Il guardiano della collina dei ciliegi

Shizo Kanakuri ama correre nei boschi che circondano Tamana, un piccolo agglomerato di case in legno che formano un villaggio circondato dalle colline, spesso sconquassate dai terremoti, su un’isola nel sud del Giappone.

Giunto a Tokyo, le sue abilità nella corsa vengono scoperte da alcuni suoi professori. Ciò lo condurrà lontano, sino a Stoccolma dove, nel 1912, si tennero le prime olimpiadi alle quali partecipò il Giappone con solo due giocatori, uno dei quali, appunto, è il protagonista de Il guardiano della collina dei ciliegi, nuovo romanzo di Franco Faggiani, che abbiamo già conosciuto per il fortunato La manutenzione dei sensi.

Siamo nei primi anni del Novecento quando la vicenda umana di Shizo ha inizio in un Giappone rurale, verdissimo di boschi attraversati da sentieri polverosi lungo i quali il giovane protagonista corre; uno stato che si affaccia al mondo delle potenze occidentali mantenendo ancora ben salda la propria cultura, le proprie tradizioni.

Tra queste, ancora oggi, c’è una predilezione del popolo giapponese per la corsa percepita e vissuta non solo come uno sport ma come un vero e proprio atto intriso di sacralità.

Il maratoneta Shizo Kanakuri

Il maratoneta Shizo Kanakuri

E così è per Shizo, per il quale la corsa è il perno su cui si fondano le sue giornate, i momenti di raccoglimento e di preghiera racchiusi nella regolarità delle falcate sinuose che compie sui terreni più accidentati. Il giovane protagonista si sente davvero vivo e in sintonia con tutto ciò che lo circonda solo in quei momenti, ai quali si dedica con passione.

Il tempo era solo un intermezzo tra l’alba e il tramonto. La solitudine era una compagna fedele, il silenzio uno scudo per la mente. La foresta era il mio tempio, la corsa la mia preghiera. I kami potevano essere orgogliosi di me.

Dopo ciò che avviene a Stoccolma Shizo fugge dal disonore arrecato al suo imperatore e al Giappone a causa del suo fallimento e perviene, dopo varie peripezie, a Rausu, sulle selvagge coste dell’isola di Hokkaido, quella più a nord del vasto arcipelago giapponese.

Nella solitudine di un locus amoenus, il nostro più che trovare la pace sembra poter cacciare, anche se non definitivamente, i fantasmi del suo fallimento, ricoprirli con le gioie di una vita appartata dedicata esclusivamente (o quasi) alla cura degli alberi di ciliegio, gli yamazakura, che rivestono un colle poco distante dal freddo mare che bagna quell’isola vulcanica.

Era iniziato il mio primo inverno nell’isola più selvaggia e meno abitata del vasto arcipelago giapponese. La strada per trovare la pace interiore era fatta di piccoli passi, non privi di invisibili ostacoli su cui inciampare, di molte rinunce e di solitudine assoluta.

Il guardiano della collina dei ciliegi, franco faggianiScoperta per caso, come precisa alla fine dei ringraziamenti, la storia del maratoneta Shizo Kanakuri si compone di pochi fatti certi, desunti dalle poche notizie di cronaca che lo riguardano. Per il resto Franco Faggiani immagina la storia di un uomo che decide di vivere in solitudine, immerso in una natura non sempre amica ma dai tratti decisamente bucolici, con il solo fine di espiare la propria colpa, quella cioè di avere recato disonore al Giappone tramite il suo fallimento.

Sulla collina di ciliegi, un luogo sacro quasi alieno allo scorrere del tempo, la vita dell’ex maratoneta segue i ritmi della natura, un ritmo lento e senza grossi scossoni. Tra quei colli Shizo conduce un’esistenza fatta di privazioni ma anche di grandi gioie, subitanee, che costellano la vicenda di un uomo piegato dal suo senso di colpa e dal bisogno di chiudere i conti con il passato.

Tra figure storiche, come l’inventore del judo, Jigoro Kano e personaggi di fantasia, la prosa limpida e armoniosa di Faggiani ci accompagna tra le pieghe di una vita appartata, al margine di un mondo che cambia velocemente nell’arco della prima metà del secolo scorso.

Dopo un incipit un po’ rozzo la prosa si scioglie in un rivo cristallino in cui ogni parola, giapponese o italiana, calza a pennello, descrivendo le azioni del protagonista, esaltandone i profondi sentimenti, trasmettendo anche a noi lettori la serenità di un’esistenza trascorsa nella semplicità, nel rispetto e nella cura di un luogo sacro.

Non possiamo certo riportare indietro il tempo né fermarlo, ma possiamo sempre dare un senso al suo fluire.

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