La conquista di un regno: il leone nel medioevo

Storie di animali nel medioevo IV

Come mai ci sono così tanti leoni nelle chiese medievali?

È una domanda che mi sorse spontanea mentre passeggiavo col buon Luigi. Eravamo a Pavia. Aveva appena smesso di piovere quando ci fermammo ad osservare la facciata della chiesa di San Michele, una delle più belle che mi sia mai capitato di osservare, colma com’è di bestie e ghirigori fantastici ormai evanescenti.

In realtà, spesso, quello che riconosciamo come un leone nelle chiese romaniche o gotiche sparse in Europa non è il grande felino africano ma più probabilmente una bestia generica, un mostro fantastico che richiama l’idea di leone ma non esclude quella di felino. Nel medioevo, comunque, non era difficile incontrare un leone; poterlo osservare, anzi, non era affatto un evento eccezionale, come potrebbe esserlo oggi.

Infatti, sebbene allo stato selvaggio il leone sia scomparso migliaia di anni fa dal vecchio continente, questo invase dal XII secolo ogni ambito della vita quotidiana dell’uomo medievale che poteva incontralo da per tutto: in chiesa per le strade nei libri. Dipinto, scolpito, modellato, ricamato, tessuto, descritto, raccontato, pensato, sognato, il leone diviene il re del bestiario e dei serragli principeschi rubando il trono all’antico re della foresta: l’orso.

Le tradizioni e le simbologie medievali del leone sono eredi delle tre grandi culture che hanno plasmato l’Occidente cristiano, ovvero quella biblica, greco-romana e barbarica.

Leone sulla porta del Duomo di Pisa (credits: Gerrge Stelligwerf)

Leone sulla porta del Duomo di Pisa (credits: George Stelligwerf)

In età biblica il leone viveva ancora in Palestina: era un leone più piccolo del suo cugino africano, un razziatore di bestiame che compare spesso nella Bibbia, dove viene sottolineata la sua forza. Sconfiggerlo era un’impresa e di conseguenza tutti i re o gli eroi dotati di grande forza venivano paragonati a un leone. Dal punto di vista simbolico, però, era una bestia ambigua: crudele, astuto, nocivo, empio, il leone può incarnare le forze del Male e questa seconda lettura vale sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento. Allo stesso tempo esiste però anche una versione buona del leone, il cui ruggito esprime la parola di Dio, che viene adottato come emblema della tribù di Giuda, la più forte di Israele.

Per i romani i leoni sono delle attrazioni nei giochi del circo, per i quali li fanno venire sia dall’Africa del Nord che dall’Asia Minore. Molti autori latini ne parlano, assegnandogli una sorta di primato d’onore su tutti gli altri animali. Nessuno lo definisce comunque il re degli animali: il primo a farlo, anche se con una sfumatura diversa, è Isidoro di Siviglia, che lo definisce “principe di tutte le bestie feroci”.

I celti, invece, non conoscevano il leone e rimasero per lungo tempo impermeabili alle tradizioni mediterranee e mediorientali. Per loro il re era l’orso. I germani, infine, si mostrarono più permeabili a queste tradizioni, tanto che accolsero il leone abbastanza presto, anche in ragione della criniera del felino che ricordava l’abbondante capigliatura dei re barbari, inequivocabile segno di forza e di potere.

Nella simbologia cristiana dell’alto medioevo il leone era ancora una bestia ambivalente. Agostino lo aveva condannato e così avevano fatto anche tutti gli altri Padri della Chiesa, per i quali era un animale diabolico. Le sue fauci erano come l’abisso dell’Inferno, lottare contro di lui era come lottare con Satana, sconfiggerlo era un traguardo che potevano raggiungere solo i più grandi eroi.

Miniatura dal Bestiario di Northumberland, 1250-1260, opera di un miniatore sconosciuto.

Miniatura dal Bestiario di Northumberland, 1250-1260, opera di un miniatore sconosciuto.

Alcuni autori però, come Ambrogio o Rabano Mauro, riconobbero nel felino una dimensione cristologica in quanto dominus bestiarium.

Inoltre, dal II secolo d. C., nella tradizione favolistica mediorientale, viene presentato come re di tutte le bestie (non ancora degli animali) dai connotati decisamente positivi sino ad arrivare nel XII secolo, nei rami più antichi del Roman de Renart, con la figura del Re Noble, a vestire i panni del re virtuoso degli animali.

Ma fu soprattutto grazie ai bestiari che il leone acquisì del tutto una dimensione cristologica: il leone che cancella con la coda le proprie orme per sviare i cacciatori è Gesù che ha nascosto la sua origine divina incarnandosi nel seno della Vergine per ingannare il Diavolo; o, ancora, il leone che con il suo respiro restituisce la vita, dopo tre giorni, ai suoi piccoli, è l’immagine stessa della resurrezione[1].

Una volta giunti a ciò però si pose un enorme problema ai teologi, ovvero come eliminare i lati negativi della bestia, un problema che durò a lungo tenuto conto anche non solo dell’autorità esercitata dalla Pagina Sacra ma anche dall’importanza di autori come Sant’Agostino che si erano scagliati contro il felino.

La soluzione fu trovata tra XI e XII secolo quando venne creato il leopardo, figlio dell’amore incestuoso tra la leonessa e il pardus (una pantera?) sul quale vennero concentrate tutte le caratteristiche negative del leone. Questo cambiamento ha lasciato un segno profondo nella scultura architettonica di quei secoli: se, infatti, quasi tutti i leoni del romanico sono negativi, così non è più nel gotico perché vengono sostituiti dal fratellastro cattivo.

Affresco nella chiesa di Burgos, Spagna, oggi al Metropolitan Museum di New York, di epoca duecentesca

Affresco nella chiesa di Burgos, Spagna, oggi al Metropolitan Museum di New York, di epoca duecentesca

La consacrazione del leone, oltre che a passare attraverso la nascita e l’enorme diffusione dell’araldica – di cui magari ci occuperemo in un’altra occasione – si riconosce anche nelle opere d’arte quali miniature e affreschi e, nello specifico, nella sua presenza alla testa del corteo di animali che entrano nell’arca di Noè (o vi si trovano già sopra).

Questo soggetto iconografico è particolarmente interessante perché mostra un bestiario accuratamente selezionato che forma una sorta di serraglio ideale che muta nel corso dei secoli. Ciò avviene perché il passo della Genesi dedicato al Diluvio universale rimane molto generico: in sostanza non viene nominata nessuna specie; ciò consentiva agli artisti e ai rispettivi committenti di scegliere gli animali da raffigurare.

Tra il IX e il XIII secolo le immagini dell’arca fluttuante sui marosi del Diluvio non sempre mostrano animali identificabili anche se, quando lo sono, l’orso e il leone sono sempre presenti. A questi spesso si accompagnano altri quadrupedi, come cinghiali o cervi, perché più rispondenti al concetto di animale che si aveva nel medioevo rispetto alle bestie domestiche come capre o vacche. Spesso gli animali rappresentati sono quattro o cinque e tra questi si contano quasi sempre i due re. Solo a partire dall’epoca feudale l’orso comincia a cedere il passo al leone, quest’ultimo sovrano riconosciuto, il plantigrado ormai considerato un esempio di vizi e peccati.

Il sostituirsi del leone con l’orso come re degli animali fu un fenomeno di lunga durata che vide nel XII secolo il suo momento cruciale, almeno nel vecchio continente. Inequivocabile testimonianza della vittoria del primo sul secondo la troviamo, inoltre, nelle dissertazioni teologiche sul martirio vergate da Onorio Augustodunensis, autore poligrafo di cui non sappiamo quasi nulla.

Scultura del Castello di Heidelberg (credits: Hughes Songe)

Scultura del Castello di Heidelberg (credits: Hughes Songe)

In due opere dell’inizio del XII secolo Onorio parla di coloro che venivano divorati dalle belve: in che modo i corpi dei suppliziati, fatti a brandelli, potevano ritrovare la loro integrità alle soglie della vita eterna? Argomento di difficile soluzione, già peraltro dibattuto dai Padri della Chiesa, aveva attraversato i secoli dell’alto medioevo giungendo appunto sino ad Onorio che, nel suo Eulucidarium (1105) ne parla facendo diversi esempi.

Onorio comincia con l’esporre il caso di un uomo sbranato da un lupo: dato che le due carni si mescoleranno è lecito chiedersi cosa accadrànel giorno del Giudizio: la carne umana e quella del lupo si separeranno? Il corpo dell’uomo ritornerà integro? Onorio non dà una risposta o, meglio, per far comprendere l’importanza del problema da lui sollevato si spinge oltre e si chiede cosa possa accadere se il lupo venisse mangiato da un orso. In questo modo i dubbi diventano ancora più grandi perché si aggiunge un’altra carne che si mischia con le prime due. Non contento, Onorio si spinge ancora oltre: e se l’orso viene divorato da un leone?

Al di là del dibattito teologico, certamente avvertito come molto appassionante negli anni in cui scrive Onorio, ciò che ci interessa in questo caso è la gerarchia del regno animale che delinea una netta superiorità del leone sull’orso. Il testo di Onorio è un documento precocissimo ed è anche il primo che, in una lotta simbolica tra le due fiere, pone l’orso come l’animale sconfitto.

Nessun autore dell’antichità o dell’Alto Medioevo si era spinto a tanto: la vittoria del leone era ormai totale e di ciò la Chiesa non poteva far altro che gioire. Il re della foresta che aveva occupato un ruolo fondamentale nell’immaginario dell’uomo per millenni era stato sconfitto, ed era stato sconfitto soprattutto perché così voleva la Chiesa che vi riconosceva una bestia pericolosa e di cui doveva svellere i numerosi culti che inficiavano il vecchio continente.

La guerra all’orso cominciata secoli prima, ai tempi di Carlo Magno, e con la definitiva incoronazione del leone in ogni ambito della cultura si poteva ormai definire conclusa.

 


Bibliografia:
M. Pastoureau, Medioevo Simbolico, Editori Laterza, Roma Bari 2005, pp. 40 – 55.
M. Pastoureau, Lorso. Storia di un re decaduto, Einaudi, Torino 2008, pp. 161 – 187.
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