Storie di Stati e Imperi

Sul fascismo – Parte IV

Le elezioni europee si avvicinano e, pare, si avvicina anche la vittoria dei partiti di estrema destra. La crescita elettorale delle formazioni che si richiamano più o meno apertamente al nazionalismo e al fascismo (maldestramente camuffate sotto l’etichetta di populismo) fa tornare prepotente nel dibattito pubblico l’esistenza dello Stato-nazione.

Qualcuno se n’è stupito. Qualcun altro ha annunciato che lui (lui!) l’aveva previsto, che questa è una reazione fisiologica alla globalizzazione, che il fatto di averne tanto incensato le «magnifiche sorti e progressive» ha avuto come conseguenza inevitabile che, appena i nodi sono giunti al pettine e la società è entrata in una fase di crisi, sono riemersi fantasmi di un tempo andato. Qualcuno invece ha fatto spallucce, convinto che la ruota della storia non gira mai all’indietro.

Come sempre in questi casi le questioni sono più complesse di quanto non sembrino, e le prospettive semplicistiche non aiutano a dirimerne i problemi. Per comprenderle è necessario adottare uno sguardo più olistico, fare un passo indietro e procedere con ordine.

Scriveva Lenin nel 1916:

Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l’esportazione di merci; per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli è diventata caratteristica l’esportazione di capitale[1].

Iniziamo dall’ultimo termine: “capitale”. A prima vista il capitale è la ricchezza in generale. Questo è anche il significato comune della parola: «Cavolo, ieri sera ho speso un capitale per andare a cena fuori».

Denaro quindi: «dolce regicida, nobile strumento di discordia fra figlio e padre!» come lo definì Shakespeare. Ma di per sé il denaro (battute di uso comune a parte) se non viene investito non è capitale: è un tesoro accumulato “per tempi migliori” o per essere speso in beni di consumo (la cena fuori, l’automobile nuova…).

Per essere capitale, il denaro deve venir anticipato in un’attività produttiva. Quindi macchinari, edifici, salari…: tutto ciò che serve a rendere quel denaro produttivo di altra ricchezza. Una ricchezza maggiore di quella iniziale (altrimenti l’investimento è inutile o peggio controproducente).

Convertire denaro in merce: è questo il primo passaggio dell’attività produttiva in una società dominata dal modo di produzione capitalistico.

In questa conversione il denaro non acquista solo oggetti, cose, ma anche una capacità fondamentale: la capacità di “comandare il lavoro altrui”, di dire a qualcuno «Fa’ questo, in questo modo, per questo tempo». Tra le merci acquistate c’è infatti la forza-lavoro: la disponibilità (e capacità) di un individuo di lavorare.

Il capitale allora non è né il semplice denaro né l’insieme delle merci. Con “capitale” si deve intendere innanzitutto una relazione sociale fondata sull’utilizzo della forza-lavoro da parte di chi anticipa i mezzi di produzione.

O, detto in altri termini, con “capitale” si deve intendere un rapporto sociale nel quale le forze produttive non si sviluppano secondo i bisogni degli esseri umani, ma secondo l’imperativo di creare ricchezza, sempre maggiore ricchezza, in una crescita vorticosa verso l’infinito e oltre.

Cosa significa allora l’affermazione di Lenin? Significa che la fase del capitalismo che l’autore di Imperialismo analizza, e che definisce “imperialismo”, è caratterizzata dall’esportazione di forze produttive caratterizzate da determinate forme di relazione sociale: forme che si sostanziano nel rapporto di subordinazione della forza-lavoro dinnanzi al capitale.

In altre parole, poiché produrre in un determinato Paese non è più economicamente vantaggioso, si esporta l’attività produttiva all’estero, in un Paese dove il tasso di profitto medio è superiore. È il principio della delocalizzazione.

 

Lì si compra forza-lavoro locale e si entra così in concorrenza con i capitali locali. Non più soltanto sul piano della distribuzione delle merci, ma della stessa possibilità di produrre. Questo fa la differenza.

La delocalizzazione infatti potrebbe essere in teoria del tutto pacifica se non fosse che, in una società dominata dal modo di produzione capitalistico, un Paese che ha un “comparto produttivo” sviluppato è un Paese forte sul piano politico, in grado di dettare legge su altre nazioni.

In altre parole, in una società dominata dal modo di produzione capitalistico giunto nella fase dell’imperialismo, gli interessi economici e quelli politici si intrecciano a tal punto che divengono inestricabili e lo Stato diviene la corazza armata dell’impresa.

Per uno Stato diventa necessario, anzi fondamentale, proteggere i propri capitali e il tentativo che di colonizzare i mercati esteri. Vien facile comprendere come in una dinamica del genere, in cui ciascuno Stato è per sé e nessuno per tutti, il conflitto commerciale è inevitabile e, spesso, prelude il conflitto militare, che esso sia su scala locale oppure mondiale.

Ecco allora che emerge il nodo gordiano del problema. Da un lato la società è spinta verso «l’estensione spaziale del capitale a livello di un mercato mondiale “senza frontiere”[2]» e dall’altra ha comunque la necessità di organizzare gli spazi e i territori secondo una logica statuale forte.

E non solo perché nella lotta tra i capitali concorrenti, il singolo capitale viene protetto e garantito da quest’istanza superiore che «detiene il monopolio dell’uso legittimo della forza», ma anche perché lo Stato si fa garante del mantenimento dei rapporti sociali esistenti.

Non solo quindi una funzione politica all’esterno dei propri confini, ma anche all’interno, dove ogni spinta al cambiamento viene inibita o, più prosaicamente, repressa.

Sia questa una spinta politica al cambiamento (una spinta rivoluzionaria o anche solo in grado di mettere in discussione l’esistente), sia invece una messa in discussione frutto delle stesse dinamiche innescate dal processo di autovalorizzazione del capitale.

È questo il caso, ad esempio, dei fenomeni migratori. Da un lato sono il frutto delle politiche di saccheggio e di guerra per il profitto[3] (ultimamente anche delle conseguenze del cambiamento climatico), dall’altro i migranti che riescono ad arrivare in Occidente vengono sfruttati, criminalizzati e repressi proprio in quanto migranti, cioè “diversi”.

Questa contraddizione tra un ampliamento dei processi di valorizzazione e la permanenza di una territorializzazione statuale non giace inerte, produce a sua volta momenti di rottura, di scarto, di crisi.

È il caso dell’epoca che stiamo attraversando, nella quale questa dialettica esplode e si producono fenomeni che, se non vengono inquadrati nella più ampia dinamica che abbiamo tratteggiato, restano inspiegabili: le migrazioni appunto, il diffondersi di guerre i cui soggetti coinvolti sono direttamente o indirettamente legati alle cosiddette “superpotenze” (Siria, Libia, Ucraina…), ma anche – e torniamo al punto da cui siamo partiti – il riaffacciarsi prepotente del nazionalismo e del fascismo.

A questa contraddizione tra territorializzazione del capitale e sua estensione su scala mondiale non c’è spazio per una risposta parziale (che di per sé si dimostra falsa). Né per le lodi sperticate al libero mercato che, taumaturgo di tutti i mali, dovrebbe ergersi a garante di una pace che è il primo a mettere in discussione. Né per un ritorno a una mitica «difesa dell’inviolabililtà del suolo patrio», che non risolve la contraddizione e si limita ad essere semplicemente la miccia che fa esplodere la guerra.

Come tutti i nodi gordiani anche questo si può sciogliere solo tagliandolo. Cioè solo risolvendo il problema alla radice.

Abbiamo detto che il capitale è una relazione sociale, e che si fonda sulla subordinazione della forza-lavoro. Risolvere il problema alla radice significa eliminare tale subordinazione e con ciò eliminare il capitale.

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