Una femmina può – altroché! – fare la scrittrice

Copenhagen veduta

Nell’articolo di oggi vorrei riportarvi alla vostra infanzia, alla percezione di voi stessi che avevate in quel periodo e ai pensieri che affollavano la vostra mente. Lo farò raccontandovi della mia ultima lettura, Infanzia di Tove Ditlevsen, un piccolo capolavoro appena pubblicato per la prima volta in italiano da Fazi editore. Il romanzo, di ispirazione autobiografica, è il primo volume della trilogia di Copenaghen.

Chi racconta è appunto Tove, una bambina cresciuta negli anni Venti-Trenta in un quartiere operaio di Copenaghen, che narra la sua infanzia, percepita inizialmente come una bara stretta e lunga, da cui non si può uscire da soli, come una condanna che sembra durare un’eternità. L’agognato traguardo della cresima, al compimento del quattordicesimo anno, che segna l’inizio dell’età adulta, le sembra lontano e irraggiungibile.

L’infanzia di Tove è segnata dalla lotta incessante per ottenere l’amore e il compiacimento della madre, irascibile e inavvicinabile, con cui intrattiene un rapporto altalenante e spesso doloroso. Crescendo, la bambina si rende conto di dover indossare svariate maschere per compiacere i genitori, il fratello, e persino l’amica del cuore Ruth. Anche a scuola deve sforzarsi di apparire stupida, per non essere presa di mira e rimanere nell’anonimato. Tove finge di non conoscere tutto ciò che sa sulla vita, imparato dalla precoce Ruth, dalle chiacchiere sussurrate dei genitori nella camera dove dormono tutti insieme, dalle dinamiche degli adulti. Deve fingersi insignificante e ingenua, quando la sua mente è piena di pensieri lucidi e maturi per una bambina e di ghirlande di parole meravigliose.

Tove prova infatti l’impulso intrattenibile di mettere per iscritto le parole che le passano per la mente. Il quaderno di poesie è ciò che di più prezioso possiede, e viene custodito gelosamente per paura che la madre lo bruci o che qualcuno si prenda gioco di lei.

Veduta di Copenhagen
Veduta di Copenhagen nei primi del Novecento

Durante la narrazione ricorrono spesso riflessioni sul linguaggio, che è estremamente diverso nel lessico famigliare dei suoi genitori, nel linguaggio osceno delle sue coetanee, nelle ingiurie degli adulti.

Trovo ripugnante il lor frasario, fatto di parole e locuzioni ruvide e grevi, sempre le stesse, il cui significato non copre mai le loro esigenze comunicative.

Più è immersa in questo linguaggio limitato e spesso scurrile, più si sviluppa dentro di lei qualcosa di ritmico e lenitivo, che trasforma poi in versi, che sono un unguento che lenisce i suoi patimenti.

Scrivevo poesie d’amore all’uomo della luna, a Ruth, o a nessuno in particolare. Mi sembrava che i miei versi coprissero le crepe della mia infanzia, come pelle nuova e bella sotto una crosticina non ancora staccatasi dalla ferita.

Fin da quando è piccola, Tove sogna di pubblicare un libro e di meravigliare le persone, mostrando loro come anche una femmina possa fare la scrittrice. Non osa però rivelarlo a nessuno, perché nessuno la prenderebbe sul serio, considerando il suo desiderio un’irrealistica frivolezza.

Infanzia Tove Ditlevsen

Man mano che la cresima si avvicina, a Tove l’infanzia sembra più felice, rassicurante e luminosa, e ciò che verrà dopo appare terribilmente ignoto.

Ciascuno di noi, leggendo, potrà immedesimarsi nel resoconto dell’infanzia dell’autrice, nel processo di formazione, rammendando episodi simili a quelli che vive Tove e le sensazioni che prova. Si dice spesso che quando si è adulti ci si dimentica di essere stati bambini; eppure, Infanzia farà tornare a galla molti ricordi, rendendoci più consapevoli del numero impressionante di esperienze dei nostri primi anni che rimangono incollate a noi per il resto della vita.

Appena finito questo libro di poco più di un centinaio di pagine, ho capito perché è definito un capolavoro, e perché Tove Ditlevsen sia paragonata alla mia amata Annie Ernaux. Se anche voi amate i romanzi familiari, la prosa delicata intrecciata a poesia, l’introspezione e le riflessioni esistenziali, non posso che raccomandarvi caldamente questo romanzo come vostra prossima lettura. Sono certa che non ve ne pentirete.

Mio padre mi ha dato la buonanotte ed è tornato al calduccio del soggiorno, e i vestiti ammucchiati dietro la porta hanno smesso di farmi paura. Alzo lo sguardo verso la mia stella della sera, che è come l’occhio benevolo di Dio, che vigila su di me e mi è più vicino che di giorno. Prima o poi metterò per iscritto tutte queste parole che mi passano attraverso. Prima o poi altre persone le leggeranno in un libro e si meraviglieranno nel vedere che una femmina può – altroché! – fare la scrittrice.

 


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Vittoria Pauri

Alla domanda “Qual è il tuo motto?" non avrei esitazione a citare una frase di Gandhi: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.