L’espressione di una società: il fascismo e la cultura

L’Eur è un esempio di come la propaganda fascista investisse tutti gli ambiti della vita umana, dalla scuola all’architettura. 

Sul fascismo – Parte III

Continuiamo con il ciclo sul fascismo. Se nella scorsa puntata ci eravamo soffermati sul nesso tra conformismo e concezione liberale della democrazia, in questa puntata proveremo ad avvicinarci al tema che attraversa tutti gli interventi di questo blog: la cultura. Più in particolare, proveremo a indagare il rapporto che il fascismo ha con quest’ultima.

Affrontare questo tema non è semplice. Si rischia di rimanere impigliati nell’apparenza, nelle forme più evidenti in cui il rapporto tra cultura e fascismo si è manifestato. Il rogo dei libri, la censura, l’accusa di “arte degenerata”…

Ma, come sempre, se il fenomeno coincidesse con l’essenza non ci sarebbe bisogno della scienza. Perciò, fermarsi a queste manifestazioni di disprezzo per la cultura non servirebbe a molto altro se non a lanciare vuote invettive.

È invece necessario andare più a fondo della questione e non c’è modo migliore se non partendo da una domanda: cos’è la cultura?

Domanda pretenziosa.

Ogni risposta rischia di esser parziale e arbitraria. Però è possibile provare a tracciare un paio di coordinate, fare uno schizzo, a partire dal quale provare a orientarsi nel marasma che ogni domanda del genere porta con sé.

il fascismo e la cultura

A uno sguardo superficiale si può definire cultura come tutto ciò che inerisce alla sfera intellettuale della produzione umana. Non è una definizione tanto diversa dalla prima che viene data dal dizionario[1]. Libri, quadri, statue…: sono queste opere nelle quali si riversa una qualche riflessione precedente.

Già però si presentano almeno due problemi. Nella sua estrema genericità è una definizione molto restrittiva, che si focalizza soltanto su opere singole e prodotte in modo consapevole dall’autore, con l’intento di soddisfare intellettualmente un bisogno (bisogno estetico, conoscitivo o di altro tipo). Ad esempio le feste popolari, in cui la comunità si raccoglieva e si riconosceva come comunità[2], verrebbero espunte ingiustificatamente.

Il secondo problema di questa definizione è che presuppone che, in ultima analisi, chi produce cultura sia sempre e solo un singolo individuo: l’artista, lo scienziato, il filosofo… Il momento collettivo, se esiste, viene sempre e solo dopo, nel momento della fruizione.

Storicamente, questi problemi di definizione hanno portato al moltiplicarsi degli aggettivi associati o associabili alla “cultura”. Cultura alta, cultura bassa, cultura scientifica, cultura popolare, rivoluzione culturale (in questo caso è la stessa cultura che diventa aggettivo), che invece di dipanare la matassa non fanno che complicarla.

Cosa intendere per cultura alta? E in che modo si contrappone alla cultura bassa? In cosa si differenzia poi quest’ultima dalla cultura popolare?

Proviamo a riprendere il filo del problema. Gramsci, nei Quaderni, ad un certo punto definisce la cultura «come espressione della società»[3]. La genericità, se vogliamo, è qui ancora maggiore e però già si può intuire una direzione in cui procedere.

La cultura è «espressione della società». Manifestazione (“esprimere” ha precisamente questa etimologia: spremere, portar fuori) di ciò che cova in grembo, la cultura è la traduzione delle relazioni sociali sul piano fenomenico.

Affermazione complessa, di cui è necessario dissipare la nebulosità. Le relazioni sociali non si presentano mai nella loro “purezza”, come mere interconnessioni tra gli individui. Anche quando appaiono come tali (ad esempio nello scambio economico), appunto, semplicemente appaiono. C’è sempre la mediazione di un elemento che ne permette la comprensione[4].

Giovanni Gentile, ministro della pubblica istruzione durante il fascismo

Giovanni Gentile, ministro della pubblica istruzione durante il fascismo

Questa mediazione è la cultura: insieme totalizzante in cui ciascun elemento è interconnesso, riflette in sé gli altri elementi e nel fare questo manifesta il grado di sviluppo complessivo della società in cui affonda le proprie radici.

La cultura è allora tanto produzione intellettuale quanto pratica collettiva. Non esiste un uomo isolato dagli altri, indipendente in tutto e per tutto, che si relaziona agli altri a suo piacimento quando ne ha voglia. Esistono gli esseri umani nel loro insieme, che lavorano, amano, pensano, muoiono, vivono insieme. Non c’è attività umana che non implichi la presenza di un’altra persona. Il modo con cui gli esseri umani riescono a sopravvivere insieme è proprio la cultura. Infatti l’uomo non è un animale rigidamente codificato dal proprio dna, dall’istinto: da questo punto di vista, l’uomo nasce nudo. Ha però dalla sua la possibilità di mediare la realtà attraverso il ragionamento, sviluppando concettualizzazioni e astrazioni che gli permettono di non vedere le cose in quanto “cose”, enti privi di significato, bensì come “oggetti”, cioè come enti immersi in un contesto, enti con cui si può entrare in contatto. Questo passaggio, dalle cose agli oggetti, è la base logica per lo sviluppo della cultura.

In questo modo, per usare una pregnante metafora di Ferruccio Rossi-Landi, le mediazioni concettuali si strutturano, fino a creare «una piattaforma che permette agli uomini di capirsi e di lavorare insieme[5]». Una piattaforma mai neutra, ma che appunto riflette ed esprime le specifiche configurazioni sociali: le forme e i contenuti dei rapporti sociali ad una data epoca nel loro sviluppo.

Campo di forza, è all’interno della cultura che l’essere umano trova la possibilità di modificare se stesso, di costruire relazioni umane differenti. Una possibilità che si chiama lotta e nello specifico lotta politica (o lotta per l’egemonia, il significato è a quest’altezza identico).

E torniamo così al punto di partenza: in che modo il fascismo si rapporta con la cultura?

L’atteggiamento è necessariamente ambiguo. Riducendo la società a mero aggregato di atomi guidati da un capo cui devono tutto, come dicevamo qui («Credere, obbedire, combattere» recita uno dei più famosi slogan del ventennio), esso ne misconosce il portato intimamente sociale. La cultura diventa allora esclusivamente produzione individuale di grandi uomini: i geni. In questo non fa che tradurre sub alia specie l’idea gerarchica e autoritaria della relazione tra masse e “capo”. Non è un caso che il fascismo, invece che disdegnare la cultura in toto, abbia attirato a sé, attraverso lo strumento del Ministero della Cultura, alcune delle personalità più eminenti della cultura di allora; primo fra tutti il ministro Giovanni Gentile. Se leggiamo il manifesto degli intellettuali fascisti, troveremo molti più nomi oggi noti che non leggendo il manifesto degli intellettuali antifascisti, da Pirandello a Marinetti, ad Ardengo Soffici a Ungaretti. Anche un poeta apparentemente insospettabile come Cardarelli era fascista; per non parlare del famoso Ezra Pound.

D’altro canto, però, questo interesse per la cultura è solo apparente, o meglio è strumentale: serve al fascismo per mantenersi al potere: la cultura è un enorme strumento di propaganda, e agisce là dove non ce lo aspetteremmo. È una forma di propaganda indiretta, che lavora sul lungo periodo, mentre la propaganda tradizionale – che all’epoca di Mussolini era costituita principalmente dai comizi di piazza – lavorava sull’immediato.

Ezra Pound, uno dei più importanti intellettuali del fascismo

Ezra Pound, uno dei più importanti intellettuali organici al fascismo italiano

Questo interesse strumentale fa sì che il fascismo in realtà eserciti un enorme controllo sulla cultura, che può essere di due tipi: un controllo diretto come la censura, il rogo di libri, la creazione di paradigmi artistici univoci che prevedano determinate caratteristiche favorevoli alla cultura di regime e non altre, con la conseguente accusa di “arte degenerata” verso tutte le altre[6]. In secondo luogo, il fascismo, come ogni organizzazione che eserciti un potere, esercita un controllo indiretto, possiamo dire, ma non meno stringente e penetrante, attraverso la creazione autonoma di un sistema di valori.

Abbiamo già detto che centrale per il fascimo è la sottomissione a un capo carismatico. Ma anche lo spirito di corpo, di “cameratismo”, appunto, non è meno importante: la concezione organica della società intesa come nazione, per cui se una parte viene a mancare questo non importa, perché l’importante è che sopravviva il tutto – e dunque, in definitiva, il suo capo. Il nazionalismo è un punto centrale della concezione fascista del mondo, in quanto permette di costruire una società molto unita nonostante le sue contraddizioni interne, come il fatto che una parte della società abbia molte meno risorse di un’altra parte, o che alcuni cittadini abbiano meno diritti di altri (gli ebrei dopo le leggi razziali, gli stranieri, o gli oppositori politici, per esempio). Il nazionalismo dunque diventa un collante per tenere insieme queste contraddizioni e farle scomparire agli occhi della società, contrapponendosi da un lato ai popoli più ricchi, come l’Inghilterra (la “perfida Albione”) e da un lato ai popoli più deboli, che dunque possono essere assoggettati, con la ripresa del colonialismo.

E in questo, con la contrapposizione agli altri popoli, e parallelamente con l’eliminazione di ogni altra idea che sia dannosa per il sistema politico stesso, emerge una delle realtà più proprie del fascismo: il disprezzo per ogni forma di alterità, di differenza. Tutto dev’essere ricondotto all’uno, e cioè al partito, e cioè al capo del partito.

E questo svilisce, uccide ogni idea di cultura. Imbrigliata in una camicia di forza (bruta), alla società non resta che il manierismo e lo stereotipo 

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