Il femminile nella poesia di Patrizia Cavalli

Patrizia Cavalli

Se posso perdonare, allora devo
riuscire a perdonare anche me stessa
e smetterla di starmi a giudicare
per come sono o come dovrei essere.
Qui non si tratta di consapevolezza
ma è la superbia che mi tiene stretta
in una stolta morsa che mi danna.
Eccomi infatti qui dannata a chiedermi
che cosa fare per essere perfetta.
Tenersi all’apparenza, forse descrivere
soltanto cose in mutua tenerezza.

Vita meravigliosa (Einaudi, 2020)

Questa poesia di Patrizia Cavalli l’ho letta per caso, in un giorno come tanti, in cui mi dibattevo tra giudizi negativi e sensi di colpa.

Illuminante il verso d’incipit “Se posso perdonare, allora devo / riuscire a perdonare anche me stessa“ poi a seguire quel categorico: “e smetterla di starmi a giudicare/ per come sono e come dovrei essere“ e quel proseguire con dolcezza, enucleando tutti i dannati pensieri che assillano le donne come me.

Questo giudizio assillante nell’assurda ricerca di perfezione è dettato dalla superbia, dalla competizione perenne che una donna vive dentro se stessa, una voglia di riscatto, di perfezione. La perfezione è un disastro, è apparenza, è la casa pulita, il vestito lindo sopra un corpo sfatto.

La poesia ha il potere di dire ciò che abbiamo bisogno di sentire e quella di Patrizia Cavalli lo dice con franchezza, musicalità e molle ebbrezza. Una sferzata d’energia che quella mattina mi ha colpito in pieno viso, dandomi coraggio, per affrontare un’altra giornata tra ufficio, famiglia e rimpianti.

Patrizia Cavalli
Patrizia Cavalli ritratta da Dino Ignani  (credits; dinoignani.net)

Non è facile parlare di autori così noti come la Cavalli, di cui si è scritto tutto quello che prioritariamente balza alla mente, di chi si accosta alla sua poetica. Motivo per il quale non vi parlerò del suo verso musicale, ironico, leggero ma non casuale, dietro cui la fatica e la gioia di vivere è sezionata dalla ragione, dalla filosofia e dall’amore.

Analizzerò, di alcune tra le moltissime liriche, quell’intimo sentire tutto femminile cui la Cavalli dà voce e corpo con la sua poetica. Lo farò con la semplicità di un’appassionata della poesia; un’impiegata che ha tappezzato un’anonima scrivania d’ufficio con poesie di grandi autori.

Mi ero tagliata i capelli, scurite le sopracciglia,
aggiustata la piega destra della bocca, assottigliato
il corpo, alzata la statura. Avevo anche regalato
alle spalle un ammiccamento trionfante. Ecco ragazza
ragazzo
di nuovo, per le strade, il passo del lavoratore,
niente abbellimenti superflui. Ma non avevo dimenticato
il languore della sedia, la nuvola della vista.
E spargevo carezze, senza accorgermene. Il mio corpo
segreto intoccabile. Nelle reni
si condensava l’attesa senza soddisfazione; nei giardini
le passeggiate, la ripetizione dei consigli,
il cielo qualche volta azzurro
e qualche volta no.

(da “Poesie”, Patrizia Cavalli, Einaudi, 1999)

Il femminile espresso dalla Cavalli ha un languore e un umore variabile come il cielo “qualche volta azzurro/ e qualche volta no.” Un femminile che si espande ed entra nel maschile, in quello che dell’altro sesso fa parte integrante del nostro, in quell’aggiustarsi davanti allo specchio, stando attente a non avere “niente abbellimenti superflui“ e il passo spedito del lavoratore. Un femminile che si muove in una società declinata al maschile e in questo cerca spazio, cerca il cielo azzurro, anche se spesso è grigia cappa ammorbante.

Quante tentazioni attraverso
nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla vicina,
una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è vano
tentare qualsiasi ritorno.

(da Poesie, Patrizia Cavalli, Einaudi 1999)

Patrizia Cavalli
Patrizia Cavalli (credits: Vivamag.it)

La vita trascorre in piccole ripetizioni quotidiane, dove il particolare fa la differenza, dove l’essenza o come dice Patrizia “l’idea principale“ si dimentica facilmente. Succede spesso nella vita quotidiana, dove spesso ci muoviamo da una stanza all’altra della casa, partendo magari con un’idea o una cosa da prendere o cercare, per trovarci poi a fare tutt’altro. Ancor di più succede con l’ispirazione poetica, che appare d’improvviso e improvvisamente si perde, basta una macchia sul muro o guardare fuori dalla finestra, l’attimo fuggente vola via.

«Cosí schiava. Che roba!
Cosí barbaramente schiava. E dai!
Cosí ridicolmente schiava. Ma insomma!
Che cosa sono io?
Meccanica, legata, ubbidiente,
in schiavitú biologica e credente. Basta,
scivolo nel sonno, qui comincia
il mio libero arbitrio, qui tocca a me
decidere che cosa mi accadrà,
come sarò, quali parole dire
nel sogno che mi assegno».

(da: Datura 2013)

La poesia usa il paradosso per andare a ficcare il dito e arrivare all’osso della questione. Siamo noi donne, che camminiamo in bilico sul filo della sottomissione alle angherie della vita, tra la condizione carnale di essere e la voglia di ribellarsi, di scivolare in un sonno, nel quale a decidere il ruolo da interpretare non è il caso, ma noi stesse.

Non ho seme da spargere per il mondo
non posso inondare i pisciatoi né
i materassi. Il mio avaro seme di donna
è troppo poco per offendere. Cosa posso
lasciare nelle strade nelle case
nei ventri infecondati? Le parole
quelle moltissime
ma già non mi assomigliano più
hanno dimenticato la furia
e la maledizione, sono diventate signorine
un po’ malfamate forse
ma sempre signorine.

Le donne e i limiti che da sempre vivono con le ali tagliate, con la rabbia di non essere ancora in grado d’incidere il marmo granitico che pesa sulla loro testa. Le responsabilità, gli affetti, la vita che trascina tutto con violenza come un fiume in piena. Sono i tronchi duri, contro cui sbattono la testa, che smussano la furia delle parole, che mutano i toni, che trasformano le maledette Erinni in signorine. Signorine non propriamente di buona famiglia però, anzi, quelle parole, una volta nude e rabbiose, hanno imparato a vestirsi, per ripararsi dal freddo, mai dome, magari più ironiche e pungenti.

Patrizia Cavalli
Patrizia Cavalli ritratta da Dino Ignani (credits: dinoignani.net)

Qualcuno mi ha detto
che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.
Io rispondo che certo sí
le mie poesie
non cambieranno il mondo.

da  Le mie poesie non cambieranno il mondo (Einaudi, 1974)

Ha ragione il Poeta che la poesia non cambierà il mondo, ma solo la testa di chi la legge, perché la parola poetica sa incidere la mente, facendole prendere quel giusto ossigeno che non la fa seccare dal sole impietoso del deserto umano. La poesia, al contrario dei bambini della Morante, non salverà né il poeta e neppure il mondo che leggerà le sue parole, perché è doloroso conoscere, capire e sentire la verità che esprime.

Un’affermazione disincantata ma vera, per definire il ruolo del poeta nell’era dell’innovazione tecnologica, del declino dei grandi ideali politici, sociali ed etici, in controtendenza con il momento storico in cui è stata scritta, cioè gli anni Settanta. Anni in cui la poesia e la canzone d’autore affiancavano l’impegno, sublimandolo.

Anni in cui la poesia e la canzone d’autore affiancavano l’impegno, sublimandolo.

È una poesia fuori dal suo tempo, perché appartiene al nostro, sciatto e senza sogni, dove nelle librerie, la sezione dedicata ai libri di poesie è sempre più piccola, più nascosta e va via via svuotandosi di quei pochi testi di poeti classici rimasti invenduti.

Patrizia Cavalli, classe 1947, nata a Todi ma ormai romana di adozione, visto che è dagli anni Settanta del secolo scorso, che vive stabilmente a Roma. Dei romani ha acquisito la schiettezza e la simpatia, l’ironia pungente e sarcastica. È considerata una dei massimi poeti viventi, tradotta in varie lingue, è più conosciuta all’estero che in Italia.

Dal 1974, anno in cui pubblicò il libro “ La mia poesia non salverà il mondo “, è stato un fiorire di libri uno più bello dell’altro, editi da Einaudi: Il cielo (1981), Poesie 1974-1992 (1992), L’io singolare proprio mio (1992), Sempre aperto teatro (1999) con cui vince il Premio Letterario Viareggio-Repaci, e Pigre divinità e pigra sorte (2006), vincitore del Premio Dessì. L’ultima raccolta è Datura (2013). Su Youtube è possibile seguire alcuni spettacoli in cui la nostra poeta recita e intrattiene con interesse e giusta ironia gli spettatori.

Prima di lasciarci vorrei tornare a parlare di cosa mi dona la poesia di Patrizia, cosa mi insegna, senza la pedanteria dell’insegnante, ogni volta che la leggo.  È la condivisione di un sentire che mi appartiene. È il piacere di sentire spiegato nei suoi versi un sentire, cui non avrei saputo dare parole più chiare e sonore. È l’amore sconfinato per la vita, espresso senza ghirigori, utili per l’ermeneutica degli studiosi, che proprio dell’assenza o si lamentano o si arrovellano la mente, per trovare una spiegazione, scontata per l’emozione.

Questa sfusa felicità che assale

Questa sfusa felicità che assale
le facce al sole,
i gomiti e le giacche
– quante dolcezze
sparse nel mercato,
come son belli
gli uomini e le donne!
E vado dietro all’uno
e guardo l’altra,
sento il profumo
inseguo la sua traccia,
raggiungo il troppo
ma il troppo non mi abbraccia.

da Poesie, Patrizia Cavalli, Einaudi 1999.

 


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Silvia Leuzzi
Silvia Leuzzi

Ho un diploma magistrale e lavoro come impiegata nella scuola pubblica da oltre vent’anni. Sono sposata con due figli, di cui uno disabile psichico. Sono impegnata per i diritti delle persone disabili, delle donne e sindacali. Scrivo per diletto ed ho al mio attivo due libri e numerosi premi di poesia e narrativa.

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