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Presto imparai ad abbassare lo sguardo

È così impalpabile Io sono Una. Frasi scarne, semplici, un po’ didascalie, un po’ appunti, considerazioni. Quelle frasi che metti lì in un discorso, mentre stai facendo altro, mentre sei sovrappensiero e intanto parli. Quelle frasi appese, aeree come dei balloons. Doveva venir fuori per forza una graphic novel. Tutta quell’aria, tutto quell’inespresso potevano emergere solo con grandi campiture di bianco e di nero, e queste nuvolette.

È una ragazzina come tutte le altre, Una. Una ragazzina con la sua chitarra, i suoi sogni, le sue prime impressioni del mondo. Aspettiamo di conoscerla, di capirla, sfogliando pagine di alberi e figure. Le nuvolette appaiono qua e là, come se a parlare fosse uno spirito, una coscienza priva di corpo:

Cosa vi posso raccontare? Be’… Una volta ho imparato a suonare Mull of Kintyre alla chitarra. Gli altri ragazzi mi prendevano in giro. Ma io pensavo davvero che fosse una bella canzone! Era il 1977. La maggior parte dei miei coetanei era in fase punk, o ska, anche se avevano solo dodici anni, quindi ero proprio fuori tempo. Era una strana epoca musicale.

Le parole sono molto distanti tra loro, come se fossero dette a fatica. Le pagine diventano man mano più scarne, bianche, e i disegni si fanno maggiormente metafisici. «Adoravo Val Doonican. C’era una sua canzone che s’intitolava Walk Tall. Mi diceva di camminare dritta e di guardare il mondo dritto negli occhi. Ed era quello che cercavo di fare. Presto imparai ad abbassare lo sguardo».

Io sono Una

“Presto imparai ad abbassare lo sguardo”

1975, Yorkshire. Un anno duro, il ’75, per lo Yorkshire. I fatti del mondo arrivano attutiti nella contea inglese, ma c’è una storia che sta prendendo forma, e di cui Una sentirà parlare per molti anni a venire:«Il 5 luglio, qualcuno con un martello e un coltello aggredì in una stradina una donna trentasettenne di Keighley. Sopravvisse. Il 15 agosto, qualcuno con un martello e un coltello aggredì per strada una quarantaseienne di Halifax. Rimase ferita in modo serio. E il 27 agosto, qualcuno aggredì in una stradina sterrata di Silsden una quattordicenne, ferendola gravemente». Accadono molte cose in quell’anno, nello Yorkshire. Un’ereditiera adolescente viene ritrovata uccisa sul fondo di un canale di scarico; una ragazzina undicenne viene ritrovata, stuprata e uccisa, nella brughiera vicino a Ripponden. Qualcuno, sempre con un martello, uccide una donna a Leeds. 

«Il 1975 fu un anno intenso anche per me. È l’anno in cui incontrai un uomo che mi disse di chiamarsi Damian. Fu l’inizio di una calda estate…» Una non fa parola con nessuno di questo Damian, di chi sia, di cosa abbia fatto con lei. I genitori sono altrove, hanno altri problemi. Addirittura Una ha una sorella senza saperlo. Non è una famiglia particolarmente disastrata, quella di Una: è una normale famiglia dello Yorkshire degli anni settanta. Una non ha altra scelta che seppellire dentro di sé quel fatto. «Cercavo di essere una brava bambina». 

E non è l’unico. «Circa un anno dopo, mentre giocavamo, ci trovammo davanti due ragazzi grandi, ci fecero sentire molto adulte. Pensai che ci saremmo baciati! Fantastico! Un uomo adulto era interessato a me! Mi resi subito conto… che non avevo capito bene la situazione». Uno di questi si chiama Terry.

Io sono Una copertina

Sarebbe molto più facile se la prossima volta mettessi una gonnna. 

Sì, mi ha detto così. 

Ci vorranno anni ad Una per rendersi conto di essere stata vittima di stupro. L’apparente dolcezza con cui Damian e Terry si sono avvicinati a lei li rendevano diversi da quegli uomini sui giornali che uccidevano e violentavano. Sapevano come tranquillizzarla, come conquistare la sua fiducia. Non l’hanno aggredita, e lei non poteva immaginare nulla di male. Di queste cose non si parlava mai ai bambini, se non con con «vaghi avvertimenti su sconosciuti e caramelle». Ma, di caramelle, nemmeno l’ombra. 

Da questo momento in poi, comincia per Una una diversa esistenza. In un primo momento non si rende conto di quello che è successo, ha semplicemente paura. Una paura irrazionale, una paura infantile. Ha paura di qualcosa, qualcuno che la possa rapire, la notte. Qualcuno che la stia spiando. Il suo corpo cambiava, come una crisalide. 

Forse pensate che io abbia rinunciato alla mia intimità per quello che mi è successo, ma non succede quasi mai così. I bambini non razionalizzano le cose allo stesso modo degli adulti. […] Quando qualcosa dentro di te si rompe, le tue difese non funzionano più molto bene, e quelli che intendono farti del male lo fiutano subito. Scoprire che non sei al sicuro nemmeno nel tuo corpo è profondamente traumatico, purtroppo…  

Difficile esprime re il concetto in maniera più sintetica e chiara. Forse è questa la caratteristica straniante della graphic novel: frasi dirette, quasi asettiche, incorniciate in baloon e disegni che le trasformano, facendole entrare direttamente dentro di noi. Il punto è questo: da un lato l’avvenimento è annichilente per la ragazzina, dall’altro però le ha fatto scoprire qualcosa di completamente nuovo, e che quindi sente di esplorare, e di conoscere meglio. È esattamente in questo modo che la bambina inizia a scavare una trincea tra sé e la società, che non la capisce e la colpevolizza sempre di più. La ragazzina sarà vittima di altri uomini, fino a convincersi di essere lei il problema, di essere irrazionale, squilibrata. Per gli adulti è una ragazzina strana, incomprensibile, “problematica”; per i suoi coetanei, è semplicemente una «troia». 

Nel frattempo, gli omicidi di donne aumentavano, e probabilmente la mano era sempre la medesima. Si incomincia quindi a parlare di un misterioso «squartatore»,. Non si sa come, ma tutte le donne che uccideva venivano in qualche modo etichettate come prostitute. Fra i ragazzi, lo squartatore riscuoteva quasi più successo che riprovazione, e non erano rari gli scherzi, le canzoncine e lo humor macabro; oggi ci avrebbero sicuramente fatto dei meme. Dietro lo «squartatore» c’è tutta una società che lo sostene, che l’ha nutrito fino a un momento prima, che continua, velatamente, ipocritamente, contraddittoriamente, a nutrirlo. 

Io sono una

“Perché le cose brutte non succedono alle persone buone”

Sebbene vi fossero anche dei movimenti di protesta, delle lotte, il sentimento comune era molto più tiepido nei confronti dello squartatore. Certe cose non succedono se non te le sei andate a cercare: questa era la mentalità dominante. Ed è evidente, a questo punto, come le due cose, la cronaca giornalistica e la vicenda personale di Una, si intreccino: le cose ti succedono perché sei una puttana, una troia. Alle persone buone queste cose non succedono. 

Certo, si può pensare che quella fosse la mentalità retriva dello Yorkshire degli anni settanta. Oggi siamo persone moderne e non la pensiamo più così. Ma allora, si chiede Una, come mai nel Regno Unito viene condannato solo il 39% dei processati per crimini di violenza contro le donne? Il dato è parecchio inferiore rispetto agli altri crimini. Inoltre, sempre nel Regno Unito, gli stupri sulle donne hanno un tasso di condanne inferiore a quello degli uomini. 

E poi c’è l’oceano dei crimini sessuali non denunciati. 

Io sono una

“Nel 2012 due delle motivazioni più comuni per non aver denunciato le violenze sessuali più gravi erano: la vergogna e l’idea che la polizia non potesse fare molto”.

Il peso che Una si trascina sulle spalle è come un grande balloon bianco. È un vuoto che pesa. È la sua condizione di sopravvissuta. Se, infatti, da un lato molti colpevolizzano la vittima, altrettanti la compatiscono, la cristallizzano nel suo ruolo di vittima: qualcuno che sì, è sopravvissuto, è ancora vivo, ma è irrimediabilmente spezzato. Quello che le è successo è così inconcepibile che non vi è rimedio. Sarà sempre una vittima. 

Per potersi lasciare alle spalle i ripetuti stupri, Una, che esiste davvero ed è l’autrice della graphic novel, si è dovuta trasferire dove nessuno la poteva conoscere, e, afferma, ancora adesso il suo passato a volte torna a trovarla, «perché la gente ama le storie intriganti».

È un libro struggente, carico di domande, che lascia un enorme senso di vaghezza e di tenerezza poetica. Racchiude in sé una vita, senza una sola parola retorica. Senza essere in nessun momento un’opera militante. Anche nelle sue parti più dure, vi è sempre il segno di una mano carezzevole. Di una mano che non si rivolge soltanto alla grande massa di chi non ha mai subito violenza, ma anche a chi ha subito violenza, per dire che lo stupro non è, non deve essere un marchio indelebile. Che ci si può alzare, non si può vivere il resto della propria vita sentendosi marci dentro per colpa della brutalità altrui.

Io sono Una non indica una via d’uscita. Non la indica nel coraggio, nel dover essere una “vittima forte”. Nessuno ridarà Una com’era prima degli stupri che ha subito; nessuno le ridarà indietro la sua parte orribile di vita. Eppure, se c’è una via d’uscita, questa la si trova, forse, negli alberi che popolano il libro, storti nodosi, fitti fitti di rami bassi a toccare terra; alberi tristi, spogli, pieni dei loro segni di dolore, eppure vividi di una luce inaspettata. 

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.