NIels Moeller Lund, Il cuore dell'impero, 1904

John Montagu, secondo duca di Montagu[1], era a detta di molti una brava persona. Non lo era forse per il filosofo Montesquieu, che fece cadere per scherzo in una vasca da bagno piena d’acqua gelida. E non lo era neanche per il celebre impresario teatrale John James Heidegger, che in occasione di un sontuoso ballo in maschera si vide proprio dal duca crudelmente beffeggiato, per giunta all’augusta presenza di re Giorgio II.

Lo era di sicuro invece per Ignatius Sancho, schiavo africano nato nella stiva di una nave negriera che il duca di Montagu prese al suo servizio educandolo alla musica e alla poesia. Lo era anche per i trovatelli dell’ospedale voluto dal filantropo Thomas Coram, alla cui costruzione sempre il duca contribuì con generose donazioni. Per darvi infine un’idea generale del carattere di questa stramba figura di nobile, appassionato sostenitore delle arti e delle scienze quanto delle burle più grossolane, basti riportare quel che di lui ebbe a scrivere la contessa di Marlborough sua suocera:

Tutti i suoi talenti stanno in cose che sono naturali nei ragazzini di quindici anni, e lui di anni ne ha quasi cinquantadue; far entrare gli ospiti nei suoi giardini e inzupparli con spruzzi d’acqua, invitare persone nelle sue tenute di campagna e poi nascondere nei loro letti polveri pruriginose, e venti altri amene trovate come queste.

(Cit. in Martin C. Battestin, A Henry Fielding Companion, Greenwood Press, London, 2000, p.104)

Sì, va bene, ma che c’entra questo aristocratico gigione con la nostra storia? C’entra perché è proprio a lui che alcuni autori vogliono attribuire la paternità di un particolare scherzo, uno scherzo che per l’astuzia dell’invenzione e lo scalpore che fece per decenni in tutta l’Inghilterra merita ancora oggi di essere ricordato: lo spettacolo del Bottle Conjuror.

Nel corso della seconda settimana di Gennaio del 1749, se aveste aperto uno qualsiasi dei principali giornali londinesi, avreste potuto facilmente imbattervi in una reclame quantomeno bizzarra. Il 16 di quel mese, al teatro di Haymarket, si sarebbe offerto agli increduli occhi della folla un uomo che in mezzo a mille altri trucchi «si presenta a voi con una normale bottiglia di vino che chiunque tra gli spettatori può esaminare; questa bottiglia viene piazzata su un tavolo al centro del palco ed egli (senza la minima possibilità di equivoco) vi entra in piena vista di tutti gli spettatori, e al suo interno si mette a cantare; mentre quest’uomo è all’interno della bottiglia chiunque può prenderla in mano, e vedere chiaramente che non ha nulla di diverso da una normale bottiglia da taverna[2]».

Stampa raffigurante la scena della fuga di Arlecchino attraverso la bottiglia inserita nella pantomima “Apollo and Daphne”.
Stampa raffigurante la scena della fuga di Arlecchino attraverso la bottiglia inserita nella pantomima “Apollo and Daphne”.

Oltre a questo, come se non fosse abbastanza, nell’articolo si assicurava che se qualcuno tra il pubblico avesse voluto vedere l’immagine di un suo caro defunto lo stesso, incredibile uomo avrebbe potuto mostrargliela e permettergli addirittura di conversarvi per qualche minuto. Lo spettacolo sarebbe cominciato alle 18.30.

Nessuna fonte ci dice qualcosa su come lo scherzo fosse stato organizzato. Il duca di Montagu, o chi per lui, si era forse messo d’accordo con l’impresario del teatro di Haymarket per erigere un duraturo monumento alla credulità degli Albionici? O forse anche l’impresario era stato raggirato e aveva comprato a scatola chiusa le prestazioni di un tanto incredibile artista senza mai pretendere di vederlo in azione prima di mandarlo in scena? Non lo sappiamo, così come non sappiamo chi fosse l’eminenza in parrucca grigia che manovrava le fila della burla. Sappiamo solo che il concorso di popolo superò ogni rosea aspettativa: alle 18.30 del 16 Gennaio 1749, tutta Londra smise di fare quel che stava facendo e se ne andò a teatro.

Pochi minuti prima dell’inizio dello spettacolo la testa dell’impresario del teatro fece capolino da dietro il sipario chiuso. La sala era strapiena, non aveva mai visto niente del genere in vita sua. Uomini, donne, vecchi, mocciosi, duchi, baroni, contesse, borghesi occupavano ogni millimetro di spazio disponibile pigiati come aringhe in un barile. Alcuni degli organizzatori erano stati tanto certi della riuscita della serata che avevano pensato bene di sparagnare qualche quattrino in più evitando di ingaggiare i musicisti che spesso avevano il compito di intrattenere il pubblico in attesa dell’apertura del sipario, ma anche così in sala non si poteva sperare di ottenere silenzio: il brusìo ispirato dalla curiosità generale era incontenibile.

Poi, mezz’ora dopo, la curiosità cominciò a mutarsi in impazienza. Il mago in bottiglia non si era ancora visto, e la folla cominciava a rumoreggiare: il pubblico, “senza nemmeno un solo violino a tenerlo di buon umore”[3], si stava scaldando parecchio. Lo stesso impresario, fosse conscio o no della natura dello scherzo, aveva smesso di fregarsi le mani per cominciare invece a lacerarsele a furia di unghiate: i nobili presenti sbuffavano e fischiavano, i rappresentanti del terzo stato urlavano senza troppe cerimonie alternando lagnanze a esplicite minacce.

A quel punto non si poteva certo uscire allo scoperto per annunciare solennemente agli spettatori che erano stati coglionati alla grande, se si voleva evitare l’immediato smembramento del personale del teatro. Bisognava agire con prudenza, e fu così che un povero inserviente fu mandato sul palco ad assicurare con una vocina un po’ tremula che, qualora il prestigiatore non si fosse presentato, il costo del biglietto sarebbe stato rimborsato a tutti. Dalla folla si alzò in piedi un simpaticone che gridò in risposta: Se pagassimo il doppio, state tranquillo che quell’uomo entrerebbe anche in una bottiglietta da mezzo litro!»

John Montagu
John Montagu

Era troppo tardi: il pubblico aveva pagato per vedere l’uomo in bottiglia, e il pubblico doveva avere il suo uomo in bottiglia. Nei minuti successivi la situazione degenerò; nessuno ebbe più la faccia di mostrarsi sul palco e le urla di scontento si moltiplicarono per tutta la sala. Parecchi spettatori, resi scaltri da un’assidua frequentazione dell’ambiente teatrale, capirono l’antifona e se la filarono alla chetichella “perdendo chi un mantello, chi un cappello, chi una parrucca e chi persino la spada”[4]. Quelli rimasti resistettero ancora per poco, finché un certo giovane gentleman afferrò una candela accesa e la lanciò sul palco: a quel punto si scatenò il pandemonio.

Subodorando la colossale fregatura, popolani e borghesi diedero l’assalto al palco e ridussero il sipario a brandelli. Dalla platea presero a volare scarpe e sedie, mentre i più incrudeliti si armavano di bastoni e pezzi di legno e si preparavano a menar le mani. Furono subito chiamate le guardie, ma il loro intervento servì a poco: in preda a una frenesia parossistica, la folla devastò completamente il palco scardinandone le assi.

I costumi conservati in magazzino vennero rubati o bruciati, le scene strappate; sedie, assi di legno e panche furono gettate fuori dalla sala e ammassate davanti al teatro. Qualcuno accese una fiaccola e appiccò il fuoco all’assortito mucchio di ciarpame: berciando ogni sorta di maledizione gli invasati alimentarono il falò con tutto quel che fino a quel momento era scampato alla devastazione. Infine, un pezzo del sipario fu annodato a un palo e messo a sventolare a mo’ di bandiera.

La storia del Bottle Conjuror non fu mai veramente dimenticata: stampe, canzoni, poesiole ne tramandarono il ricordo per almeno un secolo. Per qualche tempo, subito dopo la rivolta nel teatro di Haymarket, non si parlò d’altro. Per le strade fu tutto un fiorire di disegni e stampe che raffiguravano uomini in bottiglia, e persino nelle commedie e nelle pantomime le scene che comprendevano improbabili fughe dal palco attraverso una bottiglia fecero schiattare di risa il pubblico.

Tutti risero, ma tutti risero perché non erano lì. Così come noi oggi possiamo ridere di tutto questo solo perché nel 1749 non eravamo ancora nati e non potevamo rischiare di cadere nello scherzo del duca di Montagu, se pure ne fu davvero lui l’autore. Ma signori miei, non ridiamo troppo. Perché se invece nel 1749 fossimo stati già al mondo io non vorrei certo rischiare la mia mano, e non la metterei sul fuoco per giurare che non ci saremmo tutti incontrati nell’atrio dell’Haymarket Theatre, verso le 18.30 del 16 Gennaio.

 


In copertina: NIels Moeller Lund, Il cuore dell’impero, 1904

Federico Franchin
Federico Franchin

È nato a Monza nel 1991 e da allora vive a Senago, nel Milanese. Cresciuto in mezzo ai libri, ha una spiccata tendenza ad interessarsi a scrittori e musicisti giudicati minori o semisconosciuti, convinto com'è che anche a loro faccia piacere sentir pronunciare il proprio nome, ogni tanto.

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