Il Carmen XI di Catullo: il tramonto di un amore

Acme e Settimio, Catullo

Ho scoperto, per esperienza personale, di poter comprendere appieno le poesie di Catullo solo dopo essermi innamorato, e assieme di poter comprendere appieno l’amore solo dopo aver letto Catullo. Credo sia per questo che il poeta novus[1] rimane uno dei più noti e amati tra gli autori classici, nonché la miglior dimostrazione di quale sia il senso di leggere oggi gli scritti di uomini vissuti e morti secoli e secoli fa.

Certo, l’identificazione di Catullo con la poesia amorosa è tanto nota da risultare scontata, ed ad ogni buon latinista probabilmente verrebbe un grave attacco di nervi a ridurlo unicamente a questo. La ragione peraltro è altrettanto ovvia: poiché per la maggior parte di noi il primo e spesso unico contatto con la letteratura antica è il liceo, dove in un numero di ore fin troppo esiguo bisogna illustrare l’affresco di un mondo sterminato, è triste necessità di operare una selezione crudele nel materiale presentato.

Si pone inoltre una problematica ulteriore: un vecchio moralismo di stampo borghese ci spinge ancora oggi a presentare un’immagine censurata e ripulita della classicità, tramite la rimozione dei passaggi più scabrosi o la loro manipolazione. Nei casi più fortunati, si menziona en passant che la poetica del tale autore talvolta non disdegna di dedicarsi al turpiloquio – e più spesso lo si addolcisce parlandone in termini tecnici quale αἰσχρολογία[2] – ma raramente nel materiale presentato agli alunni si mostra tale sconcezza verbale, ed ancor più raramente lo si fa presentando i termini offensivi in una resa precisa, volgare e non ingentilita.

Infine, sorge un problema di riferimenti: quando i letterati posteriori hanno preso a dedicarsi a composizioni intellettualmente ricercate, si sono addentrati in un materiale di partenza che era già incredibilmente complesso e ricercato per la loro epoca; i riferimenti eruditi di allora sono diventati incredibilmente oscuri alla maggior parte del pubblico moderno, e i non specialisti non hanno il tempo di ricostruire i miti dimenticati alla base di un mezzo verso.

Sono questi i motivi per cui, al netto di qualche menzione, del buon Gaio Valerio Catullo ci ricordiamo principalmente per i suoi tormenti, la gioia sfrenata di un amore nascente e la nera disperazione della sua conclusione. Sono peraltro anche i temi che si sono dimostrati più universali e capaci di risuonare con noi posteri a distanza di duemila anni: il lettore casuale rimane inerte davanti al decadente estetismo del martirio di Attis[3], e le sboccate minacce ai fidi amici Furio ed Aurelio[4] strappano un risolino da caserma, ma Catullo è riuscito a racchiudere in due versi tutto il mondo di un amore impossibile e la sua inesplicabile contraddizione[5].

William Adolphe Bouguereau, L'idillio, 1850
William Adolphe Bouguereau, L’idillio, 1850, olio su tela, collezione privata.

Pure, c’è un ulteriore motivo alla base di questa identificazione: la straordinaria erudizione del nostro Catullo non è mai fine a sé stessa, ma viene impiegata per rafforzare sottilmente e a tratti in maniera impercettibile la tematica della poesia. Quelle che inizialmente ci paiono raffinatezze inutili e forse anche pretenziose si rivelano delicati contrappunti al tema, capaci di suggerire delicatamente l’intento del poeta. Prendiamo ad esempio il Carmen XI, uno dei più noti, studiati ed apprezzati, che qui riportiamo per intero:

Furio e Aurelio, compagni di Catullo,
se egli giunga fin ai remoti Indiani,
là dove l’onda che risuona a Oriente
percuote il lito,

o fra gli Ircani o fra i debosciati Arabi,
oppur fra i Sagi o i Parti frecciatori
oppur tra l’acque che ‘l Nilo colora
con sette foci

oppure ch’egli oltrepassi le alte Alpi,
del gran Cesare vedendo i vestigi,
il Reno di Gallia, ed i Britanni
tremendi infine,

voi che sarete pronti ad affrontar
con me questo ed ogni caso che il Cielo
voglia, alla mia donna annunciate poche
parole amare.

Che si goda pure tutti gli amanti,
che fin trecento ella ne stringe assieme
senza nessuno amar davvero, e a tutti
spezza le reni;

né si curi, come un tempo faceva,
di questo suo amore, che per sua colpa
cadde come il fiore, dopo il passaggio
del freddo aratro.

Questo testo viene sovente considerato esemplare per illustrare lo stile di Catullo e dei poetae novi: tutti gli elementi della poesia neoterica sono presenti, dalla certosina cura formale e stilistica alla tematica personale, dal gusto per l’esotico di stampo alessandrino alla delicatezza della confessione intima. Il carmen può venire suddiviso in due metà perfettamente bilanciate di tre strofe l’una: nella prima osserviamo un lungo catalogo di luoghi remoti in cui Catullo si potrebbe addentrare seguito dai fidi Furio ed Aurelio  (pare che si siano riconciliati dopo la storiaccia del Carmen XVI[6]) e nella seconda si racconta il definitivo abbandono dell’amore per Lesbia, l’amata che ormai non contraccambia più la passione del poeta.

La seconda parte è certamente quella che ha attirato la maggior attenzione da parte di critica e commentatori, vuoi per la sincerità dei sentimenti che affiorano, vuoi per la potenza delle immagini: la metafora del fiore reciso che languidamente muore una volta toccato da una lama tanto spietata quanto indifferente ha avuto straordinaria fortuna, arrivando fino ad Ariosto e Manzoni; il ritratto di Lesbia, per quanto ai nostri occhi di moderni possa apparire ingrato e a tratti misogino, è nondimeno di una potenza impareggiabile.

(…)

Che si goda pure tutti gli amanti,
che fin trecento ella ne stringe assieme
senza nessuno amar davvero, e a tutti
spezza le reni;

né si curi, come un tempo faceva,
di questo suo amore, che per sua colpa
cadde come il fiore, dopo il passaggio
del freddo aratro.

Sir Lawrence Alma-Tadema, Catullo mentre legge le sue poesie alla casa di Lesbia, 1870, olio su tela
Sir Lawrence Alma-Tadema, Catullo mentre legge le sue poesie alla casa di Lesbia, 1870, olio su tela, collezione privata.

Tuttavia, in quest’occasione vorrei dedicarmi principalmente alla prima trascurata metà. Usualmente la si menziona come esempio evidente del gusto alessandrino di Catullo, uno sfoggio di abilità poetica e di erudizione nel menzionare tutta una serie di luoghi remoti e favoleggiati, e per mostrare la contrapposizione tra le rischiose peripezie e la semplice richiesta di riferire all’amata «poche parole amare». Ma forse c’è qualcosa di più. Se, come ci è stato detto, la poesia di stampo ellenistico sceglie di selezionare con cura i propri versi, lavorando su poche righe cesellate invece che sui lunghi cataloghi dell’epica, per quale ragione Catullo dovrebbe sprecare metà del proprio carme in un inutile preambolo?

Invece, il grande viaggio del poeta e dei suoi compagni non è solo uno sfoggio di bravura compositiva, e nemmeno un vanto dell’erudito, ma potrebbe nascondere la chiave interpretativa dell’intera poesia. Osserviamo insieme i luoghi su cui si posa lo sguardo e la penna di Catullo:

                    (…) fin ai remoti Indiani,
là dove l’onda che risuona a Oriente
percuote il lito,

o fra gli Ircani o fra i debosciati Arabi,
oppur fra i Sagi o i Parti frecciatori
oppur tra l’acque che ‘l Nilo colora
con sette foci

oppure ch’egli oltrepassi le alte Alpi,
del gran Cesare vedendo i vestigi,
il Reno di Gallia, ed i Britanni
tremendi infine,

(…)

I primi a venire menzionati sono gli abitanti dell’India, all’epoca la terra più lontana e remota di cui fosse arrivata contezza nel bacino del Mediterraneo: non a caso essi sono extremos, a rimarcare l’impossibilità di spingersi oltre. Ma gli Indi sono caratterizzati anche dalla presenza di Eos, l’Aurora che tinge l’Oceano, cara assai alla poesia greca.

Successivamente incontriamo gli Ircani, vale a dire le popolazioni delle pianure a sudest del Mar Caspio, e gli Arabi, tacciati di effeminatezza e smodato amore per il lusso secondo un’immagine consolidata. Se i Sagi – nome che Erodoto attribuisce agli Sciti – sono per i Romani un popolo semileggendario del Medio Oriente, i Parti invece sono fin troppo conosciuti, e ricordati per metonimia con le loro frecce mortifere. L’ultima menzione d’Oriente è dedicata al Nilo e al suo vasto delta. Di colpo Catullo si lancia a Occidente, «del gran Cesare vedendo i vestigi», e attraversa le Alpi, passa il Reno e giunge infine alla Britannia dove il condottiero era appena sbarcato, l’ultima propaggine del mondo conosciuto.

Stefan Bakałowicz, Catullo legge le sue poesie agli amici, 1885, olio su tela, Tretyakov Gallery, Mosca.
Stefan Bakałowicz, Catullo legge le sue poesie agli amici, 1885, olio su tela, Tretyakov Gallery, Mosca.

Se volessimo segnare queste tappe su di una mappa, ci accorgeremmo ben presto che i luoghi non sono stati scelti a caso, e nemmeno per un mero valore evocativo. Non solo i confini di questo viaggio si estendono ai limiti invalicati dell’Ecumene, ma la stessa progressione segue un percorso regolare ed ordinato: prendendo Roma come centro e riferimento, scopriamo che Catullo viaggia con una traiettoria quasi circolare, e sopratutto orientata invariabilmente da est a ovest. Il viaggio meraviglioso segue la traiettoria del sole, e non a caso era cominciato giustappunto con il lido rischiarato dall’alba.

Ma non è solo un ordine del mondo quello che traspare da questo itinerario. Il tema del sole era stato ripreso spesso da Catullo, a partire proprio da quel Carmen V che tanto scandalo aveva destato[7]. Ma se allora il sole era stato un simbolo positivo, capace di tramontare e risorgere eternamente, qui invece apporta una valenza negativa: il viaggio del sole che tramonta è il viaggio dell’amore del poeta rassegnato, che arriva infine a spegnersi e a distaccarsi. Se in altre poesie, tra cui il Carmen LXXXV già evocato, l’animo era dilaniato e conteso tra il ricordo dell’amore trascorso e il dolore del rimpianto, tra la frustrazione e il desiderio, qui tutto è immoto e quieto, avvolto nella quiete del crepuscolo. Quando il viaggio è compiuto, nulla rimane più a Catullo se non di affidare il suo congedo agli amici. Il giorno infine si è spento, e l’amore è tramontato.

Furi et Aureli, comites Catulli,
sive in extremos penetrabit Indos,
litus ut longe resonante Eōa
tunditur unda,

sive in Hyrcanos Arabasve molles,
seu Sagas sagittiferosve Parthos,
sive quae septemgeminus colorat
aequora Nilus,

sive trans altas gradietur Alpes,
Caesaris visens monimenta magni,
Gallicum Rhenum, horribilesque ulti-
mosque Britannos,

omnia haec, quaecumque feret voluntas
caelitum, temptare simul parati,
pauca nuntiate meae puellae
non bona dicta.

Cum suis vivat valeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans vere, sed identidem omnium
ilia rumpens;

nec meum respectet, ut ante, amorem
qui illius culpa cecidit velut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactum aratro est.

 

In copertina: Lord Frederic Leighton, Acme e Settimio, dalla poesia di Gaio Valerio Catullo, 1868 circa, olio su tela, Ashmolean Museum, Oxford.


I testi originali sono stati trascritti dall’edizione Garzanti 1986, a cura di Mario Ramous. Le traduzioni sono ad opera dell’autore dell’articolo; si è tradotto  il Carmen XI in endecasillabi e quinari italiani.

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Alessandro Sergio Martino Gentile

Quando ero bambino, chiedevo che mi raccontassero delle storie. Mi affascinavano tutte, dai miti greci ai racconti dei cavalieri, dalle fiabe alle avventure di pirati. L'esito inevitabile era finire a studiare la Storia, con la s maiuscola, per tentare di capire da dove veniamo. Nel frattempo sono stato maestro di scuola e volontario del servizio civile, e collaboro dentro e fuori il palco del teatro con Associazione Studio Novecento. Amo il silenzio e la musica classica, la lettura e le camminate, la buona cucina di mano mia o altrui.