espropriato delle possibilità di decidere della propria esistenza. È alienato nel senso in cui Marx usa il concetto di “alienazione”, di Entfremdung.

Un concetto in grado di grattare la crosta dei rapporti sociali capitalistici e di scovarci (sotto l’apparenza dell’ideologia liberista, quella della libertà di cui sopra) l’impossibilità di costruirsi una vita piena, degna di essere vissuta.

È l’alienazione del lavoratore che vende la propria forza-lavoro, che cioè aliena la propria capacità lavorativa e il proprio tempo[3] e perciò non può decidere come, quanto, perché lavorare e produrre.

È il lavoratore che è scisso, separato, alienato dagli strumenti di lavoro e quindi non può decidere come, quanto, perché usarli e produrre.

È il lavoratore che, a causa della separazione dai mezzi di produzione, non possiede e quindi non gode del prodotto del lavoro. Mentre un tempo l’artigiano o il contadino poteva (più o meno) decidere se vendere o utilizzare ciò che aveva prodotto, il moderno lavoratore salariato sa che quello che produce non è suo e non ne può assolutamente disporre secondo la sua volontà. A volte addirittura capita che produce una merce che non può nemmeno comprare con il suo salario. Eppure è lui che l’ha prodotta.

Scena finale del film JokerÈ l’uomo e la donna che, individualizzati, separati e contrapposti ai propri simili (homo homini lupus!), alienati dalla società si trovano schiacciati dalle circostanze: le “leggi sociali”, create dall’essere umano, si ergono come una potenza incontrollabile e ingestibile dall’essere umano. Ciò che l’essere umano crea si autonomizza e domina l’essere umano.

E infine è il cittadino, lo zôon politikòn, colui la cui essenza è l’azione collettiva, che si separa e si aliena in “privato individuo”, che rinuncia alla dimensione collettiva per perseguire i propri interessi particolari.

Joker è l’alienato in tutti questi sensi. È lo sfruttato, l’emarginato che trova nell’azione (alienata e individuale: la violenza del singolo contro “il ricco”, «Kill the rich» è lo slogan) una soluzione alla sua alienazione.

Ma, così facendo, non rompendo cioè con l’individualizzazione della propria esistenza, non risolvendo positivamente l’alienazione in un progetto di trasformazione collettiva dell’esistente, non fa che riaffermare la sua condizione alienata. La soluzione data si mostra falsa, incapace di “fare epoca”.

Joker, lo dicevamo prima, non è un film rivoluzionario. Aggiungiamo ora: nemmeno vuole esserlo. Eppure traccia un solco: quello che dalla jacquerie può portare alla rivoluzione.

Anche per questo, Joker è un’opera d’arte.

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